Oringa Menabuoi

detta Beata Cristiana

Santa Croce sull'Arno 1240 - Firenze 1310
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In una Toscana agitata dai contrasti tra Guelfi e Ghibellini, a metà strada tra Firenze e Pisa in quel di Santa Croce sull’Arno, nel 1240 viene alla luce una bambina nella modesta famiglia Menabuoi, a cui è assegnato il nome di Oringa. Nonostante la giovinetta manifestasse uno spiccato interesse per la preghiera e le pratiche devozionali, la famiglia, secondo il costume del tempo, la destina ad andare sposa ancora in giovanissima età. Ma Oringa, per scongiurare quella sorte prefissatale dai fratelli che, dopo la morte della madre la facevano da padroni in casa, preferì trasferirsi a Lucca a servizio presso il Cortevecchia, un maggiorente locale “huomo da bene e virtuoso”. Dopo qualche tempo, Oringa lasciò la città toscana per recarsi in compagnia di alcune altre donne in pellegrinaggio al santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano. Durante il viaggio di ritorno, sostando a Roma ospite di Margherita, una vedova di origini aristocratiche e molto religiosa, furono tali e tante le manifestazioni delle virtù morali di Oringa, che il popolo romano cominciò a chiamarla Cristiana, appellativo che le rimase per sempre. In occasione di un pellegrinaggio compiuto con la nobildonna romana alla tomba di San Francesco d’Assisi alla Porziuncola, ebbe la visione di “una casa edificata in un luogo e in un modo, in cui poi lei fece costruire il monastero di S. Croce”. Rientrata infatti nel paese d’origine nel 1277, incominciò a mettere in pratica il suo ideale di vita religiosa attirando, col suo esempio, altre giovani donne desiderose di un’esistenza claustrale al servizio di Dio: ebbe così origine il monastero di Santa Maria Novella, un romitorio inizialmente posto dalla fondatrice sotto la regola francescana, più tardi conforme a quella agostiniana. Cristiana, che non accettò mai l’incarico di priora e che era solita svolgere i lavori più umili previsti nella comunità da lei fondata, morì il 4 gennaio 1310 dopo aver sofferto negli ultimi anni della sua vita gravi infermità sopportate con rassegnazione e, a detta dei testimoni, con gioia. Inumata nella chiesetta del monastero, le sue spoglie divennero fin da subito oggetto di venerazione da parte dei santacrocesi, che numerosi visitavano le spoglie della Beata e ne invocavano la protezione.
Un culto locale capace, però, di resistere all’usura dei secoli, tanto da essere definitivamente confermato nel 1776.
Una lunga scia di spiritualità che supera il razionalista e materialista Secolo dei Lumi e raggiunge l’Ottocento romantico percorso da né piccole né poche correnti e tensioni mistiche. Ne risente anche il convento di Santa Croce sull’Arno, che vede moltiplicarsi le richieste di giovani donne che di fronte ai dolori della società e della storia optano per una vita appartata, di raccoglimento, di preghiera. Molte di queste converse giungono da lontano, addirittura dalla Sicilia, e portano con sé alcuni sapori della propria terra. Per esempio le mandorle, che le suore di Santa Maria Novella utilizzano per produrre dolcetti da regalare, in occasione delle festività natalizie, alle famiglie importanti della cittadina toscana. Una simpatica abitudine che, ripresa dai fornai e dalle massaie santacrocesi, trasformò questo pasticcino, un amaretto di origine claustrale, in un prodotto caratteristico di quest’area della Toscana. Al punto che i proprietari delle concerie, il settore produttivo che ha reso Santa Croce sull’Arno famosa nel mondo, sempre per Natale, erano soliti fare dono di amaretti alle proprie maestranze e ai propri clienti.
Una “dolce” consuetudine che ha conosciuto il destino di tante altre tradizioni simili: ovvero, un periodo di oblio in corrispondenza con gli anni del boom economico e del consumismo, per essere riscoperta in tempi più recenti.
Oggi Santa Croce sull’Arno rilancia il suo amaretto e lo sostiene già da qualche anno con una fortunata sagra ricca di manifestazioni gastronomiche, culturali, solidali, ottenendo importanti risultati quali il riconoscimento per l’amaretto santacrocese di “prodotto tipico toscano” alla pari con i più famosi cantuccini di Prato, il buccellato di Lucca, il panforte di Siena, i brigidini di Lamporecchio.
Un bel risultato da consolidare e da ampliare: anche noi offriamo una mano in questo senso, proponendo la ricetta dell’amaretto di Santa Croce sull’Arno.

Amaretti di Santa Cristiana

Ingredienti:
– 1kg di mandorle di Avola, sgusciate;
– 800 gr di zucchero;
– la scorza di 1 o 2 limoni, senza niente del bianco interno;
– 1 uovo intero.

Metti le mandorle in acqua bollente per circa tre minuti, in modo che si ammorbidisca la pellicola che le avvolge; scolale e passa lo scolapasta sotto l’acqua tiepida. Sbucciale, poi tritale in un mixer. Sistema il prodotto ottenuto in un vassoio profondo insieme con lo zucchero e le scorze di limone tritate, mescola e frulla di nuovo nell’apposito elettrodomestico il composto in modo da avere una pasta omogenea.
Unisci l’uovo intero e lavora bene l’impasto con le mani o utilizzando un cucchiaio di legno. Nel forno caldo, sulla carta da forno, sistema i dolcetti a cui avrai dato la tipica forma di piccolo cono un po’ grossolano e bitorzoluto.
Appena coloriti, dopo 10 minuti, saranno cotti. Servili quando si sono raffreddati, accompagnati con il vinsanto.
Le varianti, come per tutte le ricette tramandate a memoria, sono tante quante le famiglie del paese della Toscana che il 4 gennaio ricordano la festa della Beata con gli amaretti. Qualcuno al posto del limone mette l’arancia.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Malvolti Alberto, Fucecchio e dintorni. Storie e microstorie tra Medioevo ed età moderna, 2015

http://www.santiebeati.it/dettaglio/36230

Lami Giovanni, Deliciae Eruditorum Seu Veterum Anekdotōn Opusculorum Collectanea, Firenze 1769

Papasogli Giorgio, Uno core et anima in Dio. La Beata Cristiana da Santa Croce, Ancora, Milano 1969

Luciano Luciani

Luciano Luciani (Roma, 1947), docente di italiano e latino, ha insegnato nei licei di Capannori, Forte dei Marmi, Viareggio e Lucca. Giornalista pubblicista ha collaborato e collabora con numerose testate locali e nazionali, on line e di carta. Ha scritto libri di storia e antropologia del cibo, sul Risorgimento e sulla Resistenza.

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