Rosa Vercellana

Nizza 1833 - Pisa 1885
Download PDF

“Regina senza trono e senza corona” (Costantino Nigra)
“Compagna indivisa delle mie pene” (Vittorio Emanuele II di Savoia)

Teresa Luisa Rosa Maria Vercellana nacque l’11 giugno 1833 a Nizza da Giovanni Battista e Maria Teresa Francesca Griglio. Non era di nobili natali, ma nelle sue stelle era scritto che l’aristocrazia sarebbe entrata presto nella sua vita per non uscirne più. Infatti Rosa Vercellana è nota per essere stata il grande amore del primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Non fu l’unico amore del re, ma quello più vero e duraturo.

Galeotto fu il lavoro di Giovanni Battista: arruolato nell’esercito regio come tamburo maggiore, diventò guardia del corpo del padre di Vittorio Emanuele, il re Carlo Alberto. Questi trascorreva lunghi periodi nella residenza avita di Racconigi e fu lì che scoccò il colpo di fulmine. Nel 1847 Giovanni Battista si recò a seguito del sovrano in questo paesino del cuneese insieme alla famiglia che era solita accompagnarlo nelle trasferte. Si racconta che il giovane principe Vittorio Emanuele notò una florida fanciulla affacciata ad un balcone e ne rimase folgorato. Si trattava proprio di Rosa che aveva quattordici anni. Il principe, all’epoca ventisettenne, decise di farla sua, anche se era già sposato con la pia cugina Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena e fornito di amanti (l’attrice Laura Bon la più nota) nonché di figli legittimi e non. Ma, da allora in poi, Rosa riuscì sempre a trionfare su tutte le rivali e a tenere il cuore del suo Monsù Savoia saldo nelle mani. Era da lei che il re ritornava sempre.

La giovinetta venne ospitata in una villa nei pressi del Castello di Moncalieri, alle porte di Torino. Le fu affiancata Madama Michela con il compito di insegnarle il bon ton. Malgrado ciò e nonostante si addobbasse con vistosi gioielli e preziosi vestiti, Rosa fu sempre snobbata dalla nobiltà, anche dopo la nascita dei figli: nel 1848 Vittoria e nel 1851 Emanuele Alberto (un terzo bimbo morì subito dopo il parto). Il famigerato conte Camillo Benso di Cavour non tollerava questa relazione: cosa avrebbe mai pensato l’intera Europa del nuovo re di Sardegna, salito sul trono nel 1849 dopo la prima guerra d’indipendenza italiana e sul quale si riversavano tutti i progetti per l’unità d’Italia? Cavour cercò, senza riuscirvi, di separare con ogni mezzo i due, anche con la calunnia: si arrivò a dire che Rosa tradiva il re. Lei si difese con intelligenza affermando che non avrebbe mai potuto avere altri amanti perché i focosi assalti di Vittorio erano troppo estenuanti. Quando nel 1855 il sovrano restò vedovo, ebbero inizio le grandi manovre per ammogliarlo di nuovo. Anche in questo caso l’insuccesso fu grande: Io non sposerò altra donna che lei, scriveva Vittorio Emanuele. Inoltre, per mettere a tacere tutti riguardo agli umili natali della donna, nel 1859 le conferì il titolo nobiliare di contessa di Mirafiori e Fontanafredda.

Rosa era l’ombra di Vittorio, lo seguiva con i figli ovunque. Anche dopo lo spostamento della capitale dell’Italia unita da Torino a Firenze e poi a Roma, Rosa era sempre con lui. Le residenze ufficiali le erano precluse, ma lei seppe organizzare il suo regno all’interno di eleganti ville in cui Vittorio si rifugiava. Il re sapeva che avrebbe trovato ad attenderlo i suoi Mirafiori, Vittoria ed Emanuele, e la sua bela Rosin, pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda.

Il 7 novembre 1869, nella tenuta di San Rossore vicino a Pisa, Bigio e Bigia convolarono finalmente a nozze con rito religioso. Anni dopo, il 7 novembre 1877, nella Villa Mirafiori di Roma sarebbe stato celebrato anche il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti. Le nozze furono morganatiche: né Rosa né i figli avrebbero mai potuto reclamare nulla riguardo alla successione al trono.

Insieme in ogni istante della vita, i due furono separati nella morte. Vittorio Emanuele spirò a Roma il 9 gennaio 1878 per una polmonite complicata da una pleurite. Rosina era lontana: era rimasta bloccata da un’influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’amore in cui la coppia amava trascorrere le vacanze. Dopo la morte del re, Rosa fu definita persona non grata dalla regina Margherita. Le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno (CN).

Il 27 dicembre 1885 Rosa Vercellana si spense a causa del diabete nel palazzo Spinola Grimaldi di Pisa, dimora della figlia. Non fu sepolta vicino al suo amato all’interno del Pantheon di Roma. Vittoria ed Emanuele decisero comunque di riunire idealmente i genitori facendo edificare in zona Mirafiori a Torino un Pantheon in miniatura in cui deposero la madre. In seguito ad un grave periodo di degrado, il Mausoleo di Mirafiori è oggi sede espositiva gestita dalle biblioteche civiche torinesi, mentre le spoglie di Rosa e dei suoi discendenti dagli anni ’70 sono custodite presso il Cimitero Monumentale di Torino.

Rosa Vercellana non fu una patriota che lottò per l’unità d’Italia, come Giuditta Sidoli, né una testimone attiva del Risorgimento, come Olimpia Savio. Fu una donna capace di far girare il suo mondo alle sue condizioni, mescolando amore e furbizia. Non era una donna complicata: non parlava di faccende di corte o di politica, ma riuscì a sistemare diversi membri della sua famiglia con incarichi di prestigio. Non faceva scenate a Vittorio: aveva compreso che non poteva richiedergli una fedeltà fisica che lui non era in grado di darle e lasciandolo libero lo legò ancora di più a sé. Con la “bela Rosin”, vera anima gemella per gusti e attitudini, il primo re d’Italia poteva smettere gli stretti panni del sovrano per vestire quelli di un semplice uomo amato, compreso e accettato dalla sua donna per quello che era veramente.

“Vinse la battaglia fingendo di perderla, catturò Vittorio dandogli l’impressione di consegnarsi a lui. Una conquista frutto di astuzia, ma anche di acume e tempismo. Fra concessioni ch’erano rivendicazioni e perdoni ch’erano moniti. Se Vittorio se ne accorse, non sappiamo. La sua condotta, comunque, non mutò. A Rosa non avrebbe più rinunciato. Gli piaceva così, la voleva così. E, per trent’anni, così la ebbe.” (Roberto Gervaso)

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Roberto Gervaso, La bella Rosina. Amore e ragion di stato in Casa Savoia, Bompiani 1993 (I ed. 1991)

Giovanni Gigliozzi, Le Regine d’Italia, Newton&Compton Editori 2001 (I ed. 1997)

Tersilia Gatto Chanu, Le grandi donne del Piemonte, Newton&Compton Editori 2006

Gianni Farinetti, Regina di cuori. La donna che Vittorio Emanuele amò tutta la vita, Marsilio 2011

Manuela Vetrano

Nata a Torino nel 1981 e laureata in Scienze dei Beni Culturali, lavora come guida turistica, operatrice museale e blogger. Autrice del libro Torino Silenziosa – Il Monumentale si racconta, è appassionata di biografie, arte funeraria e tombe illustri. Ama le fotografie in bianco e nero, leggere i classici e fantasticare sulle epoche passate.
Siti: La Civetta di Torino e Guide di Torino.

Leggi tutte le voci scritte da Manuela Vetrano