Vanda Bianchi

detta Sonia

Castelnuovo Magra 1926 - 2014
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«Se non c’erano le donne non c’era la Resistenza»

Vanda Bianchi, staffetta partigiana, nome di battaglia Sonia.
A soli diciassette anni entra a far parte della formazione di lotta antifascista di Castelnuovo Magra, il suo paese natale, arroccato sulle colline che guardano il Golfo dei Poeti tra Massa e La Spezia. Dal 1943 al 1945 ha trasportato armi e stampa clandestina, cucito e riparato indumenti per i partigiani, tenuto i contatti con le altre donne impegnate nella causa antifascista da casa, con “compiti ausiliari”: preparazione e distribuzione del vettovagliamento, del pane, delle divise, dei cappelli, delle stelle e dei fazzoletti rossi. È la squadra partigiana femminile della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” di Castelnuovo[1]. L’ammontare dell’impegno delle donne nella lotta partigiana è difficilmente documentabile perché in molte, alla fine della guerra, scelsero l’anonimato. Ma senza di loro, dice Vanda, la Resistenza in Italia non sarebbe stata possibile. Le donne si formavano dappertutto in comitati femminili locali e in comitato nazionale, le azioni loro erano sabotaggi, occupazioni, aiuti alle formazioni partigiane, coordinamento di gruppi di soccorso e partecipazione in prima fila sulle montagne. E nel contempo rivendicavano i loro diritti, primo fra tutti il diritto di voto, sancito poi dal decreto noto come De Gasperi-Togliatti nel 1945. Con una certa amarezza tuttavia Vanda comprende una certa disposizione delle donne a rinunciare: è il caso della più giovane costituzionalista italiana, Teresa Mattei, la quale nel 1955 rifiuta la candidatura alle elezioni per la camera dei deputati e viene espulsa dal PCI per aver dissentito sulla guida di Togliatti. Teresa Mattei avrebbe poi spiegato a Vanda la sua presa di distanza con queste parole, «le donne sono diverse dagli uomini, vogliono tutto e subito». Vanda condanna invece con determinazione il gesto crudele dei partigiani a liberazione avvenuta, quel taglio dei capelli a zero per tutte coloro che avevano avuto legami con fascisti e con tedeschi.
«Come si fa a non capire- afferma calorosamente – che per molte donne certi legami sono stati dettati dalla fame o dall’abuso?, non sempre sono state scelte di natura diversa, e tutte, pur di aiutare i partigiani mettevano a rischio le proprie famiglie e alcune, per mangiare, andavano persino con i tedeschi. Lido Galletto, comandante partigiano del gruppo Rudolf Jacobs [2], ha tagliato i capelli alla donna che poi ha sposato».
Il racconto di Vanda scorre lucido e pieno di dettagli, un’intelligenza particolare e un padronanza di racconto straordinarie. È nata in una famiglia povera, da Marina Carlini e Gustavo Bianchi. Di dieci anni più grande della madre e vedovo con quattro figli, il padre, detto Sepioneto il Sovversivo, ha cresciuto la famiglia nei suoi ideali antifascisti e comunisti, ripetendo loro «mi spezzo ma non mi piego», anche quando rientra a casa sanguinante per le percosse ricevute. Così in pieno ventennio fascista il Sovversivo chiama i figli Vanda, in ricordo di una rivoluzionaria russa, e Vladimiro, in onore di Lenin e, nonostante la vita violenta vissuta e la miseria in cui ha dovuto crescere la famiglia in epoca fascista, è rimasto fedele alle sue idee fino alla morte (1970). Vanda, era ancora troppo piccola per capire il significato di quel soprannome, il sovversivo, ma lo ha sempre collegato alla emarginazione da parte di molti abitanti del paese, alle condizioni di miseria e di sofferenza della sua infanzia. Il primo grande e profondo dolore lo prova a sette anni per la morte del fratello Osvaldo, picchiato dai fascisti a sangue e morto per emotisi a vent’anni. Tutti i fratelli di padre hanno sofferto di tubercolosi, le due femmine sono morte in giovane età, soltanto il fratello Odino si è salvato al sanatorio di Massa.
Vanda nasce Il giorno in cui viene istituita l’Opera Nazionale Balilla, a cui lei non partecipa né come lupa né come giovane italiana per divieto paterno, tranne che nel periodo scolastico in cui la maestra la veste per sfilare con gli altri compagni di scuola. La scuola è nei suoi ricordi il periodo più felice di quell’infanzia tribolata, una occasione di riconoscimento nella sua esistenza, in cui trova persino quegli amici che non ha avuto prima per la reputazione del padre; finalmente i compagni la considerano e lei li aiuta volentieri nei compiti. La maestra si prende cura di lei, una brava allieva con i voti più alti, intelligente, attenta e appassionata. Le uniche cose che Vanda non ama della scuola sono il saluto fascista e l’olio di merluzzo. Alla fine delle elementari il suo percorso scolastico si chiude e va apprendista sartina a Molin del Piano, presso un parente che cuce per uomo. Percorre ogni giorno un lungo tragitto e porta con sé il suo pasto, che descrive come un panino di colore verdognolo con dentro pochi grammi di mondiola (mortadella in dialetto massese): il solo pensiero le provocava l’acquolina in bocca e in un certo modo la saziava. Interrompe il lavoro di aiutante sarta quando la madre si aggrava; lei deve occuparsi della famiglia. È il 1943, sono nate le prime formazioni partigiane sulle colline dietro Castelnuovo. La casa della famiglia Bianchi diventa un rifugio di armi da destinare ai partigiani e Vanda, che le custodisce proprio sotto il suo letto; segretamente, inizia il lavoro di staffetta partigiana ritirando e distribuendo stampa clandestina e armi. Il padre è un noto perseguitato, troppo rischioso per la formazione partigiana affidarlo al ritiro e alla diffusione della stampa clandestina; al suo posto subentrano i giovani figli, Vanda, Vladimiro e Odino. Lei piccola e minuta, appena un metro e mezzo di altezza, può sembrare più piccola della sua età, fatto che la facilita nel passare inosservata quando deve passare proprio davanti al Comando Tedesco, a pochi metri dalla sua abitazione. Va nel bosco a raccogliere mele e castagne per sfamare la famiglia, ma nello zaino, sotto quei frutti, nasconde la stampa o le munizioni di piccolo taglio. Quelle ingombranti la preoccupano, così le avvolge in una fascina di legna e si dirige verso i monti dove si rifugiano i partigiani, fatto alquanto bizzarro precisa Vanda, che sottolinea l’ingenuità di quei tedeschi che la lasciano passare vedendola portare legna laddove invece si raccoglie…
Il 18 febbraio 1944 è l’inizio del capitolo più violento della storia della liberazione: il Bando Graziani obbliga alla leva i nati tra il 22 e il 23 della Repubblica Sociale Italiana, e prevede per i renitenti la fucilazione immediata nel petto per diserzione. Sono in molti a non presentarsi, con l’effetto contrario di una diserzione massiccia. Molti vanno a rafforzare i gruppi partigiani, altri si nascondono; si scatena la guerriglia e l’assalto dei comandi tedeschi e degli eserciti dei repubblichini: è la stagione delle rappresaglie e dei rastrellamenti. Viene sancito infatti che per ogni militare tedesco ucciso paghino con la morte dieci italiani, civili e disertori. Alle esecuzioni seguono saccheggi, incendi e deportazione nei campi. In quell’anno la Lunigiana e le colline delle Alpi Apuane registrano un migliaio di morti. Un episodio di questa rappresaglia si compie in agosto a Castelnuovo: un comando SS e le brigate nere assediano il paese accerchiandolo, bruciano e saccheggiano le abitazione degli antifascisti. Poche settimane prima alcuni fascisti di Castelnuovo erano stati prelevati, portati sui monti e lì processati da un gruppo partigiano, e condannati a morte. Ma ancor più efferato e sanguinoso è il rastrellamento del 29 novembre da parte delle truppe nazifasciste che piega i gruppi partigiani, ridotti senza cibo né armi, costretti a scappare sulle Alpi Apuane o oltre la linea gotica verso la V Armata alleata. I danni sono pesantissimi e della brigata Garibaldi rimangono sette partigiani a Castelnuovo, tra i quali la staffetta Sonia. Quello stesso giorno in paese vengono uccisi due giovani renitenti e la madre di Vanda dalla finestra di camera assiste all’esecuzione. Da tempo è malata, ha sofferto per i continui pestaggi subiti dal marito, per la miseria; non ci sono cure per lei ormai debole, costretta a vivere tra la cucina e la camera. Quella visione secondo Vanda è il colpo inferto al cuore debole della madre che pochi giorni dopo muore per un attacco cardiaco a cinquantuno anni. Vanda ne ha diciotto e si fa carico definitivamente della famiglia senza perciò rinunciare all’attività politica. La perdita della madre le crea un vuoto immenso, confessa ancora oggi oramai anziana, tanto che sogna spesso di abbracciarla, di accarezzarla e darle quell’affetto che in vita non hanno mai dimostrato l’una per l’altra, perché «allora le famiglie avevano problemi grossi come massi e non sapevano accudire e nutrire i figli con amore».
Quando le truppe americane giungono a Castelnuovo trovano un terreno già liberato dai partigiani. il 29 aprile del 45 viene ufficialmente dichiarata la fine della lotta partigiana, la liberazione dal nazifascismo, è il tempo per la ricostruzione di un paese distrutto ma pieno di speranze per il futuro. Vanda si fa fotografare dal fratello Vladimiro davanti alla sede del CLN [3], fiera e sorridente con in braccio il suo gatto Tito:«Ero orgogliosa di mostrarmi in quella foggia partigiana. Sotto i pantaloni, troppo eleganti per esser usati in montagna, avevo un paio di sandali con un leggero tacco di sughero. La camicetta bianca era quella che mettevo per le grandi occasioni. Ma erano i fazzoletti rosso al collo e il berretto con la stella della Brigata Garibaldi che maggiormente mi inorgoglivano di quella modesta divisa. Il berretto e la stella li confezionavamo noi della pattuglia castelnovese e, quando ne feci uno per me, in quel copricapo avevo messo tutto il mio entusiasmo, i miei sogni di donna e le mie speranze per il futuro, che avrebbe dovuto essere sicuramente migliore del passato. Era un berretto pieno di sogni e di grandi speranze».[4]
In quei giorni si sente ripagata di quella libertà per cui aveva messo a rischio la sua vita. Prima inizia a collaborare con il CLN, che aveva temporaneamente il comando, e poi con l’UNRRA [5], dove si occupa della distribuzione di materie come indumenti e viveri, successivamente diventa segretaria dell’UDI, l’Unione donne italiane. Nel 1948 si sposa, «un matrimonio dettato dall’amore e dal bisogno», la voglia di una famiglia sua. L’anno dopo nasce la primogenita Marina e per Vanda è una grande gioia, senonché la famiglia si allarga di lì a poco: prima si uniscono il suocero e il cognato, poi il padre e il fratello. Infine nasce il secondo figlio, Emilio. Uomini da accudire, bocche da sfamare e un rinnovato orizzonte di vita di sacrifici. Il marito, Ciro Antonelli, è un metalmeccanico; Vanda prende servizio presso una ricca famiglia che si divide tra Castelnuovo e Genova, la famiglia Ferrarini. Lì trova un ambiente a lei favorevole, una famiglia di discendenza nobile, ma rispettosa nei suoi confronti, a cui si legherà per sempre. Nel 1963 avviene la svolta lavorativa come la chiama lei, un impiego stabile, entra in comune per sostituzioni di cuoca della mensa e poi definitivamente come bidella. A scuola ha l’occasione di raccontare le favole ai bambini e poi le storie dei suoi anni di vita e di lotta partigiana, un incarico che la riempie di gioia. Il pensionamento le crea il vuoto di impegno; è rimasta vedova a soli quarantasette anni, i figli sono grandi e lei, libera dalle cure familiari e forte di un lavoro stabile, torna all’impegno politico. Nel 1973 riprende così l’attività politica nel PCI, accantonata per trent’anni, e nel 1978 viene nominata segretaria comunale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), ruolo che tuttora svolge con grande entusiasmo, soprattutto perché in qualità di testimone della Resistenza può incontrare gli studenti, quel mondo a lei caro e al quale ama trasmettere la storia straordinaria che ha vissuto da giovanissima. Ascoltarla è veramente un’esperienza indimenticabile, stupiscono la sua generosità e la padronanza della lingua e ti emozionano la passione e l’onestà che mette nel racconto e nella vita. La sua voce di storica della resistenza è riconosciuta definitamente dal 2005, dal sessantesimo anniversario della liberazione, quando i partigiani tornano, seppur pochi e oramai anziani, a testimoniare delle loro esperienze individuali grazie all’Archivio storico della resistenza – Circolo Edoardo Bassignani, che organizza ogni anno il festival “Fino al cuore della Rivolta” a Fosdinovo. Da allora non c’è commemorazione festival o programma scolastico sui temi della lotta per la liberazione a cui Vanda non sia chiamata a parlare.
In ogni incontro tiene a precisare che, per qualsiasi posizione abbia ricoperto nel PCI e nell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), non ha mai tratto o cercato di trarre benefici personali per se stessa o per i suoi familiari, mentre non si è mai sottratta ad aiutare chi, indipendentemente dal colore politico o dalla posizione sociale, ha avuto bisogno del suo aiuto.
NOTE1.«Le donne impegnate nei compiti ausiliari nella resistenza italiana furono non meno di un milione, mentre per le statistiche ufficiali le cosiddette partigiane combattenti furono circa 35.000», cfr in rete Tiziana Bagnato il ruolo delle donne nella lotta partigiana in InStoria.
2. La Brigata aveva il nome di un ufficiale tedesco che si era unito ai partigiani ed era rimasto ucciso in uno scontro a Sarzana.
3. Comitato di liberazione Nazionale.
4. Pino Marchini, Un berretto pieno di speranze – I ricordi di Vanda Bianchi, edizioni Cinque Terre.
5. United Nations Relief and Rheabilitation Administration.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Tiziana Bagnato, Il ruolo delle donne nella lotta partigiana in InStoria

Pino Marchini, Un berretto pieno di speranze - I ricordi di Vanda Bianchi, edizioni Cinque Terre

Marica Barghetti, Intervista a Vanda Bianchi, 11 settembre 2011 Castelnuovo Magra La Spezia

Intervento durante la trasmissione "Quello che non ho" di Fabio Fazio, 2011

 

 

Marica Barghetti

Vive e lavora in Versilia, si occupa di formazione e di salvaguardia delle tradizioni locali. Ha prodotto documentari sulla trasmissione dei saperi artistici e artigianali. Ha organizzato per anni workshop di scultura e di pittura in Toscana per scuole d’arte americane. Per passione tiene corsi di cucina.

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