Nives Meroi

Bonate Sotto (Bergamo) 1961 - vivente
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Nives, dal latino le nevi, come lei stessa dirà «Ce l’ho addosso!»

“Amo la neve all’arrivo al campo base quando stende sulla pietraia una tovaglia liscia e le nostre tende spuntano come tazze rovesciate. Amo la neve profumata di prima colazione, neve al caffè, al cacao. Poi subito la odio quando ci affondo i passi che devo tirar fuori a strappo, quando nasconde la bocca dei crepacci…”

Considerata tra le maggiori alpiniste donne della storia, ha scalato, insieme al marito Romano Benet, anch’egli alpinista, tutti i 14 ottomila senza l’uso di ossigeno supplementare e senza alcun aiuto di portatori d’alta quota, prima coppia in assoluto a riuscire nell’impresa.

Erri De Luca, nel definirla la più forte in assoluto proprio in virtù di questa modalità di arrampicarsi, riconosce, nella rinuncia all’uso dei portatori, una delle qualità della scalatrice: il rispetto per la vita, propria e altrui.

“Noi non vogliamo pagare a qualcuno il salario della sua pelle, prendergli in affitto l’esistenza. Non potremmo salire tranquilli. Noi paghiamo i portatori fino al campo base, fino a dove è in gioco solo la fatica, non la vita”.

Nata il 17 settembre 1961 a Bonate Sotto in provincia di Bergamo, Nives Meroi vive in Friuli, a Fusine Laghi. Quando è ancora piccola, la famiglia – una famiglia normale in cui nessuno pratica sport – si trasferisce a Tarvisio e qui, come tanti ragazzi del luogo, d’inverno pratica lo sci e d’estate l’atletica. Frequenta il liceo linguistico a Udine e sogna di tradurre libri. Durante il periodo scolastico usa il fine settimana per andare in montagna.  Ed è su quelle montagne del Friuli, montagne difficili come le più note Dolomiti, ma meno frequentate e per questo meno attrezzate, che nasce il desiderio di sperimentare. Le Alpi Giulie costituiscono una scuola di formazione severa che insegna a praticare un alpinismo esplorativo in cui è necessario cercare da soli la via, consapevoli dei propri mezzi e delle proprie capacità: la conoscenza profonda di sé diventerà il presupposto fondamentale per affrontare più tardi le grandi montagne dell’Himalaya.

In quell’epoca nasce il sodalizio con Romano Benet, che diventerà suo compagno fisso di cordata, con cui inizierà a realizzare quel modo di procedere improntato alla ricerca che sarà la loro cifra. Nell’89 si sposano e, come viaggio di nozze, compiono una spedizione in Sudamerica, sulla Cordigliera bianca, una sorta di allenamento prima di intraprendere la via alle vette più alte. Inizia così la carriera alpinistica himalayana tentando, nel 1994, di aprire una variante della via dei Giapponesi sul versante Nord-Nordovest del K2. L’itinerario si interromperà a pochi metri dalla cima poiché arrivati sopra a uno sperone, che credevano collegato alla vetta, si accorgono che era invece staccato da un abisso. Nives, che è la prima donna al mondo a tentare questo versante, ricorderà questa esperienza come una bella lezione di umiltà e rispetto

“Gli dei volevano che accettassi il fallimento senza scoraggiarmi, perché quando si tentano nuove vie, queste presentano sempre una possibile sconfitta.”

Nel 1995, Nives e Romano realizzano una nuova via sulla parete nord del Bhagirathi II (6450 mt.) scendendo, sempre lungo una via nuova, sulla parete sud.

Nel 1998 raggiungono la vetta del Nanga Parbat (8125 mt.) in sole nove ore dall’ultimo campo, riuscendo in un’impresa tecnicamente e fisicamente eccezionale.

Nel 1999 è la volta della cima dello Shisha Pangma (8046 mt.) e, solo dieci giorni dopo, quella del Cho Oyu (8202 mt.). Un’accoppiata velocissima che dà la cifra del loro valore.

Nel 2003 arriva un trittico d’eccezione con la salita in successione di Gasherbrum I (8068 mt.), Gasherbrum II (8035 mt.) e  Broad Peak (8047 mt.). Il tutto in venti giorni, un tempo da record e, soprattutto, mai nessuna donna aveva realizzato una simile impresa.

Le scalate, come sempre by fair means  da soli, o in compagnia di un ristrettissimo numero di amici, tra i quali Luca Vuerich, il fidanzato della sorella di Nives, continuano con l’arrampicata sul Lhotse (8516 mt.) nel 2004, effettuata in soli tre giorni. Segue nel 2006, il Dhaulagiri (8167mt.).

E poi una salita da incorniciare: quella del  K2. Sono le ore 13 del 26 luglio 2006 quando i due toccano la vetta della «Montagna degli Italiani» lungo lo storico Sperone degli Abruzzi.
Con questa salita, Nives raggiunge “quota nove”, il massimo delle vette oltre gli 8000 mt. raggiunte nella storia da una donna.

Nel 2007 arriva anche la montagna più alta, l’Everest (8850 mt.) e, nel 2008, il Manaslu (8163 mt.), raggiunto dopo solo tredici giorni. L’attesa notizia è comunicata via radio alla sorella di Nives, impegnata al campo base del Manaslu con la ricerca scientifica sull’edema polmonare.

Nel 2009 affrontano la salita del Kangchenjunga. Nives è in corsa per diventare la prima donna ad aver raggiunto tutti i 14 Ottomila.  Ma inspiegabilmente Romano appare affaticato, non è in grado di continuare la salita. Poco prima della vetta, lui le dice di andare e che l’aspetterà lì. S’impone una scelta, ma senza esitazioni, lei gli risponde: “Non ti farò aspettare” e scende, rinunciando alla gara per il record. L’episodio, che la vedrà impegnata per due anni nella cura del compagno, affetto da una grave forma di aplasia midollare, ispirerà a Nives un modo diverso di concepire l’impresa di scalare le montagne. Annuncerà il suo ritiro dalla competizione con queste parole:

“L’alpinismo di oggi perde le proprie caratteristiche… ovvero esplorazione di sé stessi in contesti diversi. Il fatto che l’alpinismo himalayano femminile sia diventato una corsa con come unico obiettivo il risultato mi ha fatto decidere di non giocare più”.

Il passaggio a questo nuovo rapporto con la montagna e la vita è espresso dal suo racconto

“[…] Io non mi ero ancora liberata di quel senso di sporcizia, quella puzza che mi sentivo addosso per avere preso parte allo spettacolo. Noi abbiamo recitato una parte, siamo stati al gioco della corsa femminile agli Ottomila perché era l’unico modo per trovare degli sponsor e riuscire a ripartire ogni anno”.

Poi, dopo la quindicesima vetta, quella della vita, come lei stessa la chiamerà, il cammino himalayano riprende e nel 2014 sono in vetta agli 8.586 metri dell’altissimo Kangchenjunga, Nel 2016 arriva il Makalu. Infine, nel 2017, ecco la cima dell’Annapurna con la quale Nives completerà il «grande tour» delle 14 cime.

Giunta al termine di questa lunga scalata di cime, ecco delinearsi lo scopo che muove i suoi passi: il desiderio di bellezza, quella che nasce da un alpinismo onesto, pulito, leggero, non violento, che sposta l’obiettivo dal quanto al come. Con questi aggettivi, che Nives sintetizza nell’espressione “andare in montagna”, si qualifica il percorso che la porta ad assumere un personale modo di vivere e interpretare l’alpinismo. È qui che inizia a delinearsi un modus femminile di vivere l’alpinismo cui fa seguito l’uso di una diversa terminologia.

L’uso di espressioni quali «attacco alla cima», «conquista della vetta» non appartengono al suo sentire:

“Quando arrivo in cima a una montagna, il mio non è mai uno sguardo di conquista, è uno sguardo che abbraccia. Non la vivo come una sfida alla natura, ma come una ricerca di un’armonia di me all’interno dell’ambiente. È una forma di appartenenza.  … Lassù io sono Nives la pietra, Nives la neve…Sono un’alpinista, però con l’apostrofo e quell’apostrofo è la mia bandierina di donna che faccio sventolare lassù. …Per i maschi una cima è un desiderio esaudito, per me è il punto di congiunzione con tutto il femminile di natura”.

Nives, che su iniziativa del Presidente della Repubblica nel 2010 è stata nominata Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “Per gli eccezionali traguardi raggiunti nell’alpinismo di alta quota, un’attività che era rimasta a lungo prerogativa maschile”, si chiede se sia possibile andare in montagna da donne, aprendo così una nuova modalità.  Ed è questa la sua sfida.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, Feltrinelli, Milano 2016

Nives Meroi, Non ti farò aspettare, Rizzoli, Milano 2015

Storia Alpinistica Delle Donne Nel ‘900” Relazione Convegno Di Belluno 28.10.1999

Sito ufficiale

Paola Malacarne

Psicologa clinica e di comunità, ex insegnante di scuola dell’infanzia, presidente della commissione Pari Opportunità del comune di San Casciano V.P.
Progetta e realizza percorsi formativi per lo sviluppo delle P.O. e la prevenzione della violenza di genere. 
È socia referente per la provincia di Firenze e Prato dell’associazione Toponomastica femminile.
Si occupa di cine-terapia e conduce gruppi di incontro incentrati sull’esperienza filmica di cui al blog: https://cineriflessioni.wordpress.com/about

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