Rina Carla Zappelli Verbano

Viareggio 1924 - Roma 2012
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Prima di morire vorrei che l’assassino suonasse ancora alla mia porta. Vorrei che, prima ancora di dirmi buongiorno mi dicesse: «Sono io l’uomo che ha ucciso suo figlio». Lo farei entrare e gli parlerei. Prima di morire vorrei capire. Non m’interessa sapere perché hanno ucciso in quel modo un ragazzo di diciotto anni, perché hanno legato noi nella stanza a fianco, perché sono venuti a sparargli qui, in casa mia, su quel divano. Lo farei accomodare, l’assassino, gli preparerei un caffè purché mi spiegasse perché l’hanno ucciso, purché mi raccontasse chi ha deciso che le fotografie scattate da mio figlio erano troppo pericolose, che tutto il lavoro fatto da Valerio sull’eversione nera doveva essere fermato, portato via, distrutto[1].
C’era una donna a Roma che per trentadue anni non ha solo aspettato che l’assassino di suo figlio bussasse alla porta ma ha anche combattuto fino all’ultimo per accertare la verità su quei fatti. Si chiamava Carla Zappelli. Era la mamma di Valerio Verbano. Valerio Verbano è stato ucciso il 22 febbraio 1980. La sua storia si inscrive in un periodo storico in cui a cadere sotto il piombo furono molti giovani della cosiddetta sinistra extraparlamentare, uccisi nelle piazze, davanti le università, dalla polizia e dai neofascisti, “colpevoli” di sognare e combattere per un’Italia più giusta, per l’affermazione di diritti sanciti dalla Costituzione ma puntualmente disattesi. Comun denominatore di queste storie: le vittime non hanno mai ricevuto giustizia da un tribunale. I suoi assassini non sono stati mai identificati. Da allora Carla ha sempre combattuto affinché venisse a galla la verità, l’ha aspettata, l’ha rincorsa, si è battuta fino all’ultimo dei suoi giorni, con forza. Quella verità e quella giustizia che le sono state sempre negata dalle istituzioni, ma sono state ripagate solo dal fatto che molti giovani si sono avvicinati a lei, domandandole la storia di Valerio, nominandolo, chiedendo di conoscere quello che è stato, condividendone la storia.
Carla lavorava come infermiera, sua sorella era stata staffetta partigiana. Ha vissuto a Bologna con la sua famiglia poi si era trasferita per lavoro prima a Milano e dopo a Roma. Lì nel 1957 incontra Sardo, che diventerà suo marito nel 1962, un anno dopo la nascita di Valerio. Divenuta mamma decide di lasciare il lavoro e si dedica alla famiglia. Sardo Verbano era un militante del Pci e lavorava presso il ministero degli Interni.
Dopo l’assassinio di Valerio, Carla e Sardo indagarono per proprio conto, denunciando un silenzio atto all’occultamento della verità soprattutto da parte di chi, invece, avrebbe dovuto adoperarsi affinché gli assassini venissero acciuffati. Il dossier correlato di foto su cui stava lavorando il ragazzo scomparve; mentre molti dei reperti utili alle indagini (la pistola, un berretto di lana, un passamontagna, un guinzaglio) vennero distrutti. Sardo morirà nel 1988, pochi anni dopo la scomparsa di Valerio.
Carla da allora ha deciso di resistere per esistere lei e far resistere il ricordo di suo figlio affinché non venisse rimosso dalla memoria individuale e collettiva. Carla è stata una persona onesta, ironica, molto rispettosa degli altri. Trattava tutti come figli, anche se teneva a dire che era mamma solo di Valerio. Il suo carattere era piuttosto ostico, apparentemente socievole, era qualche volta brusca. A 80 anni aveva imparato ad usare internet creando un blog e aveva un proprio profilo su Facebook. La sua ruvida scorza nascondeva in realtà grandissima generosità e capacità di affetto. Una dignità sconfinata che insegnava il coraggio e la tenacia.
Racconta Carla nel suo libro: «I poliziotti mi mandavano ai processi dei fascisti mascherata con delle parrucche, per vedere se ne riconoscevo qualcuno senza essere vista»[2]. Ma le inchieste partirono male e arrivarono cadavere. Non venne mai istruito un processo.
Carla è una delle tante madri alle quali quel periodo di speranze e di illusioni, di una generazione in movimento ha strappato un figlio. Penso a Lydia Franceschi mamma di Roberto assassinato dalle forze dell’ordine nel 1973 davanti la Bocconi; a Felicia Impastato mamma di Peppino che venne ucciso a Cinisi (Pa) dalla mafia il 1978; a Danila Tinelli mamma di Fausto ucciso insieme all’amico Iaio a Milano dai neofascisti sempre nel 1978.
Queste donne sono e sono state portatrici sane di memoria. Hanno puntato un fascio di luce implacabile su quelle vicende, affinché i loro figli oltre alla vita non perdessero la loro storia individuale, non diventassero numeri della memoria occultata, in altre parole non diventassero fantasmi della memoria collettiva.
Anche se Valerio non glielo avrebbe restituito nessuno e nessuno avrebbe potuto riparare il ricordo di quella morte terribile e delle ultime parole: «Aiuto mamma, mamma aiuto!». E per una madre non poter far nulla per salvare la vita al proprio figlio è devastante; sopravvivere a un figlio innaturale; lottare contro il muro di omertà che ammanta quegli anni l’unica possibilità per andare oltre il dolore, oltre la rabbia, per far rinascere la speranza, per non far diventare il sacrificio di un figlio una cosa quasi inutile, un ricordo per pochi intimi. Invece la storia di Valerio è diventata grazie al suo impegno antifascista una storia collettiva, la mia, la nostra storia.

NOTE

1. C. Verbano con A. Capponi, Sia folgorante la fine, Rizzoli, Milano, 2010, p.23.
1. Ibidem, p.17.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Chantal Castiglione

Nata a Cosenza nel 1986. Ha conseguito la laurea magistrale in scienze politiche presso l’Università degli studi della Calabria, con una tesi sperimentale in Sociologia dei movimenti collettivi, dal titolo: Tra speranza e illusione: una generazione in movimento analizzandolo le storie e i personaggi di giovani della sinistra extraparlamentare, la repressione, le stragi di Stato, gli intrecci occulti, la lotta armata e il ruolo della memoria. Tematiche di cui si occupa da diversi anni per ragioni di studio e da poco meno di un anno anche tramite il suo blog.

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