Tomyris

Armenia VI secolo a.C.
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«The plot is laid: if all things fall out right,
I shall as famous be by this exploit
As Scythian Tomyris by Cyrus’ death.
Great is the rumour of this dreadful knight,
And his achievements of no less account:
Fain would mine eyes be witness with mine ears,
To give their censure of these rare reports.»

(Shakespeare, Enrico VI, atto II, scena III)

La Regina dei Massageti, Tomyris è uno tra i personaggi più noti della storia dell’Asia centrale arcaica. Su di lei tuttavia grava da sempre il dubbio che possa essere frutto di mera fantasia: le fonti documentarie e le testimonianze scritte della sua esistenza, infatti sono soltanto indirette. Erodoto è il primo a raccontarci la sua storia, facendone la protagonista della più autorevole tra le tante versioni sulla morte di Ciro nel Caucaso. Alcuni elementi della narrazione che la coinvolge, come il dato sulla terribile battaglia combattuta contro Ciro lungo l’Arasse (fiume che si getta nel Caspio, nell’attuale Armenia. Cfr. e.g. Strab., 11.8.6), vanno di certo a suo favore, senza che per questo la narrazione intera sia da considerarsi “valida”. Fa invece propendere per l’interpretazione comune il gesto, macabro e terribile, che l’ha contraddistinta e marchiata nella storia e nell’immaginario bizantino e prebarocco: sconfitto Ciro il Grande in battaglia, si vendica immergendone il capo mozzato in un otre ricolmo di sangue umano.
Questo tuttavia non è che il finale di un racconto più complesso nel quale essa rappresenta l’autodeterminazione dei popoli e diviene il simbolo stesso della possibile vittoria dei deboli oppressi sui prepotenti invasori: Tomyris paladina della lealtà, fino alla lettera, contro l’inganno perpetrato costantemente dall’invasore.
È una regina che combatte, restando sempre madre e donna.
Quando Ciro decide di invadere la sua terra, le propone nozze diplomatiche, ma lei rifiuta perché sa, come riporta Erodoto (Hdt. 1.205), che il pretendente mira al regno, non a lei. Essendo Ciro passato oltre l’Arasse, prova a fermarlo inviandogli un araldo, che porta un messaggio articolato, di sfida, nel quale invita a scegliere il campo di battaglia: di qua o di là dall’Arasse. Sotto consiglio di Creso, Ciro passa il fiume. La sfida di Tomyris è palese e Creso è in qualche modo forzato a dare un consiglio che dai più è considerato sbagliato, ma che nella circostanza ottiene il suo scopo, salvando il regno persiano dall’invasione.
Nel primo scontro un terzo appena dell’esercito massageta ha la meglio sui persiani, ma, preso per la gola, il figlio di Tomyris Spargapises si fa ingannare e catturare sul campo; viene tratto in ceppi a Ciro: non reggendo l’umiliazione si suicida seduta stante. Quando Tomyris viene informata della cattura ripropone a Ciro di restituire il figlio e andarsene; con una minaccia, in forma di giuramento al Dio Sole, prende le mosse dallo stesso stratagemma utilizzato da Ciro contro suo figlio: «Se non lo farai [desistere dal combattere], giuro sul Sole signore dei Massageti che, anche se ne sei insaziabile, ti sazierò di sangue» (Hdt. 1.212). Ciro naturalmente, ignorando la minaccia, rifiuta e si scatena un terribile secondo scontro sull’Arasse, il più cruento di tutti i tempi, secondo Erodoto, di quelli tra i Barbari. Ciro il Grande vi resterà ucciso e Tomyris farà cercare il cadavere: decapitatolo immergerà la testa in un otre pieno di sangue, per dare completo compimento alla vendetta annunciata. Tomyris si è guadagnata memoria con questo atto di disperazione finale, ma sono la sua battaglia (vinta) per la libertà, il suo ingegno politico e la sua abilità nel comprendere l’avversario, oltre al suo amore materno a descriverla e a farne l’importanza più che la teatrale vendetta di una madre disperata, che non sa più che farsene di una terra libera senza il figlio ucciso (Giustino 1.8.9 dice quod gravius dolendum. Ammiano Marcellino (XXIII, 6, 7) invece esplicitamente la dice Tomyris, regina Scytharum, ultrix acerrima filiorum), e che si accanisce sul nemico sconfitto, opponendo all’inganno una pedissequa fedeltà al giuramento dato. Del suo ultimo discorso, al capo mozzo di Ciro, la prima parte resta dunque quella che meglio descrive la regina, che così piange:
«Tu… tu… io, che vivo e ti ho vinto in battaglia… mi hai rovinata… tu… tu mi hai distrutta, prendendo mio figlio… con l’inganno. Ed io, ora, invece, come ti avevo promesso… ti sazierò di sangue».

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Egbert J. Bakker, Irene J.F.De Jong, Hans van Wees (a cura di) Brills companion to Herodotus, Leiden-Boston-Köln 2002

Pascal Payen, Franchir, transgresser, résister: autour de Tomyris et
Cyrus chez Hérodote
, «Metis» 1991/6: 253-281

Perseus Digital Library

Pietro Maria Liuzzo

È il marito di Francesca Panini, tuttavia questo non è il suo lavoro principale; è anarchico da sempre perché sua moglie gli regala i libri di Paolo Nori e le lettere di Sacco e Vanzetti, quindi prova anche ad essere cristiano. Cerca frammenti di Erodoto al dottorato di Storia dell'Università di Bologna ed è orgoglioso membro dell'associazione Rodopis nonché tutor al Servizio Studenti Disabili. Essendo contrario alla proprietà del tempo, collabora anche con il progetto europeo DIANA e con Fondazione Ahref (www.ahref.eu).

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