Tina B.

Lutsk (Ucraina) 1948 - vivente
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Tina è ingegnere civile. Quando aveva 25 anni si è separata; aveva due bambini.
Nel 1998, per migliorare le condizioni economiche sue e della sua famiglia, Tina decide di emigrare, e ci riesce con un visto turistico per Napoli. Un anno dopo è a Venezia dove ottiene (2003) il permesso di soggiorno.
Oggi aiuta i figli e l’ex marito pensionato che vive in Ucraina con il figlio maggiore, laureato in ingegneria; il figlio minore invece è laureato in management e lavora come falegname. Sono entrambi sposati e a loro volta genitori.
In questi anni Tina si è spostata molto, in Europa e in molte parti diverse d’Italia. Ha trovato impiego per poco tempo a Napoli presso una famiglia «abbastanza povera… perché quattro bambini e un salario, ma questa famiglia era gente brava con cuore e con dolcezza […] gente semplice, la mamma faceva la casalinga e lui era postino senza grandi diciamo … soldi».
Ha lavorato anche con famiglie dove tutti lavorano e dunque “non possono” prendersi cura degli anziani. Ha lavorato con famiglie dove le donne non lavorano e “non vogliono” prendersi cura degli anziani.
Tina ha una grande e lunga esperienza della vita. Ne è consapevole, le è riconosciuta da altre immigrate, che spesso le chiedono consigli. Conosce bene la legge Bossi-Fini e il sistema, “truccato”, dei contributi, e vede con lucidità.«Dove vanno questi contributi? […] …contributi vanno solo per pagamento delle pensioni di tutti. Io quando datore di lavoro mi paga soldi e io ho questi soldi in mano io vedo questi soldi. Ma quando io lavoro un anno due o tre e dopo torno a casa io non vedrò questi soldi che datore di lavoro ha pagato per stato perché questi soldi restano in Italia. Prima vecchia legge faceva così: quando tu paghi i contributi dopo quando vai a casa…stato te poteva ridare come restituire questi soldi…adesso io devo lavorare venti anni…chi di quelli che viene qua lavorerà vent’anni?»Tina è una delle centinaia di migliaia di donne che sono state e continuano ad essere chiamate “badanti” anche se dovremmo imparare a chiamarle “assistenti familiari”. I dati ufficiali ci dicono che nel 2009 gli immigrati con permesso di soggiorno occupati nelle nostre case nel lavoro domestico e di cura sono 750.000, ma la Caritas e altri fonti ufficiali ritengono che superino un milione. Fra queste circa 350.000 lavorano nelle nostre case senza permesso di soggiorno. «sono arrivata come tutti… con il visto turistico […] anche i giornali scrivono esistono i flussi e tu puoi arrivare come lavoratore con questi flussi…». Durante la conversazione che abbiamo svolto con lei, l “Io” si mette dietro le quinte per vedersi come parte di una storia che riguarda “noi” tutti, l’intera società e anche il mutamento che si esprime nelle nuove generazioni, attraversate da una crisi di solidarietà che divide i lavoratori e i giovani. Tutti sottomessi alla regola della competizione, alla necessità del fare da soli, del “badarsi da sola”, dice Tina, riferendosi a se stessa. Una “legge della giungla” e non della ragione; forse per questo le servono metafore animali:
«Prima così tu incontri persona che ha bisogno tutti facevano qualche cosa per aiutare, per capire, per…solo quando sono venuta in Italia ho capito che in questo mondo io devo…diciamo…badarsi da sola e devo fare tutta la vita…che per me nessuno fa anche muovere dito…tutto questo io anche devo fare da sola…per me e per la mia famiglia e basta…un po’ c’è differenza di mentalità, ma anche da noi adesso è cambiato tanto. Adesso anche nostri giovani vedono e pensano come vostri perché è cambiato tanto da noi…da noi adesso non c’è come dicono la democrazia…questa democrazia è molto diciamo…feroce…come lupi…no, anche non è giusto come lupi, perché lupi non fanno male uno fra l’altro…mondo di animali è più umano che mondo di gente.
Diciamo progetti…perché tu vedi che vita è diversa e anche quando tu…adesso per fortuna leggo, capisco, guardo che cosa dicono vostri disgraziati parlamentari…come nostri disgraziati, uguali…che cosa loro diventano con queste leggi, che cosa parlano e adesso io capisco meglio e questo dà me un po’ di crescere […]. Anche questo…io sono venuta qua per soldi…dove questi soldi, tu non puoi mettere niente via da noi perché vita adesso cara… …ho perso tanto con questa mia immigrazione e non vedo via di uscita perché prima pensavo che con permesso di soggiorno che mi da qualche cosa, un po’ di libertà…no, sono diventata prigioniera di questo permesso.
Tu vai in agenzie affitto casa piene di annunci che affittano casa e quando tu entri loro dicono che no signora questo non per voi solo per italiani…non lo so…voi italiani avete tanta storia e tanta cultura di immigrazione vostra, ma voi non avete rispetto altri. Mi ha spiegato una signora, dove ho lavorato un mese questa estate e lei mi ha detto: ” che cosa tu pensi? Prima quando mio padre andava a lavorare”…zio di lei ha lavorato in Francia e altro in America e lei dice: “anche Francia e America era scritto…cani e italiani non possono entrare, e tu pensi che noi dimentichiamo questo? No, non dimentichiamo mai e questo disprezzo portiamo sempre dentro di noi e come a noi facevano male anche noi continuiamo a fare male.
Io sempre dico che tutto a posto e non devono preoccuparsi…io tutto questo male che io ho io porta sempre con me. Non racconto e non dico perché questo per loro non servirebbe…a che cosa? Che io devo fare…pensare per loro che io qua non sto molto bene? Loro pensano che Italia è così bella, così calda, così senza neve senza…: Italia…questa è Italia.»

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Giuliana Chiaretti

Nasce il 30 dicembre 1939 a Leonessa, un vasto altopiano appenninico nell'Alta Sabina. Nel 1945 la famiglia si trasferisce a Roma. Qui lei studia fino alla laurea - nel 1962 presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università La Sapienza - e qui inizia la carriera accademica. La passione per la sociologia la porta nel 1967 a Milano. Negli anni Settanta, il soggiorno di studi a Harvard e la pratica della ricerca sociale. Nel 1979 la nascita della figlia Federica. Poco dopo la scelta di dedicarsi anche alla psicoanalisi junghiana. Per lunghi anni è stata membro attivo del CIPA. Professore ordinario di sociologia all’Università Ca’ Foscari, vi ha insegnato dal 1996 al 2015. Al centro della sua attenzione i temi dell’identità e del riconoscimento, le disuguaglianze di genere e di razza, le migrazioni femminili. Vive fra Venezia e Milano.

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