Vivian Maier

New York 1926 - Chicago 2009
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Here is a real eye opener”: questa frase compare all’interno di un sacchetto di plastica buttato per terra in un autoscatto a colori di Vivian Maier. Se cercate sul Cambridge Dictionary “eye opener” (letteralmente apri-occhi) trovate questa definizione: “something that surprises you and teaches you new facts about life, people, etc.”. Ecco spiegata in poche parole Vivian Maier: una donna che ci sorprende e che ci insegna qualcosa di nuovo sulla vita, sulle persone.

Una biografia scarna di una donna che si è “arrangiata” tutta la vita a fare la bambinaia. Apparentemente senza nessuna aspirazione. Forse potremmo ribaltare la sua storia scrivendo che Vivian Maier faceva la fotografa e nel tempo libero la nanny.

Sappiamo che nasce a New York nel 1926 da padre di origine austriaca e da madre francese. Che i genitori divorziano e che si trasferisce con la madre per un periodo in Francia, in cui ritornerà per un’eredità. Tornata negli Stati Uniti diventerà la bambinaia di molte famiglie. Unica parentesi: nel 1959 un giro di diversi mesi intorno al mondo: Filippine, Thailandia, India, Yemen, Egitto, Italia, Francia… Tra le famiglie che la ospitarono merita un posto particolare la famiglia Gensburg. Sono infatti questi suoi ex bambini che si occuperanno di lei trovandole un piccolo appartamento e portandola in ospedale quando le sue condizioni di salute si aggraveranno. Morirà nel 2009. Sembrerebbe tutto qui.

Nel 2007 – quando era ancora in vita – John Maloof acquista a un’asta delle scatole piene di rullini. Resteranno chiuse per due anni prima che Maloof decida di stampare e scannerizzare alcune foto che pubblica sui social, suscitando un entusiasmo incredibile. Non sarà così con la comunità fotografica internazionale che vede con sospetto questa appropriazione “indebita”. Maloof intanto comincia a chiedersi chi era questa donna e saprà poi casualmente, da un annuncio, della sua morte. Dall’enorme mole di materiale riuscirà a stabilire dei contatti con i suoi “bambini” e a recuperare altro materiale. Serpeggia sia nel docu-film, realizzato dallo stesso Maloof, sia in numerosi interventi di critici e di giornalisti, la domanda etica sull’utilizzo di queste foto. Maloof ha acquistato questo materiale regolarmente a un’asta. Maloof ha un diritto morale su queste fotografie? Vivian avrebbe voluto che fossero stampate e divulgate? Ne avrebbe pubblicate solo alcune? È certamente un tema complesso: con lo stesso metro potremmo domandarci se abbiamo avuto il diritto di pubblicare le poesie di Emily Dickinson o le lettere d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena.

Maloof non scopre – e noi con lui – troppo sulla sua vita. Le testimonianze su di lei concordano sulla sua riservatezza, eccentricità, piglio marziale ma differiscono poi su ogni altro versante: era una brava o una pessima tata? Quello che è certo è che era compulsiva e raccoglieva di tutto: scontrini, riviste che impilava in maniera tale da non avere nemmeno lo spazio per rigirarsi nella sua camera. Camera che doveva essere chiusa da un’importante serratura. E ancora, una passione per ritagli di giornale su crimini a sfondo sessuale…Montagne di materiali, scatole e valigie che si spostavano con lei ogni volta che cambiava famiglia e che quindi rappresentavano in effetti la sua unica vera casa.

Una persona ai margini per scelta o per necessità? Come scrive Joel Meyerowitz era veramente lei che voleva passare inosservata o in realtà – perché riservata ed eccentrica – era un’invisibile. Nel docu-film che racconta la sua storia tuttavia colpisce che lei volesse farsi adottare da una delle famiglie.

Quel che è certo è che per la fotografia Vivian aveva un talento, un “istinto naturale” e un “vedere fotografico” altissimo come dice Denis Curti nel volume che accompagna il docu-film. Il fatto che non sviluppasse le sue foto, cioè il fatto che raramente ne abbia visto il risultato finale, la accomuna a Beethoven che, sordo, scrisse la Nona Sinfonia senza poterla mai ascoltare. L’armonia era – evidentemente – nella loro testa. Nel caso di Vivian l’armonia è il senso dell’inquadratura, della composizione.

Usava preferibilmente una Rolleiflex che è una macchina che impone al fotografo di chinare il capo per fotografare e quindi di non guardare in volto il soggetto fotografato. È probabile che a volte i soggetti delle sue foto fossero consapevoli, altre volte che fossero proprio in posa, altre volte le foto di Vivian erano foto “rubate”. Nelle foto di strada c’è tutto il suo sense of humor e la sua ironia quando si tratta di ritrarre donne alto-borghesi con cappellini colorati, acconciature eccentriche e c’è la sua grande umanità verso i bambini e gli ultimi: barboni, anziani. Vivian è stata equiparata ad altri grandi street photographer come Diane Arbus, di cui aveva serbato un catalogo, Lisette Model e altri…

In un romanzo “autobiografico”, Diotallevi fa dire a Vivian: “Io, Vivian, sono quella che nessuno nota, quella che nessuno vede. Io li vedo, invece. […] Indago sulle pieghe della pelle, dove resta inciso il passato, scruto gli incavi dei gomiti e delle ginocchia […], l’insopportabile caducità di ogni istante. Questi istanti io li rubo. […] Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere.

Accanto alle foto di strada abbiamo numerosissimi autoritratti scattati verso superfici riflettenti come specchi, vetri, metalli; in altri invece semplicemente compare la sua ombra. Così viene da ricordare un passo di un dialogo di Platone in cui Socrate dice ad Alcibiade: “Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un’immagine di colui che la guarda? […] Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell’occhio, con la quale anche vede, vedrà sé stesso. […] Se allora un occhio vuol vedere sé stesso, bisogna che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova la sua virtù visiva; e non è questa la vista? […] Ora, caro Alcibiade, anche l’anima, se vuole conoscere sé stessa, dovrà fissare un’anima, e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell’anima, la sapienza.”

(Le foto di Vivian Meier sono tratte dal sito ufficiale http://www.vivianmaier.com/)

Fonti, risorse bibliografiche, siti

C. Westerbeck, Vivian Maier a colori, Contrasto-Roberto Koch Editore S.r.l. Roma 2019

Alla ricerca di Vivian Maier, Feltrinelli Real Cinema-Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 2014

F. Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente, Neri Pozza Editore, Vicenza 2018

Platone, Alcibiade primo, 132e-133b

Sito ufficiale http://www.vivianmaier.com/

Margherita Anni

Ha studiato Lingue all’Università degli Studi di Milano e lavora nella redazione di una casa editrice. È un’appassionata lettrice di storia medievale e moderna, in particolare di storie di donne emarginate: streghe, eretiche, "alienate"... Sommelier diplomata ha collaborato con la stesura di alcuni articoli a un blog sul mondo del vino. Un'altra grande passione è la musica classica, sia ascoltata sia praticata.

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