Pia Pera

Lucca 1956 - Lucca 2016
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Nata a Lucca il 12 marzo 1956 e morta poco più in là – nel suo podere sulle pendici del monte Pisano – sessant’anni dopo, il 26 luglio 2016, Pia Pera è una scrittrice, slavista, traduttrice affermata quando decide di occuparsi di un fondo abbandonato a San Lorenzo a Vaccoli e dare vita al suo capolavoro. Che non è il bel giardino e l’orto che inizia a seminare, ma il dialogo che con questi sviluppa e traspone in libri dove il giardinaggio è inteso come lo intendeva Voltaire alla fine del Candide: un coltivarsi. Anzi, con un passaggio ulteriore: il coltivarsi a vicenda dell’uomo e delle piante. I suoi testi prendono perlopiù la forma di guide che non trascurano di spiegare come lavorare la terra, trapiantare, costruire uno stagno, ma sono in realtà saggi nello stile di Montaigne, trattati sulla felicità, sulla libertà, sull’uomo e sulla natura, opere letterarie nel senso più alto del termine.

La formazione

Pia Pera cresce a Lucca in una famiglia colta, originale ed eccentrica, quale appare in Non dire falsa testimonianza e in San Michele e il Drago (raccolti in La bellezza dell’asino e altri racconti, 2017) e in Al giardino ancora non l’ho detto (2016). È l’unica figlia dell’”imperscrutabile” – come lei stessa lo definisce – famoso giuslavorista lucchese Giuseppe Pera e di Elvira Genzone. La sua “filosofica Maman”, allieva di Giorgio Colli e Luigi Scaravelli, insegna storia e filosofia al liceo classico Machiavelli di Lucca ed è di madre piemontese e padre siciliano (al nonno, un maresciallo dei carabinieri in pensione che passava il tempo a leggere e annotare la Bibbia, Pia Pera dedica il racconto su un lucidissimo sogno quantomeno eretico che lui ha tentato di nasconderle).

Poco più che adolescente lascia la città toscana e studia Filosofia all’università di Torino. Si trasferisce poi in Inghilterra per un dottorato in storia russa alla University of London con Isabel de Madariaga, autrice di importanti studi come Caterina di Russia (Einaudi, 1988) e Ivan il Terribile (Einaudi, 2006) e per due anni a Mosca dove perfeziona il russo.

Le traduzioni

Nel 1986, a partire dalla sua tesi di dottorato, Pia Pera cura e traduce per Adelphi la prima edizione italiana di Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso. Vissuto nella tempesta religiosa del Seicento russo che portò allo scisma, Avvakum era un esponente dei perdenti, i “vecchi credenti”, contrari a ogni correzione dei testi sacri e a ogni grecizzazione nella liturgia e nella dottrina. Rinchiuso nei sotterranei di una prigione prima di essere bruciato sul rogo, lasciò questa testimonianza della sua vita che molti considerano l’inizio della grande letteratura russa: “con la sua dolorosa asprezza, con la forza del nominare che Avvakum aveva e si trasmise poi, per vie misteriose, a scrittori così diversi come Puškin e Tolstoj”.

È  la prima di molte belle traduzioni dal russo – che spaziano dai classici, come Puškin, Čechov e Lermontov, ai contemporanei, come Leonid Dobyčin – e dall’inglese (Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett).

Le opere narrative

Pia Pera inizia a insegnare letteratura russa all’Università di Trento, ma poi lascia perdere ogni ambizione accademica delusa dal veder prevalere interessi privati sul merito. Lavora per qualche anno con Livio Garzanti a Milano, come editor, incaricata anche della ricerca di autori di lingua russa o inglese. Nel 1992 torna a occuparsi dei religiosi russi perseguitati da Pietro il Grande con il saggio I vecchi credenti e l’anticristo (Marietti) e nello stesso anno esordisce come narratrice con la notevole raccolta La bellezza dell’asino (Marsilio), che contiene cinque racconti che esplorano con audacia e grande profondità la natura umana e le relazioni sociali a partire dall’eros (ripubblicato arricchito di tre nuovi testi da Ponte alle grazie con il titolo La bellezza dell’asino e altri racconti).

La riflessione sull’amore e sul potere, su come dalla sessualità si strutturino i rapporti di forza si ritrovano in molti altri scritti e nel romanzo successivo: Il diario di Lo (1995). Qui la penna iconoclasta, anticonformista, giocosamente irriverente di Pia Pera si cimenta nel dare voce a Lolita, ispirandosi all’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov. Ne descrive la vicenda cambiandone completamente il punto di vista: raccontando cioè non la versione di Humbert Humbert, come fece Nabokov nella finzione del memoriale, ma quella della bambina con cui ebbe una relazione, sotto forma di diario. Cronaca di una ribellione amara, che non può completarsi. Il Diario di Lo le procura un certo successo di pubblico, diverse recensioni, traduzioni, citazioni e moltissime grane quando un editore americano decide di tradurlo in inglese; Dmitri Nabokov, figlio e erede dell’autore, minaccia di accusarla di violazione di diritto di autore, accusa da cui si difende con la consueta intelligenza, scrivendo quasi un manifesto di poetica in appendice al Diario, ma che comunque la costringe a un accordo umiliante. Il lettore che si avvicini all’opera di Pia Pera può forse trascurare questo romanzo che ha causato alla scrittrice dispiaceri e momenti duri.

Ci rimase male – scrive Emanuele Trevi nella prefazione alla riedizione del Diario di Lo –, come sempre quando il mondo si rivelava eccessivamente più gretto dei suoi sentimenti. C’è da dire che Pia, se assomigliava a una signorina inglese, era anche un gatto, intenzionato a vivere le sue nove vite. Poteva soffrire molto, ma aveva anche la leggerezza e l’agilità necessarie a sgusciare via da un passato in cui non si riconosceva più.

Il ritorno a Lucca e la passione del giardinaggio

È così che lascia Milano e torna a Lucca. Sperimenta nuove strade: scrive un libro sulla comunità di Longo maï (L’arcipelago di Longo maï, 2000) un progetto di vita comunitaria iniziato in Provenza nel 1972 e diffusosi in seguito in vari Paesi europei i cui partecipanti cercano di instaurare rapporti meno iniqui tra le persone e far sviluppare a ciascuno le varie sfaccettature della propria personalità. Temi che da un lato si avvicinano alle sue riflessioni precedenti, dall’altro preannunciano quelle successive, perché in fondo, il giardinaggio teorizzato da Pia Pera consiste nel dare alle piante una chance per svilupparsi seguendo le loro inclinazioni (lavoro del giardiniere, osserverà in Al giardino ancora non l’ho detto è “sovraintendere al benessere di ogni essere senziente, permettendo a ogni specie di prosperare ma non al punto di compromettere le possibilità di esistenza di ogni altra”).

È infatti in questo periodo – in cui scrive anche il libretto di un’opera rock di Gianna Nannini ispirata alla figura dantesca di Pia de’ Tolomei – che inizia ad appassionarsi ai giardini. Decide di occuparsi di un podere di famiglia ispirata dall’agricoltura della non-azione di Masanobu Fukuoka: “decrepito giapponese della calda e umida isola di Shikoku” di cui aveva letto La rivoluzione del filo di paglia, libro quasi del tutto inutile, scopre poi, per chi tenga l’orto nel nostro clima mediterraneo.

È tra le piante che Pia Pera sente di aver trovato il suo posto nel mondo, di essere dove esattamente dovrebbe essere, forse “per la più primordiale delle complementarità, quella tra animale e pianta, tra creature specularmente opposte, che si nutrono l’una del respiro dell’altra” (in Giardino e ortoterapia, 2010). Il giardino è un posto dove si sente felice “In certi momenti la felicità è troppo intensa, trabocca, da non contenerla. Come adesso davanti al rosso rubino delle amarene contro il verde scuro delle foglie” (Orto di un perdigiorno).

La sua scrittura scoppiettante, mordace, dissacrante prende un altro passo, non meno audace e anticonformista, ma più pacato e riflessivo. La leggerezza non ha più la forma della comicità, ma quella della saggezza.

“Immaginavo me stessa al traguardo: chignon di capelli grigi, faccia segnata da solchi profondi nella pelle abbronzata, intorno un tripudio di ortaggi e alberi da frutto” scrive nell’Orto di un perdigiorno. Non sa ancora che la sclerosi laterale amiotrofica le avrebbe impedito di invecchiare.

Il primo libro di questa nuova vita è proprio L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano (Ponte alle Grazie, 2003, premio Grinzane Cavour ) “un’introduzione all’arte della coltivazione e un manifesto esistenziale – scrive Nicola Gardini –. La concretezza dello stile si rispecchia nel racconto delle attività più pratiche, come la pulitura del terreno o la descrizione delle gramigne […]. E qui il linguaggio, nella sua stessa tecnica letteralità, ha la virtù di elevarsi a vertici davvero poetici. Ci sono passi che ricordano le Georgiche di Virgilio, perfino sembrano citarle: stessa esattezza, stessa pregnanza sonora, stessa visionarietà”.

Nel 2006 apre il sito www.ortidipace.org, dove si tratta di orti e giardini didattici nelle scuole e negli spazi pubblici e scrive Il giardino che vorrei (poi rivisto nel 2015). È una guida che spiega come fare un giardino, “la più effimera delle arti”. Sebbene sia una sostenitrice dell’intervento minimo e invisibile, chiarisce come un giardino non sia pura natura, ma soprattutto cultura, nel senso più vasto del termine: il segreto della sua bellezza è un continuo coltivarsi a vicenda. Come, a fine Ottocento, afferma in un celebre paradosso Vernon Lee: “I giardini non hanno niente a che vedere, o non molto, con la Natura […]. Il giardino di Ninfa, immerso tra le rovine e pervaso, almeno nella sua più felice stagione, dalla poetica del venire meno apparente di ogni volere, è esemplare della quiete, l’incanto e la dolcezza del dialogo sommesso tra arte e natura”.

La bellezza – scrive l’autrice – è qualcosa di inafferrabile, come un muto chiamarsi delle parti tra loro. In un giardino, queste non restano mai le stesse. Più di qualsiasi altro luogo, il giardino è il regno dell’impermanenza. […] I semi germinano, le pianticelle maturano in alberi e cespugli. Proporzioni dapprima invisibili si svolgono a poco a poco nel tempo. Non a tutti è dato intuire subito quale sarà il baricentro di un giardino.

Anche quando le sue sono semplici istruzioni pratiche il linguaggio è alto, l’approdo quasi filosofico: “Rispettare la dormienza estiva è di cruciale importanza: le sclerofille sono talmente abituate alla povertà idrica di certe stagioni, da ammalarsi se irrigate in piena estate. Davanti a sistemi di vita elaborati per far fronte a carenze estreme, guai a voler imporre quelle che a noi parrebbero condizioni più agiate, guai a proporre il soddisfacimento di bisogni ormai trascesi”.

Nel Giardino che vorrei ci si ritrova immersi nella pace e nella bellezza di una scrittura sapiente, sensuale, evocativa, che sa alternare armoniosamente leggerezza e profondità e che contraddistingue anche i libri successivi, gli articoli che scrive per varie riviste, tra cui il TLS («The Times Literary Supplement») e le rubriche. Apprendistato di felicità è il titolo di quella su «Gardenia», Verdeggiando invece di quella che tiene sulla «Domenica del Sole 24 Ore», dal 2008 – quando esordisce con un pezzo in difesa delle erbacce – alla sua morte.

Le sue riflessioni sono un vivificante andare controcorrente, l’assaporare una pienezza che si nutre di un’accettazione dinamica e armonica degli opposti. “Che errore etichettare come maltempo la pioggia, restare in casa immusoniti aspettando che smetta”. È l’acqua l’anima di un giardino, spiega per esempio l’autrice, che si rammarica, nel Giardino che vorrei, di averlo capito molto tardi, e “uno stagno non è certo concepito soltanto per le giornate di sole, ma per rendere più intenso il godimento di ogni mutamento atmosferico, di ogni manifestazione del vento e dell’acqua. Così, al riparo dei loro baradari, gli indiani celebrano la fine della stagione secca, l’arrivo delle nubi nere del monsone carico di pioggia, osservano il saltellare e il rompersi delle gocce sulla superficie dell’acqua. Qualcosa di simile avviene nell’intera Asia, fino ai più bei giardini giapponesi dove c’è sempre un ruscello a formare un laghetto, e lì vicino un padiglione per contemplare all’asciutto, seduti su soffici cuscini di seta, la danza delle gocce sulla superficie lacustre, ascoltarne la musica”.

Quando ormai la Sla aveva ridotto il suo spazio vitale, nell’edizione del 2015 del Giardino che vorrei, senza rivelare la sua malattia, al momento del congedo Pia Pera cita sobriamente I have not told my garden yet, poesia in cui Emily Dickinson suggerisce che un giorno il giardiniere non terrà fede al suo appuntamento.

Il testamento

Ed è da questa poesia che prende il titolo il suo ultimo libro: Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle grazie, premio speciale della giuria del Rapallo-Carige), che segue Contro il giardino. Dalla parte delle piante (2007), Giardini e orto terapia (2010) e Le vie dell’orto (2011). È il suo testamento. “Non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi e soprattutto: non muovermi come vorrei […]. Se il giardino era stato il luogo dove contemplare metamorfosi e impermanenza, adesso l’accelerazione della corrente mi costringe a rendermi conto di esservi io stessa immersa […]. Immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di un mondo fluttuante di trasformazioni continue”, osserva Pia Pera della sua paradossale serenità, che trasmette anche a chi le fa visita negli ultimi mesi di vita. Una serenità che non nasconde la paura, il terrore delle notti, il pensiero di quando non ce la farà più a respirare.  

Al giardino ancora non l’ho detto è un libro “splendido”, scrive Nicola Gardini sulla «Domenica», spiegando che “i libri splendidi sono quelli che ci insegnano un modo di pensare”.  In questo memoir, in un dialogo con il giardino, Pia Pera rivela la sua malattia, la morte imminente il cui racconto “non si distingue dal canto d’amore – scrive Gardini –. L’elegia trionfa nella declinazione più ambigua e complessa: il personaggio dice addio alla sua vita e dice addio all’amato. E così il giardino da realtà concreta e pulsante diventa un’allegoria, diventa tutto il mondo, tutto quello che si perde di momento in momento: è immagine della vita ed è, allo stesso tempo, immagine della fine. Il giardino, con i suoi molteplici nomi e miracoli, è specchio, raddoppiamento, sdoppiamento, sosia, e alleato e antagonista e interlocutore e confessore, e spettacolo, maschera, teatro vuoto, solitudine, destino, e sacrario, epifania, porto, deriva, paradiso perduto, e però pur sempre paradiso”.

Al giardino ancora non l’ho detto è anche il suo testamento letterario, una dichiarazione di poetica. Del suo andare nel giardino Pia Pera scrive:  “Ero abituata a fingere con me stessa che non fosse, in fin dei conti, un luogo dove tante cose le avevo decise io, anche l’abbandono apparente. Mi piaceva andarci quasi furtivamente, e sempre con l’idea di vedere cosa mi avrebbe riservato. Come se potessi non saperlo. Come se non fossi io quella che lo aveva, in un certo senso, generato. Un po’ come quando i bambini, giocando, stabiliscono lo scenario e i ruoli, e poi fanno finta di crederci, prima di abbandonarsi alla serietà del gioco”.

E ancora: “il mio intento era stato cancellare, o quanto meno smorzare, le mie stesse tracce, gli indizi che avrebbero potuto sottolineare un progetto, un’intenzione. Volevo trasmettere un senso di fusione con la natura, di naufragio in un paesaggio più vasto, come nei disegni di Shitao o nei versi della Montagna fredda”.

Pia Pera inventa cioè il suo giardino come uno scrittore dà forma ai suoi racconti, un poeta alle sue poesie: nasconde il progetto, perché questo possa nascere nella mente del lettore, e lo lascia libero, perché possa generare frutti là dove le parole dell’autore non possono accompagnarlo, ma solo indirizzarlo. Là dove l’autore stesso si inoltra poi incuriosito, scoprendo in ciò che ha scritto significati presenti solo in boccio nella sua mente. Nasconde il progetto perché sia possibile il naufragio.

Poi, da traduttrice e scrittrice qual è, ancor prima che giardiniera, Pia Pera traduce e racconta la sua opera vegetale, trasformando la cronaca quotidiana in un’“avventura mentale” (Gardini) e decifrando alfabeti ignoti (come quando, nella quiete di un vasto specchio d’acqua increspato a tratti da una brezza leggera “affiorano i segni d’interpunzione di quell’ipnotico silenzio: un gracidare di rane, il tonfo di un pesce, la scia lasciata da un gerrido pattinando sull’acqua, la scintilla blu elettrico di una libellula”). Il giardino è per lei un luogo di filosofiche scoperte, di epifaniche sorprese, di estatica bellezza: un campo di luminosa libertà che esplora come un romanziere fa coi personaggi e il loro tempo, come un poeta l’essenza delle cose.

Non si tratta infatti di semplici ècfraṡi, è letteratura come è letteratura quel capolavoro di John Alec Baker, L’estate della collina, una forma di conoscenza che aggiunge alla ragione l’immaginazione, al sapere razionale quello emotivo, per giungere a quello estetico, e che non si risolve dunque solo nella somma dei significati delle parole che vi stanno scritte. Ma se nel romanzo della collina non si trova neppure un nome di donna o di uomo, nei libri di Pia Pera l’umanità è sempre presente. Baker parla della natura non umana, Pia Pera del giardino, che è l’opera armoniosa creata da donna (in questo caso) e natura ed è anche lo specchio del suo modo di intendere il mondo, del suo “pensare per termini comparativi, costruendo coppie e antitesi, ma sempre mirando alla fusione e, possibilmente, anche solo provvisoriamente, all’unità” (Gardini). Così, nella sua ultima e più intensa vita, l’autrice lucchese, con grazia stupefacente, ha fatto il giardinaggio come se fosse letteratura, e ha fatto del giardinaggio una forma di letteratura.

 

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Saggi e narrativa:

I vecchi credenti e l'anticristo (Marietti Editore, 1992)

La bellezza dell'asino (Marsilio, 1992)

Diario di Lo (Marsilio, 1995)

L'arcipelago di Longo Maï. Un esperimento di vita comunitaria (Baldini e Castoldi, 2000)

L'orto di un perdigiorno Confessioni di un apprendista ortolano (Ponte alle Grazie, 2003; TEA, 2015)

Il giardino che vorrei (Electa, 2006; Ponte alle Grazie, 2015)

Contro il giardino dalla parte delle piante (Ponte alle Grazie, 2007)

Giardino & ortoterapia (Salani, 2010)

Le vie dell'orto (Terre di mezzo, 2011)

Vademecum per la biodiversità quotidiana (Altraeconomia, 2013)

Al giardino ancora non l'ho detto (Ponte alle Grazie, 2016), premio Rapallo

Le virtù dell'orto (Ponte alle Grazie, 2016, postumo), seconda edizione corretta e ampliata di Giardino & ortoterapia (Salani, 2010)

Una selezione di curatele e traduzioni:

La vita dell'Arciprete Avvakum (Adelphi, 1986)

Nadežda Durova, Memorie del cavalier-pulzella di Nadezda Durova (Sellerio, 1988)

Fiabe russe proibite raccolte da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev (Garzanti, 1990)

Aleksandr Herzen, Dall'altra sponda (Adelphi, 1993)

Evgenij Onegin di Puskin (Marsilio, 1995)

Leonid Dobyčin, La città di Enne (Feltrinelli, 1995)

Michail Jur'evič Lermontov, Un eroe del nostro tempo (Frassinelli, 1996)

Un buon governo nel regno, carteggio dello zar Ivan il Terribile con il principe Andrej Kurbskij (Adelphi, 2000)

Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto (Salani, 2005)

Letteratura per l’infanzia:

Alberi: segni, parole, scienza e altro per un gioco ad arte, ideato e curato da Maria Flora Giubilei e Simonetta Maione; collaborazione ai testi di Gianni Franzone; racconto di Pia Pera; illustrazioni di Michele Ferri; esperto di alberi Libereso Guglielmi; quaderno-laboratorio di Paola Ciarcià, Libereso Guglielmi e Simonetta Maione; DVD voce narrante di Pia Pera; a cura di Enrico Pierini (Bazzano: Artebambini, 2010)

Libretto d’opera:

PIA, opera rock di Gianna Nannini, libretto di Pia Pera

Lara Ricci

Lara Ricci, italocanadese, è responsabile delle pagine di letteratura e poesia di «Domenica», l’inserto culturale del «Sole 24 Ore», dove lavora dal 2007. Oltre alla gestione e realizzazione di queste pagine, scrive settimanalmente recensioni di opere di narratori e poeti, con particolare attenzione agli autori africani e della diaspora o provenienti dai popoli indigeni (dai Sami ai San).

Sul «Sole 24 Ore» firma regolarmente anche articoli su altri argomenti, soprattutto neuroscienze, genetica, fisica, antropologia, ambiente, diritti umani. Numerosi i reportage che spaziano da Thimphu alle Haida Gwaii e dalle Svalbard a Città del Capo. Dal 2001 al 2007 ha curato le pagine di scienza dell'inserto di scienza e tecnologia del «Sole 24 Ore», dove è stata assunta dopo alcune esperienze lavorative alla Rai e alla CNN di Atlanta.

Insegna giornalismo all'università di Losanna e parla inglese e francese.

È laureata con lode in Scienze ambientali a Milano e in contemporanea ha frequentato l'Istituto per la formazione al giornalismo Carlo De Martino.

Ha pubblicato un saggio di divulgazione scientifica (Droghe e Dipendenze, 2005) e collaborato ad altri volumi, tra cui il Libro dell'anno dell'Enciclopedia Treccani.

Ha vinto il Premio Voltolino per la divulgazione scientifica nel 2004 – la giuria era composta da Renato Dulbecco, Carlo Rubbia, Silvio Garattini e Paola De Paoli – e altri riconoscimenti giornalistici, quali il Laigueglia e il Piazzano, o letterari, come il Premio nazionale di poesia Maria Cumani Quasimodo. A sua volta ha fatto parte della giuria del Premio Cartesio della Commissione europea.

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