Muky (Wanda Berasi)

Trento 1926 - Faenza 2022
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Artista visiva e poetessa, Muky (al secolo Wanda Berasi) ha permeato la propria esistenza di un vitale sentimento estetico e di una profonda umanità, avvalendosi della naturale inclinazione alla creazione di reti di relazioni per orientare e supportare la propria ricerca nei territori dell’arte.

Formatasi a contatto con ambienti culturali diversi, ha sperimentato varie pratiche espressive, per poi stabilire un profondo e stabile legame con la ceramica e con Faenza, dove ha scelto, per amore, di vivere. Qui ha esercitato con successo, per tutta la vita, l’attività artistica, divenendo al contempo animatrice di un vivace cenacolo culturale, espressione emblematica del suo carisma, della sua vocazione alla socialità e dei suoi eclettici interessi.

Nata a Trento il 9 ottobre del 1926, in una famiglia alto-borghese d’origine austriaca, la sua infanzia è tristemente segnata dalla scomparsa prematura della madre e dalla drammatica esperienza della guerra che la segnerà per sempre, alimentando il suo costante e generoso impegno filantropico e la sua ferma fede pacifista.

Da ragazza Wanda coltiva i suoi interessi culturali, frequenta teatri, sale da concerto, musei e mostre d’arte e ben presto la “vocazione” artistica la induce a trasferirsi nella capitale. Qui partecipa all’entourage intellettuale di Villa Massimo, dove sono insediati coi propri studi alcuni protagonisti della scena artistica italiana, tra cui Leoncillo e Marino Mazzacurati. Si apre così per lei una stagione esaltante e gravida di sviluppi: la formazione tecnico-artistica, la pratica diretta del mondo dell’arte e delle sue complesse dinamiche, la ricchezza delle sollecitazioni e degli scambi culturali, l’intensità delle esperienze umane e relazionali, le schiudono un nuovo orizzonte nel quale può finalmente muoversi da protagonista.

Sullo sfondo della disputa contemporanea tra astrattismo e figurativismo, Wanda elabora un proprio linguaggio che raccoglie l’eredità delle tendenze primitiviste e dell’avanguardia surrealista astratta e si apre alle nuove sperimentazioni informali. Declina questo suo personale paradigma espressivo e simbolico in una cospicua produzione di oggetti ceramici, le cui fantasiose forme e partiture grafiche riscuotono apprezzamento critico e commerciale. In breve, tuttavia, si rende conto che essere donna nel mondo dell’arte comporta lo scotto di una feroce capitis deminutio, di conseguenza prende a firmare i suoi pezzi con un nome d’arte di genere neutro – Muky, appunto – così da sottrarsi alla aprioristica discriminazione di valore applicata al lavoro femminile. Conquista allora un proprio spazio tra le tante iniziative delle gallerie pubbliche e private romane, dando avvio nel 1952 all’attività espositiva con mostre personali a Roma, Milano, Innsbruck e in Canada.

Nel 1954 il cenacolo di Villa Massimo si scioglie e Muky lascia definitivamente la capitale. Soggiorna a Innsbruck tra il 1953 e il 1954 per approfondire la sua formazione ceramica e prende lezioni di modellato dalla scultrice austriaca Fini Platzer. Realizza sculture con argille cuocenti ad alte temperature, colorate a terzo fuoco, sperimentando la tecnica (qui appresa) degli effetti riflessanti, poi applicata a gran parte dei suoi lavori.

Proprio in conseguenza del crescente interesse per la figulina, nel 1955, approda a Faenza per seguire un Corso Speciale nella prestigiosa e internazionalmente nota scuola locale, l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica G. Ballardini. Il suo comportamento disinvolto e anticonformista non manca di suscitare immediatamente curiosità e persino un certo turbamento nella tranquilla provincia romagnola, ma Faenza riserva a Muky anche e soprattutto occasioni importanti di confronto e crescita professionale grazie all’incontro con alcuni maestri/mentori che ispirano e sostengono la sua personalità artistica, come lo storico Giuseppe Liverani, direttore del Museo delle Ceramiche e docente di Storia dell’Arte al Ballardini, e lo scultore Domenico Matteucci, artista multiforme dalle notevoli doti plastiche e dallo spirito aristocratico e riservato, con cui Muky stabilisce un solido e duraturo sodalizio creativo-professionale e al contempo una profonda unione sentimentale.

Dal 1955 Muky e Matteucci espongono insieme in una serie di mostre bi-personali e, all’insegna di una parità di genere finalmente conquistata, i loro pezzi portano entrambe le loro sigle, essendo il frutto di una collaborazione in cui ciascuno riversa il proprio saper fare e il proprio bagaglio di esperienze e conoscenze. Muky tiene fede ad alcune scelte stilistiche compiute nella precedente stagione romana, come l’acromatismo e l’approccio prevalentemente informale alla materia, e con esse “contamina” il linguaggio tendenzialmente più tradizionale e strutturato del suo partner e sviluppa parallelamente una produzione autonoma di pezzi, tra cui grandi vasi-scultura modellati a lucignolo e altorilievi plasmati con impeto gestuale.

Così, dalla metà degli anni Cinquanta, lavora alacremente, dedicando ogni energia alla produzione artistica, e partecipa con opere pittoriche e soprattutto con ceramiche a concorsi e mostre collettive in Italia all’estero, conseguendo premi e riscontri critici assai positivi.

Nel corso degli anni Sessanta, in linea con le contemporanee tendenze minimaliste, le sue creazioni manifestano un graduale superamento della pratica gestuale a vantaggio di espressioni plastiche sempre più controllate e rigorose, tendenti alla forma pura, spesso prive di connotazione cromatica e invece giocate su ricercate variazioni di bianchi, come nella serie di piatti di varie fogge e di contenitori ovoidali di un bianco zinco satinato entrati poi a far parte della raccolta del MIC di Faenza.

Anche negli anni a venire si succedono le sue partecipazioni a importanti manifestazioni artistiche nazionali ed estere soprattutto connesse al mondo della ceramica e del design, in special modo su invito di personalità e/o enti, spesso legati al territorio romagnolo, attivi nella promozione culturale internazionale del prodotto artistico ceramico italiano d’avanguardia.

Gradualmente la sua produzione si apre al colore, evolvendo dall’acromatismo e dalle inizialmente predilette tinte metalliche e tenui, a cromie decise e vivaci, e questo elemento del suo linguaggio visivo diviene spesso primario, portando con sé un valore simbolico essenziale per la significazione dell’opera.

All’inizio degli anni Sessanta, la ditta Muky-Matteucci acquisisce a Faenza l’ampio complesso architettonico prospiciente la piazza 2 Giugno e, sul lato opposto, il viale delle Maioliche, un’enorme struttura che riunisce in un’unica sede la destinazione residenziale, quella della bottega-laboratorio e quella, che dal 1965 verrà via via consolidandosi, del cenacolo culturale. Il suggestivo ambiente della loggetta del Trentanove ­diviene infatti luogo di incontro, di confronto e di promozione della conoscenza, sede di un simposio quindicinale che riunisce fino a diverse centinaia di persone e del quale Muky è infaticabile artefice e animatrice. Un appuntamento che si rinnova puntualmente, portando a Faenza esponenti, spesso di punta, dei più vari ambiti culturali e sociali, provenienti da tutta la regione, da ogni parte d’Italia e anche dall’estero, i cui autografi, segni, aforismi o dediche – datati e incisi durante le serate sullo smalto crudo di grandi piatti e ciotole di maiolica – sono fissati sull’argilla dalla cottura in forno e ordinatamente apposti alle pareti della stessa dimora dalla padrona di casa.

Agli esclusivi incontri della loggetta, si aggiunge poi una lunghissima serie di eventi aperti al pubblico progettati, coordinati e ospitati da Muky senza soluzione di continuità sino ai tempi più recenti. E di questa importante attività di mecenate e di promotrice della cultura e dell’evoluzione dei costumi sociali, Faenza rende merito all’artista trentina, attribuendole in più occasioni onorificenze e premi a testimonianza del profondo legame da lei coltivato col territorio nei lunghi anni della sua permanenza. Un legame che, con la lungimiranza e la capacità progettuale che le sono proprie, Muky sa proiettare anche nel futuro, attraverso la formalizzazione della volontà di donare alla Fondazione MIC la sua proprietà per la realizzazione del progetto Casa dell’Arte Muky-Matteucci, uno spazio dedicato a un museo, a residenze d’artista internazionali e alla didattica dell’arte ceramica.

Quest’ultima si conferma infatti per lei, nel corso del lungo cammino creativo, la materia che più di ogni altra sa esprimere il senso del ricostruire e del rinascere e ad essa Muky rimane sempre intimamente legata, anche quando, al passo coi tempi, il suo linguaggio comincia a privilegiare il concetto alla pratica manuale.

Accanto alla produzione scultorea e pittorica, Muky si è dedicata assiduamente alla scrittura di liriche, racconti, haiku, aforismi, opere teatrali, manifestando un’ispirazione poetica vivace e sensibile e ottenendo anche in questo campo importanti riconoscimenti. I suoi testi, di tema contemplativo, sociale, sentimentale, erotico, spesso connotati da tratti autobiografici o da stringenti riferimenti all’attualità, sono pubblicati in saggi, talvolta accompagnati da commenti visivi, o in veri e propri libri d’artista e in raccolte antologiche e miscellanee.

In molti casi l’espressione poetica e quella visiva si sovrappongono e si contaminano, non solo nella misura in cui, mentre plasma l’opera scultorea, Muky ne esprime anche una sintesi dei significati attraverso componimenti di versi che fungono da titolazione o da commento all’oggetto, ma anche attraverso la sperimentazione di pratiche di visualizzazione del materiale verbale che la conducono alla creazione di opere di poesia-visiva, ottenute mediante l’incisione, con uno stilo, di elementi testuali sullo smalto bianco crudo, pratica che le consente di declinare la poesia in forma ceramica senza rinunciare al suo elegante e limpido corsivo.

Dal 1993 ai primi Duemila si colloca il complesso di opere, in gran parte installate nel borgo di Pennabilli, realizzate da Muky per il poeta, sceneggiatore e multiforme artista, Tonino Guerra, col quale intrattiene una lunga e intensa amicizia. Su suo incarico, Muky esegue inoltre numerose opere di poesia-visiva anche per personaggi illustri del mondo del teatro e del cinema, come Fellini, Mastroianni, Antonioni.

Grazie al continuo aggiornamento e alla non comune vivacità intellettuale, Muky recepisce con grande sensibilità lo spirito dei tempi in costante cambiamento e fa delle sue opere la traduzione puntuale di un pensiero critico libero e profondo, che dalla dimensione astratta della parola confluisce in quella materica della forma scultorea e viceversa. Ne sono testimonianza i suoi 17 Presepi contro, eseguiti come tema prediletto dall’artista dal 1989 al 2004, e donati e acquisiti alla Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto. Concepite come assemblage polimaterici di forme modellate in argilla e oggetti tratti dalla realtà e titolate con versi poetici, queste opere si offrono al pubblico come riflessione sull’oggi, come monito contro la deriva individualista e materialista delle società contemporanee, come denuncia della feroce violenza dei conflitti e auspicio di pace per tutta l’umanità.

E come già i suoi Presepi, molti dei lavori realizzati nel nuovo millennio, a età oramai avanzata – eppure senza mai rinunciare a una partecipazione diretta nell’esecuzione materiale dell’opera –, sono concepiti con una logica compositiva che procede per addizione di elementi primari nei quali forma, materia e colore assumono valenza simbolico-concettuale, in modo del tutto analogo alle sue poesie ermetiche, dove poche calibrate parole compongono brevissime frasi che esprimono con lapidaria immediatezza il suo mondo.

Soprattutto negli ultimi lavori alla ricerca estetico-concettuale si sovrappone l’urgenza di un messaggio etico-religioso, che diviene centrale e irrinunciabile per l’artista. Il richiamo all’intero universo simbolico del sacro e la sua contestualizzazione in un’iconografia del contemporaneo rinsalda il legame problematico tra sentimento religioso e patrimonio espressivo dell’oggi e riporta l’esperienza artistica alla dimensione trascendente in cui Muky ricerca e trova il senso della propria esistenza.

Francesca Pirozzi

Architetta, conservatrice di beni culturali, Ph.D. in storia dell'arte. Ha svolto attività di ricerca per svariati enti (tra cui Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Napoli, Accademia Nazionale di San Luca, Università di Granada, Università di Skopje). Ha all’attivo numerose pubblicazioni e fa parte della redazione di «TRIA. Rivista internazionale di cultura urbanistica». Insegna storia dell'arte, conduce workshop di ceramica e svolge attività artistica con lo pseudonimo di Ellen G.

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