Paola Lombroso

Pavia 1871 - Torino 1954
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Il padre è Cesare Lombroso, noto antropologo e criminologo, la madre Nina de Benedetti, donna colta e sensibile che parteciperà durante i primi anni del matrimonio all’attività scientifica del marito. Paola è prima di cinque fratelli – Paola, Gina, Arnaldo, Leo e Ugo – che nascono tutti fra il 1871 e il 1877.
Nel 1899 si sposa con Mario Carrara, criminologo e intellettuale, uno dei pochi docenti universitari che si rifiuterà di giurare fedeltà al fascismo (nell’autunno del 1931, i docenti universitari furono obbligati a prestare un giuramento di fedeltà al fascismo; soltanto quattordici si rifiutarono, perdendo la cattedra e il lavoro, Carrara fu uno di questi; a seguito del mancato giuramento venne anche escluso da tutte le cariche pubbliche). E proprio dal 1931, il loro salotto diventerà punto di riferimento dell’antifascismo torinese, frequentato, fra gli altri da Leone Ginzburg, Tina Rieser, Luigi Salvatorelli e Altiero Spinelli.
Per le molte, davvero molte, iniziative che descriveremo, nel 1950 a Paola verrà conferita la medaglia d’oro dei benemeriti della pubblica istruzione. La famiglia Lombroso faceva parte a pieno titolo sia della società intellettuale torinese che dell’ambiente socialista, i cui rappresentanti più noti furono assidui frequentatori della casa. Il padre Cesare porta, attraverso i suoi collaboratori ed allievi, i temi e il pensiero positivista. Entrambe le sorelle, sia Paola che Gina, vengono profondamente influenzate dalla cultura positivista, che analizza la questione femminile riportandola ad un preciso determinismo biologico; ma le due ragazze vengono educate come i tre fratelli maschi, su un piano di assoluta parità. La contraddizione di ricevere un’educazione particolarmente curata ed evoluta all’interno di un ambiente intellettuale che ritiene la donna inferiore all’uomo, viene accettata piuttosto facilmente dalle sorelle, che sosterranno e giustificheranno sempre l’inferiorità delle donne nei loro scritti, pur agendo ed elaborando tesi e progetti che dimostreranno regolarmente l’errore insito nella teoria di genere della filosofia positivistica.
Paola Lombroso ha un carattere vivace e spregiudicato, è dotata di un’intelligenza brillante, piena di interessi e curiosità intellettuali, è provvista di un inesauribile spirito di iniziativa che non tarderà a dimostrare.
Delle due sorelle è quella che più si distanzierà dalla famiglia di origine; abbandona gli studi accademici (la sorella si laureerà in medicina e seguirà costantemente il lavoro del padre) preferendo una formazione privata, individuando ben presto un nucleo di interessi che si esprime soprattutto nell’attenzione per l’infanzia: per la psicologia, per la pedagogia e per la letteratura infantili. Risalgono agli anni giovanili le sue prime esperienze letterarie, collabora con racconti e bozzetti, già a partire dal 1889 al «Fanfulla della domenica» di Ferdinando Martini, alla «Gazzetta letteraria» di Bersezio e a «Vita Moderna» di Gustavo Macchi.
Per quanto riguarda il tema sociale, che ebbe molta importanza nella vita della Lombroso, l’incontro con Anna Kuliscioff, alla fine degli anni Ottanta, fu fondamentale. La Kuliscioff, amica di famiglia, introduce un modello di donna emancipata che individua nell’impegno politico, sociale e professionale il nucleo fondante della propria esistenza. L’incontro umano e politico con la Kuliscioff precisa ed orienta quelle idealità umanitarie ancora indistinte che porteranno Paola a un impegno sociale consapevole. La Lombroso si lascia coinvolgere completamente dalla causa proletaria: negli anni Novanta collabora con la stampa socialista (in particolar modo con «l’Avanti») nel 1898 viene incriminata con l’accusa di eccitamento all’odio tra le classi sociali e condannata a tre mesi e mezzo di carcere.
L’impegno politico, l’attenzione alla questione sociale la portano nel 1896 a fondare, assieme alla sorella Gina l’istituzione “Scuola e famiglia”, una sorta di doposcuola che ha lo scopo di incoraggiare le famiglie operaie ad osservare la legge sull’istruzione obbligatoria e di occupare i ragazzi dopo l’orario scolastico non lasciandoli abbandonati a se stessi. L’istituzione, rivolta agli strati inferiori della popolazione, ha un tale successo che finisce per coinvolgere tutte le scuole elementari di Torino sotto la direzione del Municipio.
L’interesse di Paola Lombroso per il mondo infantile nasce dall’aver individuato i primi anni di vita come momento migliore per intervenire sulla formazione della coscienza sociale; lavorare sulle nuove generazioni significa anche, per lei, costruire una società migliore. L’incontro con i bambini di fasce a rischio la obbliga a correggere le sue teorie che nascevano dallo studio di una generica “infanzia”: conoscendo il mondo del proletariato deve riformulare il proprio pensiero facendo non più riferimento ai bambini ma ai diversi gruppi sociali di provenienza, integrando così al suo pensiero teorico i condizionamenti storici e socioculturali a cui sono stati sottoposti.
Sia gli interessi politico sociali, maturati negli anni della militanza socialista, che gli interessi psico-pedagogici, hanno come filo conduttore il tema di come avvicinare il popolo alla cultura, e si concretizzano in ulteriori azioni filantropiche, fra le quali ad esempio la Casa del sole e l’istituzione delle Bibliotechine rurali.
Già dal 1915 allestisce un asilo-ricovero in grado di ospitare i figli dei richiamati alla guerra senza altri parenti. L’asilo si trova a Villa Perroncito a Lavoretto e ospita 35 bambini; nel giro di due anni il numero dei bambini assistiti è 362, divenuti 600 alla fine della guerra. Da questa esperienza nasce la Casa del sole, un istituto con lo scopo di accogliere i figli sani di tubercolotici, per sottrarli non solo al pericolo del contagio ma anche all’ambiente di miseria e trascuratezza che più facilmente genera la malattia.
Verso la metà degli anni Trenta la responsabilità della Casa fu tolta alla Lombroso e assorbita dalla attività assistenziali del Regime. Alla fine della guerra, nel ’45, la casa, che aveva subito i bombardamenti e i saccheggi dei tedeschi, venne risistemata e rinacque come “Colonia permanente antitubercolare per i figli sani di genitori tubercolotici”.
Anche le Bibliotechine rurali corrispondono pienamente all’idea che diffondere l’interesse per la letteratura, e la cultura in generale, sia determinante nella formazione dei giovani come individui adulti e consapevoli. L’idea nasce da una lettera di una maestra del Biellese che si rivolge alla rubrica di posta Zia Mariù, rubrica che la Lombroso curava per il «Corriere dei Piccoli», giornale che aveva aiutato a fondare nel 1908 e del quale fu collaboratrice fino al 1911.
La maestra chiede se ci siano bambini disposti a spedire qualche loro libro ad una scuola di campagna sprovvista di tutto; molti ragazzi aderiscono e in breve si forma una bibliotechina dalla quale attingere per le spedizioni alle scuole di campagna che ne fanno richiesta. Quando i libri si esauriscono viene escogitato un sistema di finanziamento che fa leva sulla capacità di diffusione del «Corriere dei piccoli»: si chiede che ogni lettore in occasione del compleanno o del compleanno di un suo congiunto invii un francobollo da 10 centesimi come contributo per una bibliotechina. Ma non solo, i finanziamenti arrivano anche dai ragazzi che organizzano recite, vendite di calendari, lotterie… Disegnatori di fama schizzano cartoline che vengono vendute sempre dai ragazzi. Nel 1910 sono già 125 le biblioteche di campagna che usufruiscono dei libri così raccolti. Uscita dal «Corriere dei piccoli» Paola Lombroso fonda un foglio quindicinale il «Bollettino delle bibliotechine rurali», pubblicato fino alla sua morte, che manterrà viva la rete di finanziamento delle biblioteche.
Come per le altre attività filosofiche della Lombroso, durante il periodo fascista anche la diffusione delle biblioteche si blocca, e la loro funzione assorbita e svolta, in parte, dalle istituzioni fasciste.
Le Bibliotechine rinascono nel 1951, continuando a rispondere ai bisogni di certe aree diseredate del paese e di strutture scolastiche che risentono delle difficoltà della ricostruzione, ma non riescono più a suscitare come in passato un movimento solidaristico tra ambiente urbano e rurale né, soprattutto, quello tra ragazzi di diverse condizioni sociali.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Paola Lombroso, Le fiabe di zia Mariù, (illustrazioni di Edina Accornero Altara). Torino, Paravia 1950.

Paola Lombroso, I giocattoli di zia Mariù , Torino, Paravia 1950

Paola Lombroso, Un reporter nel mondo degli uccelli (illustrazioni di E. Edina), Torino, Paravia 1926

Paola Lombroso, Saggi di psicologia del bambino (prefazione di C. Lombroso), Torino-Roma, L. Roux & C. 1894

Paola Lombroso, Mario Carrara, Nella penombra della civiltà : da un'inchiesta sul pensiero del popolo, Torino 1906

Paola Lombroso,
I segni rivelatori della personalità
, Torino, Bocca 1913

Paola Lombroso, La vita dei bambini Torino, Bocca 1923.

Delfina Dolza, Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e ‘900, Milano, Franco Angeli 1990

Maria Luisa Betri ed Elena Brambilla (a cura di), Salotti e ruolo femminile in Italia: tra fine Seicento e primo Novecento, Venezia, Marsilio 2004

Sabrina Fava, Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, Milano, V&P strumenti 2004

 

Paola Di Stefano

Nasce a Venezia (1962)e vive con sua figlia a Bologna. Laureata al DAMS negli anni '80, è giornalista pubblicista e ha lavorato nell'editoria, prima a Milano e poi in Piemonte. Oggi si dedica a un piccolo Comune del primo Appennino Bolognese, all'ufficio Cultura e Turismo, dove organizza e coordina eventi legati al territorio.

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