Vera Pegna

Alessandria d'Egitto 1934 - vivente
Download PDF

Vera Pegna nasce nel 1934 ad Alessandria d’Egitto, dove vive fino ai diciotto anni. Di padre italiano e madre ungherese respira sin dalla tenera infanzia i valori antifascisti di giustizia e libertà, accompagnati da una severa critica al comunismo. Compie i suoi studi in Lingue straniere in Inghilterra e Svizzera, maturando ideali di lotta sociale non violenta.

Nel 1959 approda a Partinico, per lavorare come interprete a un convegno internazionale organizzato da Danilo Dolci, il “Gandhi siciliano”, che denuncia le drammatiche problematiche sociali della realtà isolana. Dopo questa esperienza Vera accetta la proposta di restare a Palma di Montechiaro, per supportare il neonato comitato cittadino. È il suo primo contatto con la prepotenza mafiosa che rende impossibile ogni attività del comitato, destinato a sciogliersi poco dopo.
A Palma conosce Angelo Scopelliti, bracciante comunista e segretario della Camera del Lavoro; durante un confronto sui metodi di lotta sociale non violenta, è lui a chiarirle con concisa semplicità la disperata povertà che li circonda: “Sai, può digiunare chi mangia e si sazia ogni giorno, non è il caso nostro.”
Neanche il Premio Lenin per la pace di ben 17 milioni di lire ottenuto da Dolci sarebbe stato minimamente utile a risollevare il disastro di quelle terre: “È inutile che io seguiti a stare qui facendovi spendere un sacco di soldi per fare un piano di sviluppo insensato”, avrebbe risposto l’economista inglese assoldato nella speranza di dare un minimo slancio all’economia. Questo segna la fine dell’esperienza di Vera nell’organizzazione di Danilo Dolci.

Nel 1962 Vera si presenta alla Federazione del Partito Comunista di Palermo per farsi assegnare un incarico. Il segretario Napoleone Colajanni le consiglia tre letture, che si riveleranno importanti nella formazione della sua coscienza politica: il Manifesto del Partito Comunista, il Che fare e Un passo avanti e due indietro di Lenin. Dopo qualche giorno viene inviata a Caccamo, con il compito di ricostruire il partito in vista delle elezioni.

Viene subito a contatto con l’egemone cultura mafiosa: “Qui a Caccamo non c’è niente da fare, c’è mafia”, asserisce secco il segretario della Camera del Lavoro, Piraino.
È la famiglia dei Panzeca ad avere il controllo capillare e incontrastato del paese; i pochi episodi di dissenso si risolvono puntualmente in efferate violenze ed emarginazione sociale e lavorativa. L’integrazione nella vita comunitaria passa attraverso il benestare della famiglia del padrino, ogni diritto si converte in favore concesso a discrezione dei notabili del paese.
Viene spiegato a Vera che il consiglio comunale si riunisce alla presenza ufficiale di don Peppino Panzeca, il capomafia, seduto accanto al sindaco, e che non è possibile presentare nessuna altra lista oltre a quella della Democrazia Cristiana; il Pci ha tentato di farlo due volte: la prima, il capolista Pino Pusateri è stato ricoverato in manicomio dieci anni, la seconda, il capolista Filippo Intini è stato tagliato in due con l’accetta.

Vera non si lascia intimorire. Nei giorni seguenti raccoglie le forze tra i militanti e comunica ai dirigenti increduli che la lista si presenterà. Viene appesa fuori dal balcone che dà sulla piazza del paese la bandiera rossa: nessuno aveva mai avuto il coraggio di farlo. Ha inizio l’organizzazione dei comizi. L’affluenza è resa pressoché nulla dalla presenza di don Peppino che, a scopo intimidatorio, si pone seduto su una sedia davanti all’ingresso della sede.
“Prova, prova, per don Peppino. Se rimane seduto davanti a noi, allora è vero che è un mafioso; e se è così, allora gli chiedo di alzare gli occhi e sorridere, chè gli voglio fare la fotografia!”, asserisce un giorno Vera al microfono affacciata sul balcone. Il terrore si diffonde in tutta la piazza: i passanti si dileguano, i compagni si rifugiano nella sede. Ma don Peppino si allontana. Segue un duro litigio con i compagni del Partito: è stato un affronto senza precedenti.

Reclutare i quindici candidati necessari per presentare la lista si rivela complicato: le violente intimidazioni mafiose non tardano a presentarsi costringendo i più ad abbassare la testa. Con fatica la lista viene presentata e si riesce a ottenere uno svolgimento approssimativamente regolare delle elezioni. Il Pci ottiene quattro consiglieri comunali: dopo quindici anni la Dc ha un’opposizione.

Il 28 giugno viene convocata la prima seduta. Lungo la via, le donne anziane del paese si fanno il segno della croce davanti ai consiglieri comunisti che si incamminano verso il municipio. Nella sala consiliare, tra tutte le sedie bianche per i consiglieri, sono posizionate quattro sedie nere; accanto alla sedia del sindaco c’è una grande poltrona: è la seduta di don Peppino. Vera vi si dirige e si siede. Nonostante il timore dei presenti, riuscirà a ottenere che venga rimossa.
Seguono mesi di intimidazioni, minacce, continui intralci al regolare svolgimento consiliare.

Vera si mobilita per far valere la legge della spartizione del grano, continuamente elusa. Solo tredici braccianti hanno il coraggio di affrontare il padrone, con Vera che si espone in prima linea dopo aver ottenuto dalle forze dell’ordine il consiglio di non procedere e il rifiuto di offrirle protezione. Nel giro di un giorno, in seguito alle intimidazioni, tutti i tredici contadini tornano sui loro passi e si sottomettono alla legge mafiosa.

Il 30 giugno si consuma la strage di Ciaculli: sette morti causati dall’esplosione di un’autobomba; ma a questo atto, la più brutale delle violenze commesse dai Panzeca, finalmente segue la denuncia per associazione a delinquere contro don Peppino e altri mafiosi, che sono quindi costretti alla latitanza.
Questa vittoria non è però sufficiente a dare slancio alla ripresa istituzionale del paese. Qualche tempo dopo Vera lascia Caccamo, con grande dispiacere. Vi farà ritorno dieci anni dopo e poi nuovamente nel 2012.

In questi anni la situazione è cambiata: Caccamo è un paese moderno e offre tutti i servizi, si parla apertamente di antimafia e si svolgono regolari elezioni. Vera non è stata dimenticata e molti giovani hanno seguito il suo esempio. La sua figura è diventata un mito e tutti nel paese hanno letto il suo libro Tempo di lupi e di comunisti, che racconta il suo impegno giovanile nella politica siciliana. Purtroppo il sostrato mafioso esiste ancora, forte e radicato, e accanto al sincero attivismo antimafioso sopravvive quello doppiogiochista di chi professa nobili ideali di facciata e nell’ombra protegge o pratica la criminalità. In diverse occasioni avverte di essere osannata per il suo celebre impegno passato, proprio perché passato, mentre nella concretezza del presente, ci sono ancora forti resistenze ad azioni che vengono viste come intromissioni.

L’impegno politico e sociale di Vera verte anche sulla questione palestinese. Molto vicina alla cultura araba, critica aspramente il sionismo.
Nel libro Le vittime ebree del sionismo accanto alla ricostruzione del rapporto tra le comunità ebraiche e quelle cristiane e musulmane, si affiancano riflessioni storico politiche intrecciate a ricordi e considerazioni personali dell’autrice.
Insieme a Giuseppe De Luca, Ugo Giannangeli e Giorgio Forti, ha raccolto nel libro I diritti umani e nazionali in Palestina, relazioni, articoli e documenti storici prodotti dal seminario sui diritti umani in Palestina.

Vera è attiva anche sul fronte laicista. Membro della Federazione Umanista Europea, offre il suo contributo ad arginare l’ingerenza del Vaticano e di ogni influenza religiosa sulla gestione politica e sociale di ogni stato di diritto in Europa. Ha esposto le sue riflessioni sul tema come coautrice del libro Laicità, utopia e necessità. Esprime le sue posizioni in diverse occasioni pubbliche, tra cui i convegni dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Vera Pegna, Tempo di lupi e di comunisti, Il Saggiatore, 2015

Salvatore Coccoluto, Vera Pegna, la militante che sfidò a mani nude la mafia agraria siciliana,  in Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2015

Vera Pegna, una compagna che sfidò la mafia, Diario Civile, RAI

Daniela Tedone

Studentessa di Storia presso l’Università degli Studi di Milano, Daniela è appassionata di Storia contemporanea e Filosofia politica, con spiccato interesse per il fenomeno mafioso italiano. Collabora con riviste di taglio storico-sociologico. Ha pubblicato alcuni saggi, tra cui Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni, Antonio Gramsci e la parzialità del totalitarismo e Tra colpo di stato e legalità, il fenomeno del golpe bianco.

Leggi tutte le voci scritte da Daniela Tedone