Trio Lescano (Alexandrina, Judith, Catharina Leschan)

Alexandrina (1910-1987), Judith (1913-1975?), Catharina (1919-1965)
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“Parlano d’amore i tuli-tuli-tulipan…”

…un ritornello che la mia generazione ricorda a malapena; chissà quelle successive. Eppure, lo interpretava il trio vocale più celebre d’Italia tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.
Me lo canticchiava mia madre quando ero bambino. L’allegria di quelle note accendeva il mio immaginario infantile portandomi in Olanda, paese d’origine del Trio Lescano, interprete della canzone. Allora, non mi sfiorava neanche l’idea che anni dopo avrei fatto il cammino inverso alle tre sorelle, trasferendomi nei Paesi Bassi.
Ascoltando quel motivetto, immaginavo campi di tulipani all’ombra dei mulini a vento, mentre il piccolo Hans Brinker cercava di salvare Haarlem con il suo dito nella diga. Immagini stereotipate, d’accordo, probabilmente legate a storie riproposte dai libri di scuola e dalla RAI degli anni Sessanta; comunque sia, quei ricordi sono sempre accompagnati dal ritmo vivace della loro musica, che metteva di buonumore seppure con una vaga nota nostalgica di sottofondo.
La storia del Trio Lescano è stata una storia singolare, ma soprattutto è stata una storia di donne in una società patriarcale dove gli uomini erano abituati a fidanzate, mogli, amanti e prostitute, ma non a ragazze indipendenti che con tenacia e determinazione prendevano in mano il loro futuro, senza l’aiuto né la supervisione di padri, fidanzati o mariti.
Stiamo parlando dell’Italia e dell’Europa degli anni Trenta del secolo scorso, gli anni immortalati con acute osservazioni sui costumi italiani di quel periodo da Irene Brin, pseudonimo di Francesca Maria Rossi, giornalista e scrittrice. In una delle sue cronache la giornalista parlava di come il Trio Lescano rappresentasse uno dei fenomeni musicali di quegli anni.1

Non mi dilungherò su fatti e cronache della loro vita né sulle loro qualità canore, se non per trarne spunto per questo articolo.
Vorrei considerare, invece, l’aspetto che maggiormente mi ha interessato da adulto: la scalata tenace di tre giovani donne, sostenute da una madre risoluta quanto loro che, nel periodo tra le due guerre, s’inventarono una carriera come cantanti con tali determinazione e disciplina da raggiungere in breve tempo la competenza necessaria per ottenere il successo. Successo che superò ogni loro aspettativa.

“Cantavamo malino – mi dice Sandra (n.d.r. Alexandra) – e non avevamo mai studiato la musica. Dubitavamo che al pubblico italiano il genere potesse piacere. Le prove erano estenuanti. Per chi non lo sapesse, nei primi tempi, venivamo in teatro alle 8 del mattino, e provavamo, poi, sino alle 9 ore al giorno.”2

Innanzitutto, bisogna considerare che le tre sorelle arrivarono in Italia in pieno regime fascista, straniere, accompagnate da una madre ebrea e quindi loro stesse ‘nate’ ebree, senza un padre che le tutelasse, senza legami familiari in Italia, e senza una rilevante carriera artistica alle spalle di cui fare sfoggio, se non quella legata alla danza acrobatica.
È quindi comprensibile che, soprattutto ai loro esordi in Italia, si fossero presentate vantando un passato “artistico tra scuole di danza a Parigi, madre cantante d’operetta, padre artista circense e di tante tournée di successo internazionale”. Un’azione di marketing di sé stesse che le tre sorelle furono abili a mettere in pratica.

Alexandrina (1910-1987), Judith (1913-1975?) e Catharina (1919-1965) Leschan erano figlie d’arte, come a loro piaceva raccontarsi. Il padre, Alexander Leschan era figlio di un ufficiale di Artiglieria dell’esercito austro-ungarico che, deludendo le aspettative paterne che volevano anche lui nelle truppe imperiali, lasciò casa e genitori preferendo alle armi la vita del circo. Esordì come acrobata poi, presumibilmente a causa di un incidente sul lavoro quando aveva già circa cinquant’anni, fu costretto a reinventarsi la professione abbandonando trapezi e funi, e continuando a lavorare come clown. Ci sono altre tesi, invece, che lo vogliono clown fin dall’inizio della carriera.
Alexander Leschan aveva sposato in seconde nozze Eva de Leeuwe, un’olandese di religione ebraica che, stando alle sole dichiarazioni delle figlie, era cantante d’operetta (non è stata rinvenuta alcuna documentazione a riguardo). E in Olanda nacquero le tre figlie, la maggiore a Gouda e le altre due a L’Aja. Purtroppo, dopo la morte del tanto atteso figlio maschio, nato e deceduto a soli nove mesi durante una tournée in Algeria, tra Eva e Alexander sorsero grandi dissapori. Fu un grosso colpo che Alexander cercò di curare con l’alcol. Ma la prostrazione e i litigi ebbero il sopravvento portandoli alla separazione, e nel 1927 Alexander ritornò in Ungheria. E le quattro donne rimasero sole.

Fin da bambine le due sorelle maggiori si erano esibite nel circo come acrobate, e successivamente come ballerine in un gruppo di danza moderna. La madre fu sempre al loro fianco stimolandole e sostenendole in ogni momento della loro carriera, fungendo da manager e tenendo dietro le scene i fili delle loro vite e le chiavi della cassa. Riferendosi alla madre e ai principi morali secondo i quali le aveva cresciute, Alexandra affermò in un’intervista:

“Noi la chiamavamo ‘il carabiniere’ e senza ‘il carabiniere’ non si muoveva un passo: non siamo andate certo a letto con quelli dell’EIAR, noi!”3

Peraltro, furono due uomini a riconoscere il talento e la forza delle Lescano, due uomini che ricoprirono un ruolo fondamentale nella nascita di tre stelle nel firmamento musicale italiano: Enrico Portino e Carlo Prato.
Nel 1929, mentre accompagnava le due figlie Alexandra e Judith nella tournée con il gruppo di ballo olandese Ballet Dickson sulla motonave Conte Verde diretta a Buenos Aires, Eva de Leeuwe incontrò Enrico Portino e se ne innamorò. Eva ed Enrico iniziarono una relazione che proseguì fino alla morte di lui nel 1936.
In seguito al loro incontro, Enrico Portino diventò l’impresario di Alexandra e Judith, assistendo Eva nella gestione della carriera delle ragazze. Al rientro dalla tournée in America Meridionale, Eva formò “The Sundays Girls”, un gruppo di danza composto da sette ballerine nel quale le sue due figlie brillavano di luce propria tanto da indurla a sciogliere il gruppo per costituire il duo acrobatico “Sunday Sisters”. E fu con questa formazione che Alexandra e Judith si esibirono tra Europa e Medio Oriente nelle tournée organizzate da Portino, ma sempre sotto l’occhio vigile della madre.
Nel 1935 Enrico Portino iniziò ad avere seri problemi di salute e convinse Eva e le due ragazze a sospendere le tournée per stabilirsi in Italia, a Torino, dove le due Leschan continuarono a esibirsi in numeri di danza acrobatica.
Portino riuscì ad assistere solo ai primi, importanti passi del trio e, dopo aver organizzato nel 1936 una breve tournée in Italia Settentrionale, con l’appoggio del Quartetto Jazz Prato, morì improvvisamente a Roma il 28 dicembre, quando la tournée era appena iniziata.
L’altro uomo chiave per la svolta nella carriera delle Sunday Sisters, fu il maestro Carlo Prato (1909-49) che, colpito dal loro straordinario talento per il canto, consigliò a Eva de Leeuwe di far venire a Torino anche la figlia minore Catharina, rimasta a studiare all’Aja, per formare un trio vocale sull’onda dei trii americani come le Boswell Sisters.
Interessanti al riguardo alcuni brani dall’articolo di Virgilio Zanolla “Carlo Alberto Prato, il Pigmalione delle Lescano” dell’aprile 2011:

“A Torino incontrammo, quasi per caso, il Maestro Carlo Prato, che ci sentì cantare ed ebbe l’idea di formare un complesso vocale. Quando facemmo l’audizione all’EIAR, venimmo scartate perché la nostra dizione non era piaciuta ai dirigenti e ci invitarono a riprendere il nostro mestiere di ballerine. Ma poco tempo dopo fummo invitate dalla Cetra per incidere il nostro primo disco. L’EIAR ci richiamò. La nostra prima trasmissione venne fatta sotto la direzione del Maestro Petralia.”4

“Il Maestro che inventò il Trio Lescano, Carlo Prato, ci aveva insegnato a seguire una ‘nostra’ nota ed un ‘nostro’ tono: ognuna di noi, quindi, seguiva un determinato modulo con risultati evidentemente soddisfacenti per l’ascoltatore.”5

Il talento coniugato con la disciplina e l’indispensabile pizzico di fortuna fece arrivare il successo, il grande successo. Durò tuttavia meno di un decennio, fino al 1948, quando partirono per l’Argentina. Inoltre, nel periodo italiano, interruppero la carriera per circa due anni, eclissandosi al culmine della Seconda guerra mondiale, quando l’applicazione delle leggi razziali del 1938 raggiunse il massimo della sistematicità e della brutalità, in particolar modo dopo l’8 settembre 1943.
Negli anni successivi al loro arrivo a Torino (1936) proprio in seguito all’introduzione delle leggi razziali (1938), le tre sorelle avevano richiesto e ottenuto dal Ministero degli Interni del Regno d’Italia una dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica con una conseguente proroga di soggiorno (1939), poi la cittadinanza italiana (1942) e infine l’iscrizione al partito fascista (1943). Quindi per le tre sorelle, in teoria, l’inasprirsi delle leggi razziali non avrebbe dovuto rappresentare un problema. Ma per Eva de Leeuwe sì. Eva, di dichiarata religione ebraica, non aveva potuto ottenere lo stesso status delle figlie, e nella primavera del 1942 si trasferì in gran segreto in un paesino del Canavese.
Le vicende delle tre sorelle e della madre durante i due anni precedenti la fine della Seconda guerra mondiale, sono nebulose e coperte di mistero. Di quel periodo si sono raccontate e scritte anni dopo storie al limite della leggenda, come il presunto arresto del trio da parte dei nazi-fascisti nel bel mezzo di un loro spettacolo al Grattacielo di Genova nel 1943, con l’accusa di spionaggio.
Nell’autunno del 1942 Eva de Leeuwe si nascose in una pensione sulle montagne della Val D’Aosta non lontano dal confine svizzero. All’inizio, le figlie la andarono a trovare di nascosto, ma verso la fine del 1943 anche loro decisero di ritirarsi dalle scene e raggiungere la madre, in attesa di tempi migliori.
Tornando al sodalizio tra madre e figlie che, forse inconsapevolmente, fu un fattore fondamentale per il loro successo, è interessante osservare come questo successo iniziò a vacillare con l’avvento degli uomini, fidanzati o mariti che fossero, in quell’unione tra sole donne.
Dalle interviste rilasciate da persone vicine al Trio in quegli anni, tra cui quella di Maria Bria che sostituì Catharina nel 1946 prendendo il nome d’arte Maria Lescano, si legge che le sorelle avevano avuto senz’altro numerosi pretendenti e magari delle brevi storie, ma queste relazioni non avevano mai preso il sopravvento sui loro rapporti di sorellanza e sulla loro carriera.
L’armonia ricevette un primo scossone quando Alessandra s’innamorò di Vincenzo (detto Nino) Gallizio, conosciuto nel 1942 durante la messa in scena della rivista “Sogniamo insieme” del cui cast facevano parte entrambi. Nino Gallizio, attore, probabilmente già sposato, rimase legato ad Alessandra per una decina d’anni circa. Al termine della guerra a poco a poco prese il posto di Eva de Leeuwe come manager e impresario del trio, gestendo i loro affari e le loro finanze, sembra in maniera non del tutto corretta e trasparente. Finché le subentrò del tutto nel 1948, quando il trio venne scritturato per una tournée in America Meridionale. Eva restò in Europa.
Alessandra amava Nino e non si rendeva conto che lui dissipava i soldi guadagnati dal Trio giocando a carte o con le scommesse. Fu per causa sua che Catharina, innamoratasi dell’antiquario Giulio Epicureo col quale si fidanzò nel 1946, lasciò il Trio. Epicureo aveva confessato a Catharina i suoi sospetti circa gli imbrogli del Gallizio, convincendola ad abbandonare le scene. Le tre sorelle litigarono come mai prima; si parlò addirittura di avvocati e cause in tribunale, ma alla fine trovarono un accordo e si separarono. E Maria Bria si inserì nel Trio sostituendo Catharina. Ma cinque anni dopo, a Caracas, anche lei lasciò le due Lescano, sempre a causa del Gallizio, sebbene la rottura avvenne ufficialmente con Alexandra.

“Successe questo: Gallizio, che era quello che riscuoteva i compensi e si occupava di amministrare il denaro, non era una persona specchiata. Sul contratto, aveva ingannato Giuditta e perfino la stessa Alessandra, sua convivente: riscuoteva, in pratica, una somma assai superiore a quanto a loro aveva detto, e ci faceva la cresta. Era lui, inoltre, a pagare con una percentuale il lavoro di Beiras, che era quello che si spendeva davvero a organizzarci le serate. Capitò che, probabilmente, Beiras si accorse che certi conti non tornavano, e Gallizio – che faceva poco o nulla, gli piaceva solo bighellonare nei bar e giocare a carte o a dadi – fu costretto a dirgli la verità, che la cifra del contratto era più alta davvero; naturalmente, gli chiese anche di non dirlo alle ragazze.” 6

E da questo ultimo scioglimento il Trio non si riprese più. Le interviste più recenti, le varie biografie e le numerose notizie consultabili sul sito Ricordando il Trio Lescano, ci raccontano che l’epilogo del Trio non fu dei più brillanti.
Alexandra, dopo la rottura con Gallizio, si ritrovò in Venezuela disoccupata e senza un soldo. Aiutata dalla conoscenza di diverse lingue, s’inventò svariati lavori. Alloggiò nella pensione gestita dal parmense Guido Franceschi, sposato, con il quale iniziò una relazione. Si sposarono quando rientrarono in Italia, dopo che Franceschi rimase vedovo, e vissero tra Parma e la Liguria. Alla morte di Guido Franceschi, Alexandra si trasferì con l’anziana madre a Salsomaggiore in un modesto appartamento dove morì nel 1987, quasi dimenticata.
Judith, dopo una storia durata quattro anni con Marcello Cianfanelli, sassofonista nei complessi Eiar, nel 1944 s’innamorò di un soldato americano, molto attraente. Purtroppo, negli ultimi mesi della guerra, fu colpito da una bomba che lo mutilò orribilmente, facendogli perdere braccia e gambe, e lasciando Judith lacerata dentro. Per anni non si riprese dallo choc e sembra che fosse questo il motivo per il quale si avvicinò all’alcol.
Non ebbe altre storie importanti praticamente fino allo scioglimento del Trio, in Venezuela. Laggiù, nel 1955, conobbe un petroliere di origini canadesi, si sposarono e si trasferirono a Maracaibo. La morte di Judith, a tutt’oggi non documentata, si presume sia avvenuta tra il 1975 e il 1977 in Venezuela a causa di un incidente accaduto in mare.
Catharina e Giulio Epicureo si lasciarono dopo circa otto anni in seguito a una relazione iniziata tra Catharina e Duilio D’Agostino, impiegato nel negozio d’antiquariato di Epicureo. Il fatto strano fu che, dopo la separazione tra Catharina e Giulio, fu Duilio a diventare titolare del negozio, sebbene fosse stata Catharina a fare da prestanome a Epicureo. I due maschi si erano passati il testimone! Dopo circa tre anni, Catharina e Duilio, il cui rapporto si era deteriorato in maniera irrecuperabile, si lasciarono.
Catharina, la voce del Trio, tentò di rientrare nel giro della radiotelevisione, si trasferì a Roma, ma non ebbe successo, Inoltre la salute le aveva causato dei seri fastidi. Dopo aver raggiunto le sorelle in Venezuela, incontrò a Caracas un costruttore italiano e si sposarono. Purtroppo, qualche anno più tardi, morì per un tumore all’utero.
E questo fu l’epilogo del famoso Trio.

Esistono varie biografie delle sorelle Leschan (questo il loro cognome prima dell’italianizzazione), alcune accurate altre meno. Si può consultare in rete la pagina a loro dedicata su Wikipedia.it, ora aggiornata con regolarità.
Ai più curiosi, invece, consiglio di perdersi letteralmente nel sito Ricordando il Trio Lescano , creato e curato dal sig. Angelo Zaniol con il prezioso contributo di vari appassionati ed esperti del Trio tra cui tra cui spiccano i nomi di Virgilio Zanolla e Paolo Piccardo. Consultando la quantità enorme di notizie e informazioni presenti nel sito, ci si rende conto di quanto sia ancora viva la memoria del Trio Lescano, di come sia ricordato con passione, e generi tuttora accesi dibattiti.
A coloro che volessero completare il panorama, potrebbe interessare la visione del docufilm Tulip Time (2008) scritto e diretto da Marco De Stefanis e dallo scomparso Tonino Boniotti, e vincitore del World Jewish Film Festival nel 2009.

Il successo del Trio Lescano non fu certo dovuto a un passato ricostruito in modo più seducente del vero, ma al loro talento, alla loro disciplina e alla loro tenacia, che non le fece arrendere di fronte all’enorme lavoro che dovettero affrontare per raggiungerlo.
Con le loro voci affiatate in perfetta armonia, la loro languida pronuncia esotica e la loro simpatia hanno fatto sognare e sperare un’intera generazione, modulandone la colonna sonora in uno dei periodi più terribili della storia italiana ed europea.

Questa voce è stata realizzata grazie alla collaborazione con Laura Lepri Scritture.

  1. Irene Brin, Cose viste 1938-1939, Sellerio editore Palermo, 1994.  ^
  2. Dall’articolo di Virgilio Zanolla “Carlo Alberto Prato, il Pigmalione delle Lescano”, aprile 2011, che cita Massimo Soria, “Trio Lescano” al naturale, in “Film”, anno I, n° 13, 23 aprile 1938-XVI, p. 8.  ^
  3. Intervista rilasciata da Alexandra a Medardo Vincenzi nel febbraio 1985.  ^
  4. Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dalle origini al dopoguerra; Roma-Bari, Laterza, 1983, pp. 244-45. L’intervista venne effettuata il 3 aprile 1980, in casa di Alessandra Lescano a Salsomaggiore Terme.  ^
  5. Vito Orlando, Tre sorelle venute dall’Olanda: un trio entrato nella leggenda, in “La Gazzetta di Parma”, Parma, anno CCLVI, mercoledì 12 agosto 1981.  ^
  6. Stralcio dell’intervista telefonica rilasciata dalla sig.ra Maria Bria a  Virgilio Zanolla, nel 2010.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

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Franco Tirletti

È nato a Roma nel 1956. Nel 1991 si trasferisce all’estero, passando da Santorini ad Amsterdam, dove vive e lavora dal 1997. Non soddisfatto della sola residenza nei Paesi Bassi, da qualche anno ne ha acquisito la cittadinanza. Per motivi personali, da un paio d’anni fa la spola tra Amsterdam e la Svevia. Si occupa di coordinamento di eventi culturali e ultimamente ha scoperto il teatro. Ma la sua vera passione è la scrittura, che ha ripreso a esercitare in età matura. Nel 2008 vince il Premio Momentismo della casa editrice Leconte di Roma, che gli pubblica due racconti brevi sulla rivista «Storie». Ha inoltre pubblicato un racconto breve nel catalogo della mostra Pinazo in Italia per il Museo Ivam di Valencia. Da poco ha finito di scrivere il suo primo romanzo ed è alla ricerca di un editore che glielo pubblichi.

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