Nara Marchetti

Pescia, 1924 - vivente
Download PDF

La Liberazione l’ha sentita tutta sulla pelle, Nara. Scorrere fluida nei polmoni, insieme all’acqua che, col passare dei giorni, le stava compromettendo il respiro. Perché dopo i mesi passati a correre sulla sua bicicletta per non venire mai meno al ruolo di staffetta, aveva preso una “bella pleurite”. Come la definì il dottor Melosi che la visitò nella sua casa di via dell’Angelo Custode, nel cuore di Lucca, il 7 settembre del ‘44. Lucca era libera da due giorni.

Mi disse che avevo la pleurite, ma che ero fortunata – racconta – gli americani avevano portato la penicillina. Quella è stata la prima volta in cui ho realizzato che a Lucca non c’erano più i tedeschi: eravamo liberi.

Nara Marchetti nasce il 24 maggio 1924 a Pescia. Cresce in una famiglia che lei stessa definisce libera e aperta alla discussione: madre appassionata di cultura, padre socialista, lettore fervente, figurinaio emigrato da Guzzano (Bagni di Lucca) in Argentina. Si forma con i genitori e i nonni, tra Pescia e Bagni di Lucca, per poi trasferirsi definitivamente a Lucca alla fine degli anni Trenta. Immersa in una cultura contadina, solidale e di mutuo soccorso, Nara apprende qui, in una casa piena di quadri e di libri, spesso oggetto di perquisizioni, e in una famiglia dove il senso di libertà prevale sull’opportunismo e sull’individualismo (il padre non prenderà mai la tessera del partito fascista e viene quindi interdetto dalla frequentazione di locali pubblici e dalla vita di comunità), gli ingredienti centrali che guideranno le scelte più importanti della sua vita.

È stata una partigiana, Nara. Ha fatto la Resistenza e questa è stata per lei, appena ventenne, l’esperienza più esaltante e rischiosa, lo spartiacque tra una dimensione solo domestica e l’attivismo politico, dove combattere, in prima fila, la “sua” guerra di Liberazione.

Quando decisi di prendere parte alla Resistenza – racconta – scelsi di smettere di sentirmi solo figlia e di iniziare ad essere una donna che si preoccupava per gli altri, oltre che per se stessa. Che lottava per la libertà. Decisi quindi di passare al partito comunista.

Se avesse potuto, nel ’36, avrebbe raggiunto in Spagna Dolores Ibarruri, la Pasionaria che al grido di no pasaràn! si era battuta contro le milizie fasciste di Franco.

Avevo sentito l’appello della Ibarruri e ne ero rimasta colpita – dice Nara – mi aveva ipnotizzato quella voce, poi le parole, che mio padre mi traduceva, lasciarono un segno dentro di me. Pensai che avrei voluto conoscerla, ma ero poco più che una bambina… dovetti aspettare il ’43 per fare la mia parte.

La sua giovinezza viene bruscamente interrotta con l’entrata in guerra dell’Italia. Di quel giorno ricorda tutto, l’adunata in piazza Napoleone per ascoltare il discorso del Duce, le donne che piangevano, le parole confuse e il monito del padre: non sarà per niente una guerra lampo.

Lei nel frattempo viene assunta alla Camera delle Corporazioni come impiegata ed è proprio qui che, dopo l’8 settembre 1943, entra in contatto con il colonnello Davini, un ex dipendente che era stato allontanato a causa delle sue idee antifasciste.

Il colonnello Davini teneva in casa sua delle riunioni segrete per organizzare attività militari e di lotta. È qui che dopo l’8 settembre conobbi Alfredo (nome di battaglia di Vannuccio Vanni), il commissario politico del CLN di Lucca, comunista, e ne rimasi affascinata. Lo sentivo parlare e mi resi conto di cosa fosse la Resistenza, capii che dovevamo vivere nella clandestinità, dovevamo frequentare le stesse persone, i soliti posti, i soliti fascisti anche. Dovevamo fare la vita di sempre e sarebbe stato difficile. Però quando Alfredo stava per andare via, gli afferrai il braccio e gli dissi: voglio fare qualcosa anche io.

Nara si mette allora in contatto con Ida Boschi dei Gruppi di difesa della donna e soprattutto con la referente lucchese dell’organizzazione, Maria Lazzareschi, impiegata alla TETI e collega del partigiano Roberto Bartolozzi, che verrà poi ucciso dai fascisti il 30 giugno del 1944. Insieme alle altre donne svolge soprattutto attività clandestina di volantinaggio e propaganda, ma anche assistenza ai partigiani per rifornirli di viveri e indumenti.

Nel gennaio del ’44, dopo il bombardamento della stazione di Lucca, Nara e la sua famiglia si trasferiscono a Camigliano, nel comune di Capannori. Qua, con la mamma incinta e il padre nascosto perché perseguitato dai fascisti, sarà lei a dover pensare al sostentamento della casa, senza mai rinunciare alla lotta partigiana. Conosce Ilio Menicucci, il tenente Ilio, comandante della formazione S.T.S. (dal nome dei tre paesi in cui operava, Sant’Andrea in Caprile, Tofori e San Gennaro), riesce a mettere in salvo quaranta uomini, trasporta venti chili di grano al giorno dalle campagne alla città, sottrae medicinali ai tedeschi, tiene continui contatti con il Comando militare di Lucca e fa da collegamento con le formazioni limitrofe, operanti sulle Pizzorne, a Villa Basilica e a Bagni di Lucca, instaurando con tutte loro un rapporto di mutuo soccorso.

Ilio me l’hanno ammazzato i tedeschi il 6 settembre del ’44, un giorno prima della liberazione del paese di San Gennaro, a Capannori, un giorno dopo la liberazione di Lucca. Lo catturarono e lo trucidarono, gli trovarono in tasca la fascetta del CLN. Eravamo amici, stavamo sempre insieme, parlavamo di democrazia, del bisogno di una nuova carta. Non dicevamo carta costituzionale, perché non lo sapevamo. Dicevamo più semplicemente nuove regole. Ancora oggi penso a come avremmo potuto salvarlo: quando sei libero pensi a chi non ce l’ha fatta e io Ilio ce l’ho sempre davanti.

Mi sono sempre sentita una partigiana al pari degli altri partigiani, perché io so quello che ho dovuto passare, quello che ho dovuto fare in quei mesi, i chilometri che ho percorso in bicicletta… Dopo la guerra però hanno ricordato e celebrato sempre di più gli uomini e molto poco le donne. Noi donne, per gli uomini, eravamo solo staffette o ausiliarie, combattenti quasi mai.

Ed è soprattutto questo il motivo che spingerà Nara a rifiutare, a guerra finita, la proposta di Palmiro Togliatti di seguirlo a Roma, per frequentare le scuole del Pci, a Frattocchie, ed entrare a far parte della commissione femminile del partito.

Gli dissi di no, che non sarei andata: c’era bisogno di me a Lucca, alla base. Finita la lotta armata bisognava continuare con l’orientamento politico e lottare per i diritti delle donne. C’era da pensare alla ricostruzione ed è stata una lotta anche quella. A Lucca dentro il partito c’era un maschilismo tremendo. Mi ricordo che dovemmo lottare anche per vederci riconosciuto il diritto di voto, perché gli uomini, gli stessi uomini con cui mi ero confrontata per mesi durante la Resistenza, non volevano, dicevano che le donne alle elezioni avrebbero fatto perdere la Repubblica e il Pci. Capii che c’era tanto da fare, che a quel punto avremmo dovuto intraprendere una liberazione anche come donne. Io mi sono imposta: non avrei mai accettato di svolgere un ruolo marginale rispetto agli anni della clandestinità. Per me è stato un passaggio naturale impegnarmi nell’Unione donne italiane, nell’Anpi e nel partito. Lavoravo, la sera andavo in sezione e poi la mattina di nuovo a lavoro. Sempre puntuale, perché i comunisti dovevano essere i primi a entrare e gli ultimi a uscire.

Nara, una partigiana combattente, che ha combattuto per tutta la vita. Per affermare i diritti delle donne, per le conquiste civili, per difendere i più deboli. Per lei, oggi che ha 95 anni, la Resistenza non è mai finita: mai abbassare la guardia, dice.
Con un filo di voce, ma con tutta la potenza di quel ¡No pasaràn! di 83 anni fa.

Nadia Davini

Nadia Davini, classe 1988, una laurea in scienze politiche ed internazionali e una passione incontrollata per le relazioni umane, le dinamiche che regolano rapporti, avvenimenti, fatti piccoli e grandi e le storie. Storie di vita passata e, soprattutto, storie di persone.
Giornalista, si occupa di comunicazione a tutto tondo: ufficio stampa, social-media marketing, reportage, scrittura e fotografia. A caccia di storie e di vita, aiutata anche da una videocamera con cui realizza video-doc giornalistici.

Leggi tutte le voci scritte da Nadia Davini