Rita da Cascia

Roccaporena 1381 - Cascia 1447
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Nel 1887 si apre il processo di canonizzazione di Rita da Cascia, su sollecitazione di monsignor Casimiro Gennari, vescovo di Conversano (Bari), dove era avvenuto il miracolo di una suora cieca che aveva riacquistato la vista in seguito all’intervento miracoloso della monaca umbra. Il vescovo pugliese, gran divulgatore dei miracoli ritiani, sollecita Leone XIII a chiudere un percorso di santificazione iniziato secoli prima, poiché Rita era stata dichiarata beata già nel 1626 da papa Urbano VIII. I devoti della santa, già molto numerosi in Italia e in Europa, videro riconosciuti i miracoli della loro taumaturga e il 1900 si apre con la canonizzazione di Rita.
Nata a Roccaporena e vissuta a Cascia (due centri della Valnerina, in Umbria) tra il 1381 e il 1447, Rita ha atteso più di quattro secoli perché fosse riconosciuta, a livello ufficiale, quella santità che a livello popolare era ormai ampiamente affermata.
Perché questa lunga attesa? La santificazione di Rita si colloca in un periodo particolarmente difficile per il cattolicesimo: dopo l’Unità d’Italia vi era stato l’incameramento dei Beni ecclesiastici da parte del governo liberale e si era maturata una rottura tra Stato e Chiesa (poi ricomposta dal Concordato del 1929). La chiesa aveva bisogno di nuovi capisaldi della fede, di nuovi modelli di santità per rievangelizzare le masse operaie e i nuovi laici; in questa direzione i miracoli di Lourdes (1856-62) erano stati il segnale di una grande ripresa del sacro e della taumaturgia divina. È anche un momento storico che vede lo sviluppo di partiti e sindacati, e una crescente presenza pubblica delle donne, nel lavoro, nell’impegno civile e nella battaglia politica per l’unità. La chiesa dunque si rivolse in particolare alle donne, come promotrici di nuova fede e come collante dei legami familiari. Non è un caso che un importante santuario dedicato a Rita sia proprio a Torino, simbolo allora della città industriale.Il modello di santa mistica e monaca, che tanta importanza aveva avuto nel Medioevo, ma anche in epoca barocca, non era più adeguato alle donne del secolo nuovo. Erano dunque necessari nuovi percorsi di santità laica, storie di vita nelle quali le donne potessero riconoscersi e identificarsi, anche nei valori familiari.
Rita, aveva una storia complessa, in grado di riflettere le diversità femminili.
Era stata una fanciulla devota, figlia di genitori pacieri, aveva poi accettato le nozze con un ghibellino, Ferdinando Mancini, da cui aveva avuto due figli. Siamo nel periodo dello Scisma d’Occidente (1378-1417), che videro a Cascia fronteggiarsi Guelfi e Ghibellini per il controllo della città. Ferdinando, uomo d’armi e violento, viene ricondotto alla fede da Rita, motivo per cui verrà considerato un traditore dai suoi amici. Come nei migliori feuilletons ottocenteschi, la storia ha un epilogo tragico: Ferdinando viene ucciso dai Ghibellini, Rita piange il marito ucciso, ma nasconde la camicia insanguinata del marito perché i suoi figli adolescenti non si armino per la vendetta. Era infatti consuetudine esporre in casa gli abiti insanguinati del morto perché fossero oggetto d’incitazione alla faida. Dopo alcuni mesi muoiono anche i figli di una malattia infettiva. Distrutta dal dolore, abbandonata dai parenti del marito che chiedevano vendetta, Rita vive un periodo da eremita: prega, cura i lebbrosi, impara a curare i malati. Chiede di entrare nel monastero di Cascia, ma la sua richiesta viene respinta dalle suore.
Allora un intervento soprannaturale interviene a sciogliere la tragicità del momento e l’aspetto leggendario si confonde con quello storico. Avviene che di notte, mentre Rita prega sullo Scoglio di Roccaporena, viene trasportata in volo da tre santi: Sant’Agostino, San Nicola da Tolentino, San Giovanni Battista. Il trasporto miracoloso trasforma una vita “normale” e la proietta in una dimensione fantastica, ma anche ambigua, dato che nella prima metà del Quattrocento le donne che volavano erano considerate streghe. Il volo notturno è considerato miracoloso perché di fatto si compì entro le mura del convento di Cascia, a partire da Roccaporena (circa 10 km). Se non ci fossero stati i santi, Rita sarebbe probabilmente stata bruciata come strega. È l’aspetto liminale di un rito di passaggio, che la porta in una nuova dimensione e nel ruolo di monaca. Nel monastero, Rita viene sottoposta a una rigida disciplina, a comandi apparentemente inutili, come innaffiare un pruno secco, che diventerà una rigogliosa vite da cui si estrae la polvere di vite data ai malati per sollecitare la guarigione. Rita vivrà poi il suo secondo aspetto liminale verso la santità: mentre prega davanti ad un crocifisso, una spina della corona di Gesù le si conficca sulla fronte, provocandole una ferita che durerà anni e che lei curerà con unguenti. Questo secondo passaggio la consacra quale donna eccezionale, una monaca guaritrice a cui tanti si rivolgono per cure e poteri terapeutici.
Rita, attraverso la sua agiografia, mostra aspetti interessanti di una santità femminile definita da specifiche caratteristiche. In primo luogo compare il valore della famiglia, del suo ruolo di moglie e madre: per molto tempo Rita è stata considerata la santa delle “malmaritate”, poiché costretta a sposare un uomo violento; al tempo stesso è capace di evangelizzare, riportando il marito alla fede. È anche una mater dolorosa che piange i figli morti, associandola così al culto mariano, con cui condivide il mese (la festa di Rita è il 22 maggio) e la rosa come fiore-simbolo.
Rita è stata anche una figlia di pacieri e, scegliendo di non vendicare la morte del marito, si pone come mediatrice di pace. Non è casuale che negli ultimi decenni le istituzioni religiose abbiano avvicinato Rita a Francesco d’Assisi e al suo messaggio. Il carattere pacifista di Rita diventa cifra della sua epoca, ma anche del passaggio di secolo in cui è stata canonizzata e dei conflitti politico-religiosi. Rita compare come paladina della fede che redime il marito ghibellino e perdona gli assassini: in qualche modo rappresenta il sacro negato che trionfa sui miscredenti e sulle faide familiari.
Ma la sua specificità è quella di essere una potente guaritrice, la santa dell’impossibile o dei casi disperati, la grande taumaturga. Questa sua qualità è legata ad alcuni aspetti particolari: in primis il rapporto con i tre santi, con i quali rompe le categorie spazio-temporali (trasporto miracoloso, ritrovamento nel convento, rapporto con morti eccezionali). Rita fa fiorire rose e pruni, cura la sua ferita purulenta, si occupa dei lebbrosi, accoglie le partorienti (che partoriscono sul suo mantello fatto di pelle di capra, ora in una chiesa di Roccaporena): è guaritrice, veggente, taumaturga. È vissuta in una terra, la Valnerina, famosa per negromanti (Lago di Pilato) e per la Sibilla (monte Vettore), ma anche terra di donne veggenti. Le pellegrine, che numerose si recano a Cascia nel giorno della sua festa, ripercorrono i luoghi della sua vita, cercano un contatto con il suo sepolcro, fanno tappa nei luoghi dei suoi miracoli: lo Scoglio, l’orto delle rose. Rita sembra ereditare aspetti di un mondo femminile arcaico, legato alle forze della natura e alla capacità di veggenza (altra caratteristica che le viene attribuita): ciò fa di lei una potente taumaturga, legata particolarmente alle situazioni femminili. Questo spiega la diffusione del culto ritiano, a Torino, come a Conversano ed altri centri della Puglia, in Francia (Nizza e Parigi), a Granada in Spagna. A Parigi la Chapelle de S. Rita è a Pigalle, di fronte al Molin Rouge, costruito lì proprio per evangelizzare coloro che si recavano al famoso locale. Oggi la chiesa è frequentata da immigrate, da marginali e da donne in cerca di guarigioni impossibili. È anche un luogo in cui vengono benedetti gli animali, a conferma del suo carattere agreste e popolare.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Brisbarre A.M., La messe des animaux. Sainte Rita, patrone des causes désespéreés, «Communication», n.74, 2003, pp.139-158.

Cavallucci A., Vita della Beata Rita da Cascia dell'ordine di Sant'Agostino, Siena, Stamperia di Matteo Fiorini, 1610.

De Giorgio M., Il modello cattolico, in Storia delle donne in Occidente: l'Ottocento,Bari, Laterza, 1991.

Giacalone F., Il corpo e la roccia. Storia e simboli nel culto di Santa Rita, Roma, Meltemi.

Giacalone F., Le guarigioni attribuite a S.Rita da Cascia. Un confronto tra antropologia religiosa e antropologia medica, «A.M. Rivista della Società italiana di antropologia medica», nn.1-2, 1996, pp.179-214.

Iacobilli L., Vita de'Santi e Beati dell'Umbria, Foligno, 1647.

Monastero di Cascia (a cura di), Documentazione ritiana antica, IV volumi, Cascia, 1968.

Fiorella Giacalone

È prof. Associato di Antropologia culturale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Perugia. Prima della sua attività di docente, ha lavorato come funzionaria statale presso la Soprintendenza ai B.A.A.S. dell'Umbria (dove ha studiato la collezione Bellucci) e presso la Soprintendenza Archivistica. Si occupa di tematiche femminili legate alla dimensione politica all'interno delle religioni monoteiste (cattolicesimo e islam) e d'immigrazione femminile. Tra le pubblicazioni: Il corpo e la roccia, Roma, 1996; Bismillah. Saperi e pratiche del corpo nella tradizione marocchina, Perugia, 2007; Impronte divine. Il corpo femminile tra maternità e santità, Roma, 2012.

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