Olga Masters

Pambula (NSW, Australia) 1919 - Wollogong (NSW, Australia) 1986
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Secondogenita di otto figli, Olga Lawler Masters nasce il 28 maggio 1919 a Pambula, sulla costa meridionale del New South Wales, in Australia, e cresce nel periodo della Grande Depressione che precede la seconda guerra mondiale.
Costretta a lasciare presto la scuola per aiutare la famiglia in continuo spostamento alla ricerca di lavoro, a quindici anni si avvia alla carriera giornalistica scrivendo per un giornale locale, il «Cobargo Chronicle». A diciotto anni si trasferisce a Sydney, dove trova impiego come stenodattilografa e copywriter di annunci pubblicitari radiofonici. Lì incontra Charles Masters, un insegnante che sposerà nel 1940. Anche i Masters, come i Lawler, cambiano spesso residenza per motivi di lavoro. Purtroppo, come succedeva e continua a succedere a molte donne, la maternità limita le sue opportunità di carriera. Giornalista nei ritagli di tempo, Olga mette al mondo sette figli prima di riuscire, a cinquantotto anni, a dedicarsi all’attività per la quale si sente ‘chiamata’: la scrittura. «È come alzarsi la mattina e non succede niente, ma poi le cose cominciano ad accadere, e sono sempre cose interessanti», sostiene l’autrice durante un colloquio con Marisa Caramella[1], che ha curato l’edizione italiana di Una famiglia di donne (The Home Girls, 1982), primo libro di Masters.
A metà degli anni Sessanta, i Masters rientrano a Sydney, i ragazzi sono ormai cresciuti e ognuno di loro intraprende con successo una carriera diversa. Olga può finalmente dedicarsi a tempo pieno al giornalismo e lo fa collaborando con diversi quotidiani importanti, tra cui il «Manly Daily» e il «Sydney Morning Herald». La sua biografa, Deirdre Coleman, ricorda che Masters ha vissuto in un periodo di straordinario cambiamento nella struttura e nelle dinamiche della famiglia australiana, e che le vite di donne del passato e del presente, all’interno come all’esterno delle mura domestiche, costituiscono il soggetto principale del materiale giornalistico e narrativo dell’autrice. Per lo «Herald», Masters cura una rubrica dedicata alle donne, Style, e la utilizza per osservare, riflettere e provocare, discutendo di scrittura, arte, economia domestica, moda, etichetta, dinamiche familiari e del ruolo delle donne in tempo di guerra. In un suo articolo del 1985, afferma: «Quel che si dice è vero, la guerra lascia un’impronta indelebile sulle nostre vite, ma sarebbe più giusto dire che le ridisegna. E forse questo vale più per le donne che per gli uomini».[2]
Sul cambiamento della condizione femminile Masters rifletteva da molto tempo: «[Noi donne] Non eravamo solo ingenue, rispetto agli standard odierni, ma assolutamente ignoranti. Per noi, fare jogging significava trottare in fretta dal macellaio quando vendeva salsicce senza chiedere le tessere annonarie. La parola heroin ci sarebbe sembrata il nome di un uccello. Nessuna aveva mai sentito parlare di un figlio morto di cancro. La pillola era qualcosa da prendere in caso di stitichezza, e la parola gay esprimeva lo stato d’animo che ci accompagnava per la maggior parte del tempo, persino quando in ventiduemila, tra uomini e donne australiani, erano tenuti prigionieri in Giappone».[3]
Tra il 1977 e il 1980 alcuni suoi racconti ricevono importanti premi letterari e nel 1982 arriva finalmente il primo libro, The Home Girls, una raccolta di racconti che riceve il National Book Council Award nel 1983. In seguito al premio, Masters riceve una sovvenzione dal Literature Board dell’Australia Council che le consente di dedicarsi esclusivamente alla narrativa fino alla fine dei suoi giorni. Morirà di tumore al cervello nell’ospedale di Wollogong il 27 settembre 1986, all’età di 67 anni.
Le storie di Una famiglia di donne sono ambientate nel paesaggio rurale dell’infanzia di Masters durante la Grande Depressione degli anni ’30; i protagonisti sono soprattutto donne e bambini, ritratti nel loro quotidiano degrado economico e sociale. Lavorando su una tela di dimensioni ridotte, Masters dipinge le famiglie, le comunità e le relazioni interpersonali con estremo disincanto, ma anche con profonda comprensione. Il suo sguardo acuto scorge nelle vite misere e deprimenti dei personaggi e nella triste monotonia del loro mondo una drammatica e complessa realtà, rivelando gli aspetti più significativi del banale, il comico nel tragico. Masters è una scrittrice definita da più parti non politica e che tuttavia osa avventurarsi su terreni che di solito la letteratura femminista preferisce non calpestare – ad esempio, il rapporto misto di solidarietà e odio che esiste tra due donne, moglie e amante dello stesso uomo, o la tremenda solitudine della vecchiaia al femminile, o ancora l’ostilità e la crudele competitività che si nascondono dietro l’ostentazione di buoni sentimenti nei rapporti tra un gruppo di amiche di mezza età. Osa, in definitiva, evidenziare tutte le contraddizioni che esistono nella condizione femminile e nei rapporti tra donna e donna, davanti alle quali penne più belligeranti e politiche della sua si fermano spaventate.
I rapporti con gli uomini li dà per scontati, li presenta così come sono, senza veleno e senza retorica.[4] I racconti collegati tra loro di A Long Time Dying si svolgono nella Cobargo del 1935 – ”un posto terribilmente noioso“ – e approfondiscono il tema dell’isolamento psicologico, economico e sociale delle donne. In un simile ambiente, governato dal pettegolezzo, la sensualità è un pregio che può diventare deprecabile e la casa, nonostante sia un tema centrale, è vissuta come rifugio/prigione.
Nel primo romanzo di Masters, Loving Daughters, due sorelle di talento si contendono i favori di un pastore protestante inglese arrivato da poco in città, che crede di amarle entrambe. La loro lotta, mossa in realtà da un forte desiderio di autonomia, è destinata a fallire fin dal principio, date le sfavorevoli circostanze sociali dei protagonisti.
Amy’s Children, secondo e ultimo romanzo di Masters, racconta la vita di una donna che inizialmente rompe con i propri legami economici e sociali per poi finire in una situazione ugualmente oppressiva.
Leggendo Masters non si può evitare di ricordare Henry Lawson, padre fondatore della “short story” australiana e abilissimo realizzatore di brevi ma intensi “sketches from life”[5], scene di vita ambientate nel bush australiano, in cui la trama è tralasciata a favore del dettaglio vivido, frutto di una scelta molto accurata.
La scrittura di Olga Masters è rapida, sobria e discreta, minimale e ricca di sfumature, suggerisce, invece di sentenziare, e sa toccare con delicatezza le emozioni e gli stati d’animo più intensi, invece di rivelarli in modo brutale. Masters dimostra una profonda comprensione dei sentimenti umani e riesce a lasciar fuori le cose per concentrarsi su un dettaglio o un’immagine particolare che raccoglie in sé tutto il valore di una storia, e in un certo senso ne contiene simbolicamente l’intero significato. È un mondo di accenni e allusioni, dove la cosa detta apertamente ha un impatto emotivo più debole rispetto alla cosa percepita. Masters è molto abile nella caratterizzazione, i suoi dialoghi sono credibili, la sessualità è trattata con schiettezza, l’osservazione del dettaglio idiosincratico e l’ironia comica illuminano gli eventi, le conversazioni e i sentimenti in apparenza irrilevanti delle vite dei personaggi, rivelandone tutta la grettezza e i rigidi vincoli sociali, ma anche celebrandone le gioie occasionali. Il senso di solitudine e isolamento, fisico ed emotivo, è onnipresente, e i personaggi sembrano incapaci di condividere con chi li circonda le diverse prospettive di vita. I momenti di contatto e di comunicazione effettiva sembrano vaghi e fugaci in queste storie, dove la vita stessa appare molto fragile – una raccolta di immagini, desideri, memorie, sentimenti, tutti precari e non solo in sé stessi, ma anche a causa del mondo esterno in continuo mutamento, come le figure di un caleidoscopio.[6]
Oltre a Lawson, è quasi naturale accostare Masters a un altro importante giornalista e scrittore di straordinari romanzi e racconti brevi: Hemingway. «Ciò che distingue Hemingway dai suoi contemporanei e predecessori è la teoria che aveva elaborato per risolvere la questione dei limiti di spazio imposti dal racconto breve: come fare a dire di più di quanto lo spazio a disposizione sia in grado di contenere? Il principio dell’iceberg (così è stata chiamata la sua teoria), lascia tracce ben distinte nei suoi racconti: uno stile rapido, asciutto e scarno, una presentazione naturalistica delle azioni e delle osservazioni, quella grandissima risorsa che è il dialogo drammatico, e un sistema di nessi, interrelazioni e collegamenti che si estende in avanti e indietro tra i diversi racconti»[[7]. Ed estremamente scarna è anche la scrittura di Masters, priva di sostegni che reggano il filo terso del racconto. Così come povera e asciutta è la natura che fa da teatro alle vicende dei personaggi, il bush australiano, con la sua vegetazione spinosa, polverosa, riarsa, gli animali strani – particolari che fanno sentire il lettore “agli antipodi” e insieme lo costringono a tornare a un’epoca in cui una gita al mare la domenica era un avvenimento eccezionale. Personaggi e paesaggio si fondono in una specie di ruvida armonia: sono ostili ma avari e tenaci, scontrosi e cupi ma illuminati a tratti da una bellezza selvaggia. Le persone assumono gli stessi connotati della natura che fornisce loro il sostentamento quotidiano, e la loro ribellione o la loro follia si rivelano nello sguardo fisso lontano, sulla strada dove passano le poche automobili dirette in città, verso una vita più generosa di quella delle piccole comunità agricole, rigide e chiuse, che Masters descrive con spietata lucidità.[8]

NOTE
1.Caramella, nella postfazione di Una famiglia di donne..
2.Coleman.
3.Coleman.
4.Caramella.
5.Webby.
6.Riem.
7.In Analysis of Hemingway’s Narrative Technique as a Short-Story Writer.
8.Caramella.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Racconti

The Home Girls, 1982 (Una famiglia di donne, Feltrinelli, 1988)

The Rose Fancier, 1988

Collected Stories of Olga Masters, 1996

Romanzi

Loving Daughters, 1984

A Long Time Dying, 1985 (raccolta di racconti collegati tra loro, pubblicata come romanzo)

Amy’s Children, 1987

Teatro

The Working Man’s Castle, 1988

Fonti

Coleman, Deirdre, Olga Masters Reporting Home: Her writings as a journalist, University of Quensland Press, St Lucia, 1990

Ellison, Jennifer, Rooms of their own, Penguin, Ringwood, VIC, 1986

Masters, Olga, Una famiglia di donne, a cura di Marisa Caramella, Feltrinelli, Milano, 1988

Riem, Antonella, The Labyrinths of the Self - A Collection of Essays on Australian and Caribbean Literature, FILEF Italo-Australian Publications, Leichhardt, NSW, 1988

Webby, Elizabeth, The Cambridge Companion to Australian Literature, Cambridge University Press, 2000

AAVV, Analysis of Hemingway's Narrative Technique as a Short-Story Writer, in BookRags Student Essays, BookRags, Inc., 2000-2006 (http://www.bookrags.com).

Una scheda a lei dedicata sul sito del suo editore australiano

Una scheda a lei dedicata su The Australian Women's Archives Project

Daniela Marina Rossi

Laureata in Lingue e letterature straniere (inglese e francese) all’Università di Pisa, ha seguito il marito geologo in giro per il mondo. Durante un lungo soggiorno in Venezuela ha imparato lo spagnolo e ha lavorato come interprete e traduttrice. Dal 1996 è traduttrice free lance. Nel frattempo ha cresciuto due figli. Nel 2010 ha frequentato un Master di II livello in traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese presso l'Università di Pisa. Ha tradotto poesie in collaborazione con la rivista online «El Ghibli» e con la rivista «Semicerchio», e fa parte dello staff di Babel, il festival letterario che si svolge ogni anno in Svizzera, a Bellinzona. Nei prossimi anni, spera di potersi dedicare esclusivamente alla traduzione editoriale.

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