Silvia Montefoschi

Roma 1926 - Zurigo 2011
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Una mente illuminata nel panorama attuale della psicoanalisi italiana, tutta dedita al costante sviluppo della conoscenza e della ricerca. Una vita vissuta fino all’ultimo nella consapevolezza che ogni suo personale evento fosse l’attuazione dell’universalità dell’umano. Silvia Montefoschi ha scritto molto perché ogni suo testo è il frutto della riflessione svolta con “l’altro del discorso” (come chiamava i suoi interlocutori) a testimonianza della continua evoluzione del pensiero.
Della sua origine romana si portava dentro l’inclinazione alla comunicazione e l’estroversione ma, sin da bambina, l’anima filosofica e mistica la conduceva all’introspezione e alla continua riflessione. Da quando aveva nove anni un pensiero la accompagnava costantemente: «Cosa vuol dire che è tutto ciò che è?». Nel corso dell’adolescenza questo interrogativo non aveva ottenuto risposte sufficienti lungo la via degli studi filosofici, e neppure la visione religiosa istituzionale corrispondeva alla conoscenza che in lei si dava del divino (1989). Intraprende allora lo studio della vita biologica per verificare la presenza reale dello spirito nella materia, iscrivendosi alla facoltà di Scienze biologiche e trasferendosi da Roma a Napoli per lavorare alla Stazione Zoologica. Qui scopre l’armonia dell’universo nell’organizzazione progressiva dei sistemi viventi sino all’uomo. Collega così la filosofia con la biologia e, constatando che la dinamica dell’evoluzione è inscritta in ogni cellula del corpo, ritorna all’interesse per la lettura introspettiva di se stessa quale completamento di ciò che andava scoprendo nella genetica sperimentale.
Già le era nota la psicoanalisi come metodo conoscitivo oltre che terapeutico, e aveva intuito che l’inconscio collettivo di cui Jung parlava doveva coincidere con il patrimonio di informazioni che la biologia descriveva nel codice genetico. Sincronicamente, ritornando a Roma nelle pause di studio, incontra Ernst Bernhard che aveva portato la psicologia analitica junghiana in Italia. Silvia aveva allora 27 anni. «Il senso dell’incontro tra Bernhard e me … mi fu chiaro alla fine del nostro comune percorso come quello della staffetta dove il penultimo corridore consegna il testimone a chi deve portarlo alla meta» (1989). Come era d’uso in quegli anni per esercitare la psicoanalisi si laurea anche in Medicina, e fonda con Bernhard e altri allievi nel 1961 la prima Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA). Su invito dello stesso Bernhard si trasferisce a Milano con Fabio Minozzi, amato compagno e collaboratore, da cui ebbe la figlia Silvia. Cura quindi lo sviluppo milanese dell’AIPA, di cui sarà membro ordinario anche Mariella Loriga Gambino. Ne uscirà qualche anno dopo, in coerenza con la convinzione del rischio inevitabile di identificazione dogmatica del pensiero nell’appartenenza a una “scuola”.
Dalla metà degli anni ’70 il lavoro psicoanalitico di Silvia è intenso, appassionato e creativo; si intrecciano relazioni di scambio e di ricerca con molti allievi e intellettuali accorsi attorno a lei (tra gli altri: Alessandro Peregalli, Lella Ravasi Bellocchio, Antonino Messina, Marco Garzonio, Ugo Garlaschini, Lalla Montanari, Adriano Alloisio, Bruno De Maria, e successivamente Marina Valcarenghi, Claudio Risè e Cesare Viviani) e collaborazioni con colleghi (lavora nel Centro Studi di Psicoterapia Clinica di Pier Francesco Galli).
Successivamente alla pubblicazione dei primi articoli più specificamente junghiani, Silvia Montefoschi elabora un pensiero originale e nel ’77 pubblica per Feltrinelli il suo primo libro, L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico. In esso riflette sulla propria esperienza clinica e ne trae la descrizione di quella che considera la tensione universale delle relazioni e dei rapporti umani: il passaggio dalla dinamica interdipendente di rapporto, basata sul reciproco appagamento dei bisogni, a quella intersoggettiva che «su null’altro si fonda se non sulla reciproca esistenza» (1977). In questo periodo un altro grande amore le fa sperimentare ciò che il suo pensiero andava elaborando sull’evoluzione dei rapporti affettivi: insieme a Francesco Ruffini, che si era formato al C.G. Jung Institut di Zurigo, prosegue la ricerca di gruppo a Torino.
Silvia aborriva una psicoanalisi chiusa nella stanza dell’analista, e relegata al dialogo personalistico con l’inconscio. La psicoanalisi per lei doveva essere anche motore di trasformazione sociale, in particolare della condizione della donna, da sempre identificata nel ruolo di portatrice della vita biologica e dei bisogni materiali (maternità, famiglia), con inevitabile delega del lavoro della ricerca dello spirito (filosofia, scienza, religione, politica) all’uomo. Guardava però criticamente la protesta femminista del ’68 che rinnegava il maschile, piuttosto sentiva la necessità da parte della donna di doversi legittimare la propria “capacità consapevole di pensiero” per entrare in dialogo con l’uomo. La psicoanalisi perciò è sempre stata per Silvia la via che apre all’uomo e alla donna la strada per divenire entrambi Soggetti in dialogo intersoggettivo, sia sul piano del pensiero, sia sul piano dell’amore.
Nel 1986 una ulteriore svolta. Si trasferisce a Genova e, in gruppi di “co-riflessione” con i suoi allievi, prosegue la ricerca del sapere universale e del superamento di tutte le dicotomie (soggetto-oggetto, maschile-femminile, spirito-materia) a favore di un pensiero unitario che chiamerà “il Pensiero Uno”. Compie una “Megasintesi” (termine ricevuto da un sogno) tra i saperi della filosofia, della fisica e delle scienze biologiche, delle tradizioni culturali mistiche e religiose, dell’antropologia, arrivando a descrivere il percorso evolutivo dell’essere reale come un continuo processo di conoscenza che avviene per salti di coscienza. I libri usciti per le case editrici Cortina e Bertani testimoniano quegli anni.
Coerentemente con la certezza che il pensiero della realtà e la realtà concreta debbano coincidere, nel 1987 vive una esperienza che è metafora del vero incontro con il maschile. Il suo “incontro con Giovanni il teologo” la porta a testimoniare pubblicamente, anche negli ambienti psicoanalitici, questa esperienza mistica e logica al tempo stesso (Marina di Pietrasanta, convegno di Psicoanalisi e religione 1988). Come racconta ne Il Vivente: «l’incontro tra Silvia e Giovanni … è sospinto dalla forza stessa dell’evoluzione, tutt’uno con la loro passione amorosa, ad abbandonare le loro diverse immagini corporee e con esse le loro specifiche differenze di maschio e di femmina fino ad arrivare … a sentirsi esistenti come soggetti pensanti … nella Sola Persona che già vive in quella dimensione che si dà al di là dello spazio-tempo» (1989).
Questo passaggio le comporta l’esclusione dagli ambienti accademici ed editoriali. Silvia ritorna a Milano e, dopo 6 anni di silenzio, nel ‘95 i suoi nuovi scritti vengono editi dal fratello Franco, gestore della tipografia di famiglia a Roma (in seguito saranno ripresi dalla casa editrice Zephyro di Milano).
Negli ultimi 8 anni della sua vita, per desiderio di vicinanza da parte della figlia, si trasferisce a Sarzana, città medioevale vivace e familiare ai confini tra la Liguria e la Toscana. Qui trova una nuova dimensione di “unitarietà culturale”, come lei stessa diceva. Questa nuova dimensione la fa sentire nuovamente accolta e soprattutto rappresenta una dimora “silenziosa” per ricevere gli amici, gli allievi e coloro che desideravano incontrarla, e dove vivere il corpo sempre più sofferente in raccoglimento sino alla fine. La morte a Zurigo è stata da lei vissuta in modo semplice, come momento di passaggio e di unione con l’Infinito da sempre cercato.
Silvia ha certamente precorso quelle che ora sono le tendenze accettate in psicoanalisi (“relazione”, “intersoggettività”) e ha testimoniato nella sua vita un pensiero ancora tutto da scoprire e da comprendere.
In noi permane la sua presenza umile, ma rigorosa nel pensiero, sempre alla ricerca della verità con libertà e coraggio. Ricordiamo la calda accoglienza dei tanti momenti vissuti insieme, dove la ricerca e lo studio erano tutt’uno con la condivisione della quotidianità.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

S. Montefoschi, L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto analitico, 1997, Feltrinelli, Milano

S. Montefoschi, C.G. Jung un pensiero in divenire, 1972, Garzanti Milano

S. Montefoschi, Il Vivente, Laboratorio Ricerche Evolutive, 1989, Genova

S. Montefoschi, Opere, Zephyro, 2004 Milano. In 5 volumi, ancora in corso di pubblicazione

S. Montefoschi, Storia di colui che è narrata in coloro che sono, Zephyro, 2005, Milano

M. Pignatelli, Psicologia analitica, percorsi italiani. Il racconto di un testimone, Ma.gi., 2007, Roma

Il Sito del Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva (CEPEI)

Il Sito dell'Associazione GEA

Andrea Morelli, Il Pensiero Uno

Paolo Cozzaglio e Mimma Cutrale

Paolo Cozzaglio
è nato a Milano nel 1960. Laureato in medicina e chirurgia e specialista in psicologia clinica, è primario di due comunità terapeutiche riabilitative psichiatriche a Cernusco sul Naviglio. Psicoanalista junghiano, ha effettuato una prima analisi didattica con Antonino Messina, e ha lavorato con Silvia Montefoschi dal 1998. Presidente del Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva (CEPEI) di Milano, a lei ispirato. Curatore e autore del libro Dialoghi con il sogno. Incontri diurni e notturni con l’inconscio (Zephyro Ed. 2008).

Mimma Cutrale
nata a Milano nel 1960. Diplomata in terapia della psicomotricità, esperta in tecniche corporee. Lavora da tempo nella formazione e nella supervisione di gruppi di lavoro in ambito educativo e terapeutico. Dal 1996 è musicoterapeuta, seguendo il metodo “musicoterapia orchestrale” Esagramma di Milano. Dopo la prima analisi junghiana prosegue il lavoro e l’approfondimento con Silvia Montefoschi dal 1999, rivolgendo il suo interesse prevalentemente all’ambito psicoanalitico. È socio del Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva (CEPEI) di Milano.

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