Pina Maisano Grassi

Palermo 1928 - 2016
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A vederla, nella figura sottile e nei modi agili, si direbbe un’adolescente. Poi comincia a raccontare e comprendi quanta storia sia passata sulle sue spalle. Nonostante il fascismo e la guerra, Pina Maisano conduce un’infanzia ed un’adolescenza serene, anche grazie ai suoi genitori. Il padre, ingegnere, torna dalla grande guerra provato dalla inutilità di quello strazio, e matura sentimenti fortemente antimilitaristi; aderirà al gruppo degli esperantisti formatosi in quegli anni in Italia, fiduciosi che una nuova lingua comune porterà un sentire comune ed eviterà di arruolarsi per una nuova assurda guerra, entrando a far parte della milizia forestale operante nelle Madonie. Dalla madre, Pina eredita un grande amore per il mare, passione che non l’abbandona e che trasmette al marito Libero, ai figli, al nipote. La scelta della famiglia di optare per scuole rigorosamente laiche viene apprezzata da Pina, che di quel periodo ricorda i «noiosi saggi ginnici e le brutte, ridicole divise» che l’autarchia imponeva. Della seconda guerra mondiale non subisce in prima persona gli effetti distruttivi, ma conserva il ricordo del pane nero, che la madre rendeva più appetibile tostandolo in forno, e del buon profumo di quello appena sfornato di Castelbuono, dove la famiglia va sfollata nel 1940. Gli anni degli studi all’università di Architettura di Palermo sono i più formativi perché le consentono di conoscere il territorio e le problematiche ad esso correlate. Nel 1956 sposa Libero Grassi, che, conosciuto alcuni anni prima, aveva in un primo momento trovato «borioso ed antipatico». Negli anni ’60, anni del “sacco di Palermo” la ricostruzione avviene senza una programmazione razionale, privilegiando gli interessi di personaggi legati alla mafia e Pina, che ha un profondo senso etico della professione dell’urbanista, esclude di poter lavorare in quel campo così compromesso. Le piacerebbe restare a lavorare all’Università, ma, venendo incontro ad un desiderio di Libero di subentrare al suocero nell’azienda di famiglia, entra nel mondo dell’arredo tessile. Per un acquirente «Scegliere un arredo non è come comprare un maglione che, se non ti piace più, puoi facilmente mettere da parte. Per consigliare un arredo devi entrare nel mondo del compratore, nella sua casa, nelle sue abitudini.» E Pina ama la gente, attraverso cui conosce meglio la sua Palermo, bella e terribile. «Non è stimolante stare in un posto in cui tutto già funziona, è bello contribuire a migliorare un territorio… Il problema del malaffare, della Mafia, non è solo palermitano, i Palermitani sono sì più omertosi, lenti nel reagire ai soprusi, spesso inconsapevoli nelle scelte, ma hanno il pregio di non essere razzisti». E ancora «Se è vero che a Palermo l’evasione scolastica è del 30% come meravigliarsi se almeno il 30% dei cittadini non è in grado di capire le conseguenze di un suo comportamento non dignitoso e lontano dalla libertà che viene dall’essere cittadino artefice del proprio destino,?»Dignità e libertà della persona sono valori condivisi con Libero e mai messi in discussione né da Pina né dai figli, Alice e Davide, anche quando le conseguenze sono estreme: «la rinunzia alla libertà è una rinunzia alla dignità». Nell’agosto 1991 Libero viene ucciso da Cosa Nostra, per essersi rifiutato di pagare “il pizzo” alla mafia e aver pubblicamente dichiarato la propria scelta. Dopo la sua uccisione Pina non cede alla tentazione di abbandonarsi al dolore, ma sceglie la strada dell’azione. Accetta di candidarsi per i Verdi al Senato, nel 1992, per la XI legislatura e viene eletta a Torino nel collegio Fiat–Mirafiori. Le propongono di far parte della commissione di indagine sul fenomeno mafioso, sceglie invece la commissione ai lavori pubblici perché «É lì, negli appalti, la chiave di tutto». In quegli anni partecipa inoltre alla giunta delle autorizzazioni a procedere, contribuendo con il suo voto affinché si proceda nel caso Andreotti. Studia le pagine del dossier e durante l’incontro in cui viene ascoltata la difesa di Andreotti «Gli puntai uno sguardo fisso dicendogli che lui non poteva non sapere!» Chiusa l’esperienza parlamentare, Pina non perde né il senso della partecipazione: «Il voto è un’arma, quindi si deve migliorare la qualità del consenso», né il senso dello Stato: «Per me lo Stato sono i magistrati che fanno il loro dovere, i poliziotti, i carabinieri, il prefetto, la guardia di finanza…», né il senso della legalità democratica e costituzionale.
Socia del Laboratorio Zen Insieme, operante nel quartiere Zen di Palermo, ha ottenuto dall’AMAP (Azienda Municipalizzata Acqua Palermo) e dall’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) un accordo attraverso il quale le famiglie, sulla base di una richiesta di regolare contratto d’acquisto, acquisirebbero il diritto a diventare proprietarie degli alloggi occupati abusivamente. Una grande occasione di svolta, una strada lunga, ma non impossibile, che Pina, per la volontà di strappare il quartiere dalle grinfie dell’illegalità, ha con intelligenza aperto, ma che ad oggi nel 2010 ha trovato ancora pochi a percorrerla. Pina non si arrende, crede nel cambiamento, crede che i siciliani potranno diventare «non sudditi, ma attori con assunzione di responsabilità per lo sviluppo di oggi e di domani, non di un tempo a venire non identificabile in un tempo futuro». Dal 2004 è attiva con i ragazzi di Addiopizzo, che ha «adottato come nipoti» e per i quali è, oltre che baluardo morale, prezioso aiuto sia nella commissione di garanzia, che filtra l’inserimento di commercianti/imprenditori nella lista “pizzo free”, sia nell’attività delle scuole per i progetti Legalità. Negli ultimi anni, diceva sempre che era arrivato il momento di ridurre i suoi impegni, ma mentre lo diceva continuava a ricevere richieste di incontri e ad annotare sull’agenda nuovi appuntamenti.

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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Enzo Biagi, Quante donne, Rizzoli

AAVV, No al pizzo, Thor

Marcella Alletti

Insegna Italiano e Storia al liceo artistico G. Damiani Almeyda di Palermo e, al corso integrativo dello stesso, Filosofia. Impegnata a contrastare i comportamenti di mafiosità in particolare nelle scuole, ha collaborato negli anni Ottanta con l’associazione Scuola e Cultura Antimafia e fatto parte del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE, Celestine Freinet) nel settore dell’educazione antimafia. Tra i soci fondatori dell’ANIO (Associazione nazionale infezioni osteo-articolari) attualmente fa parte del comitato Addiopizzo ed è coautrice con Maria Corlevich del libro Non più Gattopardi, ma formiche, che documenta l’impegno della scuola in occasione del primo anno del progetto Addiopizzo–scuola e che ha vinto il X premio nazionale Rocco Chinnici per il settore C.

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