Wanda Senigalliesi

detta La Bolognese

Milano (?) 1915 - vivente
Download PDF

Metà degli anni ’90: Stazione Centrale di Milano, sotterranei fatiscenti delle Poste Italiane, una vecchia stracciona alcolizzata dice di essere Wanda la Bolognese. È Claudio Berneri a incontrarla, e da questo incontro nascerà il libro a lei dedicato che ne raccoglie la testimonianza.
Nasce nel 1915, forse a Milano, dell’infanzia non si sa nulla, la madre è stilista di maglieria e Wanda vuole continuare e sviluppare l’attività. Al Pitti Maglieria di Firenze conosce Italo Balbo e ne diventa l’amante.
Lui si stufa presto. Una sera Wanda, dopo l’ennesima lite, esce dalla camera d’albergo dove giaceva con Balbo e sale sulla prima macchina che le chiede: «quanto?». È la sua prima “marchetta”. Per rabbia.
Tornata in albergo implora Balbo di sposarla ma lui la lascia.
Nel 1937 a Milano conosce la Venere Tascabile, sua prima “maestra”, una maitresse che le chiede di andare a lavorare per lei. Wanda accetta, e va due anni e mezzo al Casino Villa Bianca di Roma.
Molti suoi clienti sono gerarchi fascisti, per lo più sadomasochisti, dice Wanda, la quale partirà “in tournée” per Tobruch (Libia) e Addis Abeba (Etiopia).
Tornata a Roma, sposa un cliente, che si rivela un forte giocatore; di lavorare neanche a parlarne, si faceva mantenere e per di più la tradiva (con un travestito “collega” di Wanda). Lei lo lascia.
Una sera la Venere Tascabile, saputo che era di nuovo libera, la manda a Palazzo Venezia, era il 1939. Si presenta un uomo alto, pelato, mascella forte, vizioso e cocainomane…
La sua seconda “maestra” è la maitresse della Casa di prim’ordine Irma in di Via dell’Oca a Bologna, molto frequentata da studenti che per ogni esame passato avevano diritto a una marchetta gratis.
Le Signorine venivano registrate in Commissariato, sulla scheda c’era il nome d’arte e quello vero, la data di arrivo e di partenza, sul passaporto veniva scritto “prostituta”, si pagavano 200 lire di tasse all’anno e non si aveva più diritto di voto. Le Signorine venivano controllate molto anche dal punto di vista medico: una volta al mese i carabinieri le portavano in ospedale per eseguire tutti gli esami, ma c’era anche un dottore che andava direttamente al Casino: se trovava forfora tra i capelli un giorno di riposo, due giorni se trovava piattole.
Al Casino occorreva indossare vestiti con due requisiti fondamentali: vistosità e facilità nel rimuoverlo. Era permessa ogni sorta di trasgressione, ma il bacio no, troppo intimo, come recitava anche un cartello affisso: “la direzione punisce i baci”. In camera c’erano lavandino, bidet, saponi, unguenti e le foto dei familiari. Si lavorava dalle 10 fino all’ora di pranzo, e poi dalle 15 fino alle 19, poi cena e ancora dalle 20 all’una di notte.
Wanda faceva fino a 60 uomini al giorno. Un mesteè come un alter, soleva dire.
Comincia a viaggiare, Casino Villa delle Rose a Firenze, poi Pavia, Como, Napoli, Brescia, Mantova, Padova, Modena, Milano e poi ancora in Africa.
Tornata a Bologna la scopre assediata dai tedeschi, scappa in montagna per tre mesi coi partigiani che la tengono come staffetta, ma la vita è dura per la fame, la sporcizia, i pidocchi. Decide così di partire alla volta di Napoli dove erano sbarcati gli americani. Finita la guerra Wanda guadagna anche un milione e mezzo al mese ma ha il vizio del gioco, si spende tutto a Montecarlo.
Quando la sua vita sembra filare più o meno per il meglio e Wanda dirige il famoso Casino di Via Fiori Chiari 17 a Milano, ecco che arriva la senatrice socialista Lina Merlin. Nel 1954 deposita alla Camera il suo progetto di legge che prevede l’abolizione delle case chiuse.
Wanda e le colleghe insorgono, contattano le loro conoscenze “colte”: Buzzati, Quasimodo, Nutrizio, Afeltra e Montanelli, l’unico che risponde.
Montanelli le incontra, le intervista e ne scrive: «In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, La Patria e la Famiglia. La famiglia all’italiana funziona solo finché le figlie sono vergini, le lenzuola sono (in genere) pulite solo perché i maschi possono sporcare quelle dei bordelli. E con la famiglia andrebbe a gambe all’aria la Fede per la semplice ragione che non c’é Dio senza Diavolo e la prostituzione è il migliore di tutti i diavoli. E poi la Patria, l’Italia si era fatta lì, nelle case delle Wande, anticamere di ogni eroismo, nell’accogliente affetto di quelle “pensioni” peripatetiche che seguivano gli eserciti nelle avanzate e nelle ritirate, sempre pronte a offrire una consumazione gratis al ferito, al decorato, al reduce stanco. Un invisibile ma infrangibile cordone ombelicale legava per sempre Wanda al concetto stesso di Patria»[1] .
Ma non solo Montanelli insorse contro questa legge, durante una conferenza in una sede del PSI a Milano chiesero alla senatrice Merlin: «Compagna, pensa al male che fai con la tua legge: dove può andare un vedovo vecchio e gobbo se non in quelle case?». E lei rispose: «Compagno, come può fare una vedova vecchia e gobba che non sa dove procurarsi un bel giovanotto? Ma scusate chi ve lo ha detto che le donne non hanno i loro problemi?» [2].
E così il 20 febbraio del 1958 passa la legge sulla chiusura delle case di tolleranza, 385 SI contro 115 NO (espressi dai monarchici e missini).
L’allora maitresse della “casa” di Bologna in un lampo di preveggenza sentenziò «ricordate che il gnao sarà la passera di domani. I omeni diventeranno tutti busoni!».
Wanda si sposa una seconda volta, “per solitudine” diceva. Il matrimonio dura un mese.
Si improvvisa cameriera, poi donna di servizio, compra una licenza di ambulante di bigiotteria ma l’unica cosa che riesce a vendere è se stessa.
Si ritrova nuovamente sulla strada dove conosce e sposa nel 1964, il suo terzo marito, un cliente napoletano che vuole un figlio da lei. Ma Wanda ha già una figlia in collegio e ha collezionato fino a quel momento 30 aborti, quindi non ne vuol sentir parlare. Un altro matrimonio finito.
A metà anni ’60, in pieno boom economico, Wanda è a Milano, guadagna molto, si compra una Porsche, ma non ha perso il vizio del gioco, perde tutto ai cavalli e comincia ad accumulare debiti. Passa presto dalla Porsche ad una Punto scassata che per un periodo sarà la sua casa. Si improvvisa tassista di prostitute e viados, conosce Don Oreste Benzi e ne diventa amica. Forse prova anche a cambiar vita, si avvicina alla fede. Tenta di redimere anche lei qualche ragazza ma non se la sente di dire loro: «No, non fare le marchette, va a fare la cameriera piuttosto». Wanda dice: «Ma chi è quella sbarbata che salta dal cento euro in dieci minuti allo stipendio di cameriera? Che guadagna in un mese quello che prima guadagnava in un giorno? Ma chi? Ma quando mai?»[3].Wanda si ritrova vecchia e malata, ha sofferto di fame, di freddo, di infezioni, anemia, sifilide, una sera la portano via in ambulanza e in ospedale le dicono che è sieropositiva.
Comincia a vivere di elemosina davanti alle chiese, tira su 30 euro a settimana, a mezzogiorno mangia alla mensa dei frati cappuccini, alla sera dalle monache francescane. Arrotonda cercando tesserine telefoniche da rivendere ai collezionisti.
Nel 1999 viene colpita da un colpo apoplettico, finisce in coma per mesi. Le sue colleghe, la Tartaruga, la Mula, la Maruska Boccadoro, Lingua di Velluto, Sogno, Mistero e la sua adorata nipote Jenny si danno appuntamento a turno nella camera dell’ospedale per raccontarle la loro vita: il Professore che la segue spiega loro che occorre farlo, che a volte funziona.
E infatti Wanda si risveglia.
Oggi, quasi centenaria, pare viva in un ospizio a Montevideo in Uruguay.

NOTE
1. da Indro Montanelli, Addio Wanda.
2. Intervista di Oriana Fallaci alla senatrice Lina Merlin.
3. da Wanda l’ultima maitresse, pag 239.
Torna su

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Claudio Bernieri (a cura di), Wanda l’ultima maitresse, 2010, Memoranda

Indro Montanelli, Addio Wanda!, 1956, Longanesi

dal «Corriere della Sera» La maitresse di nome Wanda nell'italia delle case chiuse

dalla «Repubblica»:Memorie di Wanda: l'ultima maitresse

Verena Mantovani

Di professione commercialista tendente all’etico (ma non sempre sembra essere possibile). Non insegna da nessuna parte e tanto meno ha pubblicato qualcosa. Adora i viaggi, il sole, la musica, l’arte, la poesia.

Leggi tutte le voci scritte da Verena Mantovani