Venes Zini

detta Neves

Medicina (Bologna) 1926
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«Che mi chiamavo Venes l’ho saputo che ero già grande, quando ho cominciato a lavorare. A 14 anni, in risaia. Era il 1940 e me lo disse un sindacalista: ricordati bene che non ti chiami Neves, se non firmi Venes poi quando andrai in pensione…». Da allora scrive Venes, ma a Medicina per tutti è “la Neves”: mondina militante, indomiti capelli bianchi. Bracciante, perché tutti in quella bassa pianura bolognese che guarda alla Romagna erano braccianti.
«Sono nata nella frazione di Buda, in una famiglia patriarcale, nonni, zii, genitori e noi figli, due sorelle e un fratello. Il nonno boaro e tutti braccianti, solo due zie facevano le sarte. Tutti antifascisti. Comunisti. Al primo maggio lo tenevano d’occhio mio padre, lo sapevano che distribuiva i volantini. Ma non l’hanno mai preso. E a scuola, quando nei mesi invernali portavano il sacco dei panini per la refezione dei bambini, a me non davano mai niente, avevo sette-otto anni, ma lo ricordo bene».
Sono gli anni Trenta, le bambine giocano a zop galæt( più noto come Campana o Paradiso), imparano a cucire, danno una mano in casa e a coltivare quel po’ di terra presa in terzeria: un terzo del prodotto all’affittuario, due terzi al proprietario. E quando finalmente iniziano a lavorare entrano in risaia. «All’asciutta, a mietere il grano, ci andavano solo le più grandi, era troppo pesante. Lavoravamo in branchi, 22-23 donne, ogni zona, ogni contrada aveva il suo, io ero in quello di Buda. Si stava ammollo nell’acqua e si stava piegate, ma ci si divertiva anche: si scherzava, si litigava. E si cantava, tanto. Erano contenti anche i padroni se cantavamo: si lavorava di più».
Ogni gruppo aveva il suo caporale, che assegnava le giornate di lavoro e la paga settimanale: «lui stava sull’argine e controllava che nelle infestanti sradicate non ci fossero piantine di riso, e che non si perdesse tempo. Prima della guerra potevi dire poco e ti rubavano i minuti: se scoprivano che avevi l’orologio ti mandavano a casa».
Si lavorava dalle 7 del mattino fino alle 4 del pomeriggio, con due soste per mangiare, colazione e pranzo: «giravamo la bicicletta a ruote all’aria, infilavamo un ombrello tra i pedali così si mangiava all’ombra. La strada era piena di biciclette al ritorno e c’era sempre qualche bicicletta forata, allora ci si aiutava: io ne sapevo portare due, qualcun’altra caricava l’appiedata».
Dopo la guerra cominciano le lotte sindacali, come lo sciopero nazionale del 1949. «Già all’inizio dello sciopero si spaccò il sindacato: i saragatiani le mandarono a lavorare quelle di Molinella, ma noi eravamo sull’argine a protestare, c’erano anche gli uomini. Arrivò la celere, noi scappavamo, ma loro picchiavano e sparavano. Fu allora che ammazzarono Maria Margotti, era il 17 maggio».
Ma la Cgil tenne duro e lo sciopero continuò, 40 giorni in tutto. «Così riuscimmo ad ottenere un chilo di riso al giorno, la mensa in risaia, il diritto alla maternità e un’ora per l’allattamento, poi il libretto della mutua con 51 giornate di lavoro annue». Perché si lavorava sì, ma in un anno le giornate di lavoro erano poche, le più fortunate arrivavano a 80 e i soldi non bastavano mai.
L’anno dopo la Neves si sposa: «mio marito l’ho conosciuto a una riunione del partito, era di famiglia contadina, ma solo con la terra non si viveva e allora lui faceva il muratore». Per le riunioni bastava una stanza o un’aia: «a Medicina il partito aveva solo una camera, le diverse cellule si arrangiavano e ci si incontrava nelle case; la Casa del Popolo grande, con il teatro, l’abbiamo fatta dopo. Si lavorava tutti, il sabato e la domenica, i muratori ma anche gli altri. L’abbiamo fatta noi e adesso ce l’hanno venduta e forse ci toccherà pagare l’affitto!».
Col matrimonio arrivano anche i figli: il primo nel 1954. «A Buda l’asilo non c’era ancora, allora ci si aiutava, a seconda delle giornate chi era a casa teneva anche i bambini delle altre. Poi ci siamo organizzate con due stanze, un piccolo asilo, affidato a due donne come noi, che funzionava solo per la stagione del riso». La seconda figlia, infatti, l’asilo l’ha frequentato di più. «Ero ormai alla fine della gravidanza che ancora andavo in risaia, nel 1964. Ma erano gli ultimi anni, le risaie stavano per finire. E quando è nato il terzo, nel 1968, e ci siamo trasferiti in paese, la risaia non c’era più».
A quel punto molte donne ripiegano sul lavoro a domicilio, però la Neves rimane in campagna: «ho fatto sempre la bracciante, fino alla pensione, a 55 anni». Ma ancora oggi non ha smesso di lavorare: come nonna, per i sei nipoti che ogni giorno dopo la scuola corrono a pranzare da lei; e come donna «l’8 marzo vendiamo le mimose, e anche il vischio per Natale, sempre per l’UDI, che poi i soldi li diamo in beneficenza».
E sempre continua a sentirsi mondina: è dal 1976 che con un gruppo di donne come lei di tanto in tanto torna ad indossare i manicotti e il fazzoletto col cartone e a cantare i canti della risaia, quelli di protesta, ma anche quelli più scherzosi, “da ridere”, e le “stornelle”: senza maestro e senza far prove. Come in risaia.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Susanna Venturi

Si occupa di musica colta e di tradizione orale e, come pubblicista, di cronaca e critica musicale. Insegna Storia della Musica e Musicologia presso l’Università della Basilicata. Ultime pubblicazioni: Giochi di Romagna nella tradizione popolare e contadina (Ravenna, Longo editore, 1996), Oltre la musica (Ravenna, Longo editore, 1998), Il teatro delle voci (Ravenna, Longo editore, 2000).

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