Shajaràt al-Durr

1223 - 1257
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Sono molto rari i casi in cui le donne hanno esercitato il potere nel mondo musulmano. Una di queste “sultane dimenticate” è Shajaràt ad-Durr (letteralmente “alberi di perle”), nome che si ritiene ispirato dal suo amore per questi gioielli del mare.
Poco si sa delle sue origini, del suo vero nome e della data di nascita, indicata attorno al 1223. La leggenda le attribuisce un’origine araba, ma gli storici concordano sull’origine turca. All’epoca della sua nascita i Mongoli, che dall’Asia stavano avanzando verso Occidente, assorbirono alcune tribù Qipchaq e ne dispersero altre. Alcuni furono fatti prigionieri e venduti ad altri popoli – compresi i sultani Ayyubidi di Egitto. Il primo marito di Shajaràt ad-Durr, il sultano al-Malik as-Salih, fu infatti il primo a portare numerosi Qipchaq al Cairo. Gli uomini venivano impiegati come esercito servile (i Mamelucchi), mentre le donne, come Sharjaràt, entravano a far parte dell’harem.
Nella sua storia del sultanato mamelucco egiziano, lo storico e biografo al-Maqrizi del XIV e XV secolo scrisse che il sultano: “l’amava tanto disperatamente da portarla con sé nelle sue guerre, e non la lasciava mai”.
Nel 1239 ella ebbe un figlio, Khalil, e nel 1240 il sultano la sposò, liberandola dalla schiavitù. Il figlio, però, morì in tenera età. As-Salih aveva anche un altro figlio avuto dalla prima moglie, Turan Shàh, il quale però si trovava in Mesopotamia.
Ad ogni modo as-Salih contava su Shajaràt le cui origini Qipchap gli erano di grande aiuto per mobilitare le truppe mamelucche sia per mantenere il suo potere in Egitto, sia per estendere il proprio dominio sulla Siria. Nella primavera del 1249, mentre as-Salih conduceva una campagna sul territorio siriano, apprese che gli eserciti della settima Crociata, guidata da Luigi IX di Francia, erano salpati verso l’Egitto e minacciavano la città di Damietta. Shajaràt ad-Durr, agendo come reggente al Cairo, inviò l’emiro Fakr ad-Din a Damietta, mentre lei guidava il presidio mamelucco al Cairo. Giunse poi notizia che il sultano era stato ferito in battaglia. Come ci narra lo storico del XIII secolo Ibn Wasil, il 6 giugno 1249 Luigi sbarcava a Damietta; sopraffatte, le truppe musulmane abbandonarono la città per poi raggrupparsi sulla riva orientale del Nilo ad al-Mansura, dove giunse il sultano ferito.
La salute del sultano peggiorava e in novembre morì. Determinata ad assicurare la continuità della dinastia del marito e a celare ai Crociati la situazione di debolezza, Shajaràt ad-Durr richiamò Turan Shàh dalla Mesopotamia e, fino al suo arrivo, tenne nascosta la morte del sultano. Chiamò Fakr ad-Din e il capo degli eunuchi di Salih, Jamal ad-Din: “per informarli della morte del sultano e chiedere loro di sostenere il peso del governo in un momento così critico”, così racconta al-Maqrizi.
L’inganno comportava un’elaborata cospirazione. Gli ordini del sultano venivano siglati da Jamal ad-Din, che ne imitava la firma, e perfino un medico, messo al corrente del segreto, si recava ogni giorno nella stanza del malato fingendo di visitarlo.
Per circa tre mesi Shajaràt diresse segretamente il sultanato. Nonostante Fakr ad-Din morì in battaglia, le sue forze stavano respingendo i Crociati e Turan Shàh arrivò proprio nel momento della sconfitta e della cattura di Luigi IX. Succeduto al padre, Turan Shàh si alienò presto gli animi dei soldati, tanto che un gruppo di loro si accordarono per ucciderlo il 2 maggio 1250.
I Mamelucchi allora decisero che: “le funzioni sultaniali e regali fossero esercitate da Shajaràt ad-Durr madre di Khalil e moglie del Malik as-Salih; per suo ordine e in suo nome sarebbero stati emessi i decreti sultaniali, e provvisti della sigla reale”. L’emiro Izz ad-Din andò al Cairo, salì alla Cittadella e annunciò la cosa alla madre di Khalil e moglie del Malik as-Salih. Da allora tutti gli affari fecero capo a lei, e uscì il suo nome su una sigla reale con questa formula: “la madre di Khalil” e fu pronunciato il sermone in suo nome come sultana al Cairo e in tutto l’Egitto. “Fu questo un fatto senza precedenti in alcun paese musulmano: dell’effettivo potere e del governo (di una donna) esistono bensì precedenti, come nel caso di Daifa Khatùn figlia del sultano al-Malik al-Adil, che resse il governo ad Aleppo e provincia dopo la morte di suo figlio al-Malik al-Aziz finché ebbe vita, ma in tal caso il sermone col nome del sultano veniva pronunciato al nome del figlio di suo figlio, al-Malik an-Nasir (così si legge in Ibn Wasil).
Shajaràt concluse un patto con i Crociati, che restituivano Damietta e pagavano un riscatto per Luigi IX. I termini del patto vennero negoziati con la controparte francese, la regina Margherita di Provenza.
Al califfo di Baghdad, al-Mustasim, non stava bene che l’Egitto fosse governato da una donna e dichiarò che: “se l’Egitto è a corto di uomini, ne manderemo uno noi a governare”. La sultana fu costretta a capitolare. Sposò, rinunciando al titolo, un ufficiale mamelucco, Izz ad-Din Aybek, insistendo affinché questi divorziasse da sua moglie. Anche se tale decisione si rivelò fatale, Shajaràt ad-Durr mantenne nelle proprie mani per sette anni il potere decisionale e amministrativo.
Aybek, però, finì per stancarsi del suo ruolo nominale e volle aumentare il proprio potere prendendo una seconda moglie, figlia di un potente principe. Shajaràt non poteva accettare questo doppio tradimento, verso di lei e verso il sultanato. Nel 1257 convocò Aybek a palazzo, dove fu ucciso dagli eunuchi della sultana. Lei disse che era morto nel sonno, ma i Mamelucchi questa volta non la protessero.
I resoconti dicono che fu posta agli arresti nella Cittadella. Il figlio di Aybek e della sua prima moglie, al-Mansùr Alì, successe quale sultano. Egli offrì Shajaràt alla giustizia di sua madre, che fece trascinare per i piedi l’antica rivale gettandola dall’alto della Cittadella, come narra lo storico del XV secolo Ibn Iyas. I suoi resti furono inumati nella tomba che si era fatta costruire.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Al-Maqrizi, Histoire des sultans mamlouks de l’Egypte, écrite en arabe, trad. fr. Etienne Marc Quatremère, 1845

Ibn Wasil, in Storici arabi delle Crociate a cura di Francesco Gabrieli, Einaudi 1987

Ibn Iyas, in Encyclopaedia of Islam, 2nd edition

Mernissi, Fatema, Le sultane dimenticate, Feltrinelli 1993

Anna Maria Martelli

Anna Maria Martelli ha una laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere e ha conseguito il diploma in Lingua e cultura araba. È membro dell’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente. Ha collaborato a lungo con il Centro di Cultura Italia-Asia e la redazione di Quaderni Asiatici. È stata cultore di cultura araba presso l’Università degli Studi di Milano. Ha al suo attivo la pubblicazione di libri e articoli su riviste specializzate. I suoi campi di ricerca sono rivolti in particolare all’arte e al sufismo.

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