Orsolina Montevecchi

Gambettola (Forlì-Cesena) 1911 - Milano 2009
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Alla lezione di papirologia non eravamo tanti. Ricordo una lezione in cui fu fatta passare una busta bianca, contenente un dono di non ricordo chi per la professoressa Orsolina Montevecchi. Un pezzetto di papiro antico, senza scritto niente sopra. Lo girammo per i banchi dell’aula; era novembre, forse dicembre 2008. La destinataria del dono, che noi non avevamo mai sentito nominare, in quei giorni stava nella camera di una casa di riposo, forse ad ascoltare qualche allieva o allievo in visita, che le raccontava delle ultime scoperte in papirologia[1] .
Qualcuno sussurrò che era quella del manuale. Quale manuale? Quando lo andammo a cercare non lo trovammo. Sparito. Eppure, stando al catalogo, il dipartimento ne aveva quattro copie.
Poi, guardando con attenzione le pile di libri in sala studio, spuntarono due spesse coste rosa: Orsolina Montevecchi, La Papirologia. La virgola era da intendersi come un due punti. Un’altra copia la trovammo nascosta dietro i libri alti dello scaffale. Segretissima collocazione di sicurezza, allora di notorietà geometrica in tutto il dipartimento.
Capita poche volte di aprire libri così. Nell’indice di questo volume si trova tutto, si capisce che cosa si intende con manuale, si decide di acquistarlo appena possibile. È un manifesto rivoluzionario, non solo uno strumento di ricerca infallibile. Libri rossi, verdi, rosa, fucsia dalle pretese di sconvolgimento della società e organizzazione sistematica, con questo non tengono il passo nemmeno tutti insieme. Orsolina Montevecchi, lo aveva scritto dopo il pensionamento; la prima edizione uscì nel 1988. Anche la prefazione era una di quelle che non si fanno saltare, che ti dicono cos’è che hai tra le mani. La vita di una persona, la storia di un secolo di disciplina. «Entro breve tempo quanto è stato scritto diventa superato: felice inconveniente», dice ad un certo punto. E chi si è visto tante volte rifilare delle pubblicazioni da 150 pagine, un sorriso se lo lascia scappare, uno di quelli spontanei, di felicità. Una volta studiato l’indice, quattro tra le pagine più importanti per chi studia la storia antica, si scoprono le tavole. La Papirologia ne è ricca per necessità, ma anche qui ce n’è una sconvolgente, la prima, una foto a tutta pagina del Cyperus papyrus. E non è un libro di botanica, questo è chiaro, anche perché probabilmente nessun botanico ha mai studiato una pianta sola così a fondo e così a lungo. Perché mettere una gigantografia di una pianta in mezzo ad un manuale tecnico e specialistico? Questa si che è una delle domande che un papirologo che studia sulla Montevecchi non può smettere di porsi. Orsolina Montevecchi con quella tavola lì, prima di tutto, tiene gli studenti incollati alla realtà, lontani dall’elucubrazione, dai dati fini a se stessi. Rispondendo alle domande di Fernando Maffioli, Orsolina Montevecchi una volta disse che scegliere la papirologia, negli anni trenta, quando si laureò con Aristide Calderini alla Cattolica di Milano, «Significava, come oggi, dedicarsi allo studio dell’antichità sotto un profilo particolare: non la grande storia, ma la storia vissuta a livello di uomo, attraverso i documenti della vita comune»[2].
Cercavamo e leggevamo nel suo manuale per editare il nostro papiro per il corso, ma si leggeva più che cercare, come fingendo, con un po’ di rimpianto, di chiedere direttamente a lei. C’è passione vera e umana in quelle pagine, una cura che è interessarsi degli studenti, dei lettori[3].
. Poi si andava ognuno a casa propria e si chattava in Skype, continuando a lavorare alla presentazione del papiro. Si usavano cose come “(hug), 74” per riferirsi alla Montevecchi.
Prima della pensione più di trent’anni di insegnamento e tutta una vita dedicata alla ricerca e alla schiera di nipoti e pronipoti, guerra e contestazioni incluse.
Per noi che non la abbiamo mai vista e la conosciamo solo attraverso la generosità del suo manuale, è difficile legare la vita della studiosa al suo lavoro, anche perché pare che lei abbia sempre tenute ben distinte le due cose[4]. Eppure, nel lavoro della studiosa si sente la sua vita, si legge la passione di chi ci tiene a quello che sta dicendo, per quelle piccole, tante cose umane della storia antica, lontane dalle invasioni della narrativa di battaglie e politica, che riempiono la nostra memoria storica. Per chi i papiri li scriveva, per gli uomini e le donne che li leggevano era importante il matrimonio, il divorzio, il lavoro, il bestiame, la coltivazione e la Montevecchi ci insegnava che, come i dottori, anche noi storici abbiamo a che fare con delle persone, non con dei personaggi, con quelli che si rigiravano tra le dita quel pezzetto di papiro con scritto su niente. Mentre la saccheggiavamo, mettendo più citazioni possibili dei suoi lavori, lei ci insegnava che anche lo studio dell’antichità ha bisogno di rispetto, di cura per queste persone spesso senza un nome, ha bisogno di una dedizione non superficiale.
Anche sulla digitalizzazione della papirologia, all’avanguardia in questo settore rispetto a tantissime altre discipline, sempre nell’intervista del 2002, Orsolina Montevecchi sottolineava come essa «rende più rapido ed immediato il lavoro. Almeno quello preliminare. Perché il lavoro decisivo – l’entusiasmo nello studio, la testa e la pazienza nell’interpretazione – non è mai cambiato».
Ripensandoci, aver avuto tra le mani per quei venti secondi quel papiro bianco donato a Orsolina Montevecchi, è stato un onore. E a pensarci bene adesso, bianco bianco non è mai stato; ha scritte dentro le parole della sua prefazione a La Papirologia, memori del Serse Erodoteo, un suo dono per la nostra generazione: «Penso che, pur di suscitare l’interesse, e, magari, sollecitare altri a scrivere, è meglio affrontare il rischio di fare opera criticabile, piuttosto che non far nulla per timore di esporsi alle critiche».

NOTE

1. Montevecchi, la tenacia e l’umanità. L’allieva ricorda l’illustre papirologa scomparsa a 97 anni il 1° febbraio – di Carla Balconi (Professore associato di Papirologia all’Università Cattolica di Milano) Redazione Archaeogate, 01-04-2009.

2. Da Presenza, N.3 – Marzo 2002 Orsolina Montevecchi, Il Detective delle Parole Sepolte di Ferdinando Maffioli * [Pubblicato: 26/03/2005]. Il testo si trova anche in Preziosi E. (a cura di), Largo Gemelli, 1. Studenti, docenti e amici raccontano l’Univesità Cattolica.
3. Usa queste espressioni per descrivere il docente ideale la stessa Montevecchi, nell’intervista di Maffioli.

4. Luigi Pizzolato, «L’Osservatore Romano», 5 Febbraio 2009.

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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Pietro Maria Liuzzo

È il marito di Francesca Panini, tuttavia questo non è il suo lavoro principale; è anarchico da sempre perché sua moglie gli regala i libri di Paolo Nori e le lettere di Sacco e Vanzetti, quindi prova anche ad essere cristiano. Cerca frammenti di Erodoto al dottorato di Storia dell'Università di Bologna ed è orgoglioso membro dell'associazione Rodopis nonché tutor al Servizio Studenti Disabili. Essendo contrario alla proprietà del tempo, collabora anche con il progetto europeo DIANA e con Fondazione Ahref (www.ahref.eu).

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