Rita Majerotti

Castelfranco Veneto 1876 - Treviso 1960
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La donna faccia la calzetta e reciti l’Ave! – Ecco il solito consiglio! La missione della donna secondo gli uomini! […] cioè che intisichisca tra quattro pareti solo dedita al fornello e ai rattoppi e incretinisca nella noia e nella vita puramente materiale. La donna socialista in Italia ancora non si comprende: devono essere foggiate tutte a immagine e somiglianza di una sola, devono avere tutte le stesse attitudini, come tante macchine. – Parlare di libertà, la schiava millenaria, la scimmia addomesticata!
Sessualità e desiderio amoroso nell’uomo e nella donna, Rita Majerotti

Quando ritorna alla politica attiva dopo la caduta del fascismo, sono passati diciassette anni dacché la maestra comunista, Rita Majerotti, era stata costretta ad abbandonarla. La pioniera di tante battaglie femministe e pacifiste, i capelli incanutiti da un’aggressione squadrista molto prima che dall’età, ha una storia troppo radicale per trovarsi a suo agio nel clima “familistico” che, nel secondo dopo guerra, investe anche i partiti laici del belpaese. La foto che la ritrae, settantenne, su «L’Unità» del 5 giugno 1945, durante i lavori del cosiddetto “primo” congresso nazionale delle donne comuniste (con freudiana dimenticanza di quello del 1922), un po’ discosta e tuttavia insieme alla giovane nipote Anna Tonon, trasmette il senso di una consegna intergenerazionale ben diversa dagli scatti di rassicurante femminilità che le candidate Pci alle elezioni del 1946 e del 1948 concessero e si concessero, posando coi bimbi in braccio 1. Un velo di oblio cade sulle battaglie del movimento di emancipazione femminile precedenti il fascismo e sulle sue ormai anziane protagoniste. Rita Majerotti – un’autodisciplina del “volere e valere” che si fa mantra di monito a tutte le donne e un anticonformismo che la espone, da subito, fuori e dentro il partito, a ostracismi e invettive – è una di loro.

Nata a Castelfranco Veneto nel 1876, da famiglia piccolo-borghese, conosciamo la prima parte della sua vita da Il Romanzo di una maestra, autobiografia apparsa a puntate su «La difesa delle lavoratrici» tra il 1913 e il 1915. Rita Majerotti ne interrompe la pubblicazione quando, col primo conflitto mondiale alle porte, la linea del giornale vira, soprattutto attraverso la penna di Margherita Sarfatti, futura biografa del duce, su posizioni sempre più interventiste:

Fui decisamente contro la guerra del ’14 – racconta la maestra in Perché ero socialista e come ho visto Lenin – e mentre Mussolini, direttore dell’«Avanti!», faceva allora pubblicare un mio romanzo Pagine di vita (chiamandolo “un capolavoro di naturalezza”), io lo chiusi in fretta arrabbiatissima per non aver nulla in comune con costui che tutt’a un tratto voltava gabbana e, ben pagato, diventava guerrafondaio come D’Annunzio.

Mussolini aveva pure lodato l’autrice delle Pagine attraverso lettere private. Archiviata per sempre l’esperienza socialista, il capo del fascismo avrebbe in seguito dato luogo ad una serie di perquisizioni nella casa dell’ex compagna di partito per recuperare quelle compromettenti missive, poi consegnate.

Punto di partenza e tornante decisivo del romanzo, la formazione politica e sentimentale di una ragazzina ribelle, nel clima di acceso scontro tra anticlericalismo socialista e democratico e attivismo dei preti, nelle campagne venete tra Ottocento e Novecento. Anche la famiglia Majerotti porta in sé queste due anime: il padre, Eugenio, discendente da una famiglia di insegnanti e garibaldino, si occupò personalmente dell’istruzione dei figli – due maschi e quattro femmine – opponendosi all’educazione cattolica che la moglie avrebbe preferito per loro: “non voleva che il nostro cervello fosse offuscato da qualsiasi superstizione… non voleva frequentassimo chiese o istituti religiosi” 2.

La madre, Elvira de Mori, di origini aristocratiche e fervente cattolica, era nel ricordo della figlia, una “creatura dolce e mite, massaia ordinata […] d’indole quasi passiva” 3. Sempre preoccupata dall’ateismo del marito e di Rita, unica tra le sue figlie che scelse di aderire al modello culturale paterno fino ad eccederlo.

Ma oltre che dall’influenza del padre, l’adesione al socialismo passa, molto prima che dalla lettura dei classici del marxismo e di Ellen Key dichiarata teorica di riferimento, dal “cuore” (“Credo si nasca socialisti come si nasce poeti” 4): incontri casuali, come col pittore tedesco per cui posa per problemi economici, e/o rivelatori come quello con Angelica Balabanoff. O con le operaie e gli operai con cui si ferma a parlare all’uscita dalle fabbriche.

Soprattutto determinanti sono il primo matrimonio, presentato nelle Pagine di vita come una vera e propria descensio ad inferos con soluzione “femminista” e “socialista” ante litteram, e l’esperienza di maestra rurale.
Rita Majerotti lavora tra trevigiano, milanese, Bari ed altre sedi, spesso disagiate, dove prima di iniziare le lezioni non era raro ingaggiare lotte con topi e scarafaggi. E dove una maestra, già in quanto donna lavoratrice vissuta con diffidenza, tanto più lo era se, come Rita, non si adeguava al potere del prete insegnando il catechismo:

Io pensavo che l’insegnamento primario fosse un’arma potentissima contro la superstizione religiosa e la morale militarista della violenza; […] in questi paesi la maestra deve esser complice ed eternare il pregiudizio […] è una schiava con le mani e i piedi legati. Il prete e il sindaco impongono le spiegazioni del catechismo, la preghiera […] La maestra, o si adatta e si chiude un occhio e anche tutti e due; o si ribella, come facevo io, ed è presa di mira. 5

La scuola diventa subito, per Rita, strumento e banco di prova di quel progetto di emancipazione sociale, e della donna proletaria in particolare, che comincia con la liberazione della mente e che è disatteso anzitutto da quei compagni socialisti che si comportano con le loro mogli come i padroni con gli operai: “L’educazione femminile è la cosa più importante e purtroppo la più trascurata anche dal proletariato socialista. […] la donna sta all’uomo come l’operaio sta al proprietario, anzi, sta ben peggio” 6.

Da qui il delinearsi di una “nuova missione della donna” chiamata a farsi “avanguardia del movimento sociale” educando alla libertà i propri figli e figlie: “È a noi madri e maestre che incombe insegnare ad avere una coscienza, un ingegno, un cervello […] e non vendere il proprio pensiero, […] il voto, la parola, l’atto, il lavoro, la carne, la coscienza” 7. Cruciale, in tale direzione, il diritto delle donne al voto passivo: “finché sol gli uomini, che non possono conoscere appieno i bisogni, i desideri, le aspirazioni della donna, fanno le leggi, anche quelle che essa sola riguardano; finché una metà del genere umano si impone all’altra metà, e si considera superiore e arbitra; finché si vuol la donna una pupattola […] Non vi può esser morale né progresso” 8. In gioco anche i temi dell’amore libero, della non indissolubilità del vincolo matrimoniale e delle “coppie di fatto” contro l’ipocrisia dei difensori dell’amore eterno: “Io vorrei che parlassero tutti i salottini intimi, i talami coniugali, le camere d’albergo, gli uffici, i confessionali, i conventi […] come sarebbe conciata povera morale corrente e voi pure” 9. Mentre sul paradosso della doppia morale borghese, monogamica per la donna, indulgente per l’uomo, e su questa strana categoria di peccati solo femminili attinenti la sfera delle libere relazioni, è il 1911 quando, dalle pagine di «Su Compagne!», la maestra socialista provocatoriamente si chiede: “Dov’è l’anormalità?”. Questioni che la Majerotti elabora, come accennato, sulla pelle di un durissimo apprendistato coniugale: Rita si sposa una prima volta con Giuseppe Tonon, ufficiale trevigiano del dazio con problemi di alcolismo e conseguenti perdita del posto di lavoro, difficoltà economiche e accessi di violenza. Un matrimonio riparatore da cui nascono quattro figli: il primo, deceduto a pochi giorni dalla nascita; Elvira, morta ad un anno di polmonite e per l’indigenza che costringe spesso la madre ad affidare i bimbi alle cure superstiziose di popolane; Arturo (padre di Anna), arrestato e perseguitato lungamente dal fascismo sulle orme materne, e un’altra Elvira. Nel bel mezzo di una separazione in corso e di una battaglia per l’affidamento dei figli, la morte prematura di Giuseppe, per un arresto cardiaco a 38 anni, segna per Rita la fine di un calvario (e dell’autobiografia) e l’inizio di una fase politicamente più consapevole.

Agguerrita l’attività pubblicistica della Majerotti sulla stampa di partito («La Fiamma», «Su Compagne!»), in linea con uno stile oratorio che la espone costantemente alle denigrazioni – persino maschiliste – del “fuoco amico” (“donna isterica”, “ti conosciamo, o chiacchierona di piazza”). Ad attaccarla, dai giornali, i socialisti riformisti prima, durante la fase di divisioni interne che avrebbero portato la minoranza rivoluzionaria, riunitasi nel 1917 a Firenze con Gramsci e Bordiga e di cui Rita fa parte, a fondare, nel 1921 il PCd’I. E i nuovi compagni comunisti poi: quell’ala – e gruppo dirigente – anti-trotzkista che, sulla scia delle divisioni del partito russo, accusava di trotzkismo i bordighiani. Emarginazioni e persecuzioni a cui si affiancano, in quegli stessi anni, quelle del montante e poi ufficiale fascismo: Rita subisce ripetutamente, in quanto antifascista, l’aggressione e l’arresto. Costretta nel ’25, insieme al secondo marito Filippo D’Agostino, a riparare in Belgio e, nel ’26, in Francia, ivi contribuisce alla riorganizzazione del partito comunista all’estero. Rientrata in Italia, viene colpita dall’interdizione perpetua dalle attività didattiche per l’impegno politico degli anni antecedenti al fascismo e resta fuori gioco, per lo più a Roma, insieme al marito fino alla caduta del regime. Quello con D’Agostino, di nove anni più giovane, sarà un felice sodalizio, di vita e politico, fino alla morte di lui, nel 1944, deportato a Mauthausen in seguito ad un attentato a Roma. Dopo il 1945, Rita è tra le fondatrici dell’Udi, scrive intensamente su «Civiltà proletaria» e «L’Unità», è sul palco di innumerevoli comizi; milita in Sicilia, si impegna nella campagna per l’elezione dell’Assemblea Costituente e per il suffragio femminile. Ma il suo passato anticonformista è di nuovo inattuale nell’età della riconciliazione e viene rimosso.

Rita resta, fino alla fine, una donna sola per vocazione:

Non ho amiche perché non mi piacciono le conversazioni frivole ed inutili: leggo, scrivo, studio, discuto, amo la sociologia […] Ho viaggiato assai [viaggio clandestino in Russia incluso ndr] e sofferto molto […] Non sono molto indulgente verso la leggerezza: amo i caratteri 10.

 

  1. Cfr. Maria Antonietta Serci, Una maestra ribelle in terra di Bari da Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995, pp. 76-79.  ^
  2. Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995, p. 87.  ^
  3. Ivi p. 86.  ^
  4. Perché ero socialista e come ho visto Lenin in  Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995.  ^
  5. Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995.  ^
  6. Educazione socialista in Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995.  ^
  7. Sessualità e desiderio amoroso nell’uomo e nella donna in Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995.  ^
  8. Ivi.  ^
  9. Ivi.  ^
  10. Da una lettera in  Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Rita Majerotti, Il romanzo di una maestra, a cura di Lucia Motti, Roma, Ediesse 1995. Con i saggi di Maria Teresa Sega e Maria Antonietta Serci. E altri scritti di Rita Majerotti: Sessualità e desiderio amoroso nell'uomo e nella donna, Educazione socialista, Dov'è l'anormalità?, La donna e il socialismo, Una visita alle carceri di Santa Teresa, Perché ero socialista e come ho visto Lenin.

Anna Tonon, testimonianza al convegno Rita Majerotti, maestra. Passione della differenza e impegno politico, Castelfranco Veneto, 16 giugno 1990, Atti inediti in ASDRM (Archivio Storico delle Donne “Camilla Ravera”, Fondo Rita Majerotti).

Elisabetta Viti

Giornalista, si occupa di critica cinematografica su «Sentieri Selvaggi» ed è coautrice, nello stesso ambito, de I segreti di Wayward Pines. Ha scritto per «Il Quotidiano della Calabria», «Cinema Sessanta», «Archeologia Viva» ed altre testate. Ha pubblicato la silloge poetica Dintorni Lontani (Rhegium Julii, 2009). Collabora al blog di critica sociale «Il Furibondo».

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