Nina Simone

Tryon (North Carolina) 1933 - Carry-le-Rouet 2003
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Con l’affermazione del blues, i temi dell’uguaglianza e dell’integrazione trovarono un significativo veicolo di comunicazione nella musica. In una società come quella USA che negava agli afroamericani la dignità, l’uguaglianza e persino i mezzi per conquistarla, le grandi cantanti blues come “Ma” Rainey, Bessie Smith, Billie Holiday e molte altre dovevano il loro successo e la loro popolarità proprio all’intima conoscenza e personale esperienza “blues” della vita degli afroamericani; esse divennero simboli e portavoce della comunità nera e avrebbero contribuito grandemente a indicare alle donne un lento e difficile processo di emancipazione. L’importanza delle donne, nella storia del blues, non è stata mai abbastanza riconosciuta.
L’interprete che negli anni Sessanta raccolse maggiormente questa eredità fu Nina Simone, nome d’arte di Eunice Kathleen Waymon, nata a Tryon, cittadina della Carolina del Nord. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza sottomettendosi alle leggi e ai divieti che la pratica della segregazione imponeva alla sua comunità, e questo la segnò profondamente. Bambina prodigio, aveva un talento ineguagliabile per la musica tanto che a sei anni iniziò la sua formazione classica. Lorraine Hansberry le mostrò la strada: fu infatti la prima autrice afroamericana a conoscere il successo a Broadway con la pièce A Raisin in the Sun nel 1959, che vinse il primo New York Drama Critics Circle Award assegnato ad una donna nera. Nel 1963 anche in seguito ad un attentato dinamitardo in cui persero la vita quattro bambine afroamericane, Nina Simone compose la sua prima canzone di protesta, Mississippi Goddam (Maledetto Mississippi).
«All I want is equality, For my sister, my brother, my people, and me».
Nina Simone lasciò che musica e politica riempissero interamente la sua esistenza, sollecitata dai giovani attivisti della causa nera che ne ammiravano la personalità e la capacità di comunicare. Mise progressivamente la sua musica a servizio delle battaglie per i diritti civili. Grazie al suo carattere istrionico e alla sua attitudine a punzecchiare e stimolare la platea, raggiunse l’obiettivo di far amare i suoi concerti a ogni genere di pubblico. La sua musica divenne una cassa di risonanza perfetta degli avvenimenti che dilaniavano l’America: un mix di jazz, classica, gospel, folk e ballate, che essa stessa definì Black Classical Music, una formula che cercava di scuotere la coscienza bianca e che esprimeva la fierezza di un’intera comunità di artisti e militanti neri. Uno dei brani più importanti e rivoluzionari interpretati da Nina Simone durante la sua carriera fu Strange Fruit, che riprende la ballata resa celebre da Billy Holiday, nella quale si parla di un impiccato nero, vittima di un linciaggio, appeso a un albero, appunto come uno strano frutto. Questa canzone ebbe il merito di raccontare di nuovo gli orrori del razzismo e delle violenze dei bianchi sugli afroamericani, accettati passivamente da molti e di riportarli alla attenzione generale. Billie Holiday aveva inciso la canzone nel 1939, e poco tempo dopo fu pubblicata sul «Times» una foto della Holiday (la prima immagine di una donna afroamericana pubblicata su una rivista).
Una canzone femminista per eccellenza di Nina Simone è senza dubbio Four Women; la Simone esplora i sentimenti di quattro donne nere e attraverso di loro traccia un ritratto caustico della sottomissione della donna nera americana, che per sopravvivere è schiava della sua bellezza o della sua situazione sociale.
Nella lotta per l’affermazione dei diritti dei neri la Simone ebbe l’appoggio di molti altri attivisti, uomini e donne. In particolare si legò a Miriam Makeba, cantante sudafricana, che in America diventerà un’infaticabile oppositrice del regime di apartheid sudafricano, denunciando pubblicamente il regime di Pretoria, e pronunciando un discorso che avrà grande risonanza alle Nazioni Unite.
Nina Simone incise oltre una trentina di album e ricevette importanti riconoscimenti dentro e fuori gli Stati Uniti
Considerata da molti come la cantante jazz più raffinata di quegli anni, dotata di una straordinaria presenza scenica e di un’enorme capacità di legarsi al suo pubblico, venne chiamata The High Priestess of Soul, la grande sacerdotessa dell’anima.
Nina ha girato il mondo, e ha vissuto a Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. La sua vita non è stata facile: ha avuto rapporti complicati con uomini potenti e violenti (come il suo marito-manager). Si è sposata due volte e nel 1964 ha avuto una figlia. In seguito si è legata a Earl Barrow, primo ministro delle Barbados, e nel 1980 un suo amante C.C. Dennis, importante politico locale, è stato ucciso.
In seguito al polemico abbandono degli Stati Uniti i suoi album vennero pubblicati solo di rado; ma dopo che negli anni Ottanta la Chanel utilizzò, per una pubblicità televisiva, la sua My Baby Just Cares For Me, molti hanno riscoperto la sua musica e Nina è diventata un’icona del jazz. Nel 1987 questo brano di quasi trent’anni prima entra prepotentemente nelle classifiche inglesi, senza che a Nina venga riconosciuto alcun diritto. Si moltiplicano antologie e ristampe dei suoi dischi. Dopo questi successi, si ripresenta con un nuovo LP, Nina’s Back, del 1985, seguito da Live & Kickin’.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Angela Davis, Blues Legacies and Black Feminism: Gertrude “Ma” Rainey, Bessie Smith and Billie Holiday, New York, Vintage books, 1999

I Put a Spell on You: The Autobiography of Nina Simone, New York, Pantheon Books 1991

Ruth Feldstein, “I Don’t Trust You Anymore”: Nina Simone, Culture, and Black Activism in the 1960s, March 2005 (link)

Gianni Del Savio, Nina Simone. Il piano, la voce, l'orgoglio nero, Vololibero 2017

David Brun-Lambert, Nina Simone, una vita, Feltrinelli 2014
Alan Light, What happened, Miss Simone?, Il Saggiatore 2016

Alessia Rao Torres

Nata a Milano (1984) si è laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso la Facoltà di Scienze Politiche con una tesi dal titolo: Black Ladies: la Sfida della Donna Afroamericana nel Secondo Dopoguerra.

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