Xaawo Cabdi Dhiblaawe

Mogadiscio 1947 - 2020
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Xaawo Cabdi Dhiblaawe è stata insieme attivista per i diritti umani, ginecologa, insegnante, operatrice umanitaria, figlia e madre: la sua vita si è strettamente intrecciata alla sovente drammatica storia del suo Paese, la Somalia, e ha al contempo trasceso i confini geografici e personali, costantemente ispirata da ideali universali di giustizia e uguaglianza.

Xaawo nasce nel 1947 a Mogadiscio, in una Somalia sotto dominio coloniale italiano, da Dahabo, figlia di pastori transumanti ma vissuta tra Merca e Mogadiscio, e Cabdi, cresciuto in una comunità di pescatori e pescatore lui stesso. Xaawo è la primogenita di quattro figlie ed è attraverso il padre che impara a vivere secondo principi di equità, cura dell’altro e valore del lavoro. Non ancora adolescente perde la madre a causa di complicazioni in seguito al parto della quarta figlia, ed è questo evento che Xaawo riconosce come l’origine del suo desiderio di studiare il corpo umano e il suo funzionamento.

Appena dodicenne viene data in sposa contro la sua volontà: il matrimonio durerà poco ma da questa unione nasce una bambina che morirà a pochi mesi, la salute della figlia era stata infatti compromessa da un parto difficile, conseguenza della pratica di infibulazione subita a sette anni. Dopo il divorzio, Xaawo riacquista la perduta indipendenza e torna a vivere con il padre e le sorelle, frequenta la scuola e ottiene una borsa finanziata dall’URSS per studiare medicina in Ucraina, dove rimarrà per sette anni. Qui conoscerà anche Aden Mohamed, suo futuro marito.

Dopo la laurea, torna a Mogadiscio e comincia a lavorare presso l’ospedale Digfer
. È il 1971: in Somalia viene richiesta una totale aderenza ai principi del socialismo scientifico del governo rivoluzionario del Generale Siyaad Barre, che presto rivelerà la sua natura totalitaria. Qui lavorerà prima come pediatra e in seguito in ginecologia: questo periodo si rivela molto formativo per Xaawo che impara sul campo l’importanza di garantire le cure in maniera indiscriminata e si rende conto di come il lavoro di medico non si esaurisca nel prestare le cure necessarie ma richieda primariamente la costruzione di un rapporto di fiducia. Nel 1974, solo dopo aver raggiunto una piena indipendenza, sposa Aden, con cui avrà due figlie, Deqo e Amina, e un figlio, Ahmed.

Negli anni Ottanta
, nonostante il lavoro di medica e di docente presso l’Università Nazionale Somala a Mogadiscio, coltiva il desiderio di tornare a vivere dove è cresciuta, a Lafoole, terra della sua ayeeyo, la nonna materna che, quando era bambina, le insegnava “a capire l’ordine delle cose”. Acquista quindi un terreno, mette in piedi una fattoria e apre un piccolo ambulatorio: il primo nucleo di ciò che in breve tempo diventerà un campo per sfollati interni e un ospedale. A partire dalla fine degli anni Ottanta, quando si apre la crisi politica che porterà alla caduta del regime militare e alla guerra civile, Xaawo ospita le prime famiglie in fuga dalla violenza e dalle persecuzioni.

Già nel 1991 la sua fattoria offre cibo e riparo a circa 4000 persone: questo afflusso la porta quindi a cercare aiuti da parte delle ONG attive nel Paese e a organizzare in maniera sistematica l’accoglienza, l’approvvigionamento di cibo e farmaci e le cure mediche, investendo quando possibile in nuova strumentazione per l’ospedale e garantendo un salario al personale impegnato nel campo. Per poter gestire il numero sempre crescente di persone, Xaawo dota la comunità di regole che in parte riflettono la tradizione somala e contestualmente introducono degli elementi di rottura, quali dare maggiore spazio alle donne e ai giovani, condannare apertamente la violenza domestica e le discriminazioni su base clanica. Si rifiuta sempre, inoltre, di far entrare guerriglieri e armi nell’ospedale, pur subendo nel tempo violenti attacchi da parte di miliziani. Nel campo viene costruita una scuola che arriva a ospitare dodici classi e un centro per la formazione delle donne – la stragrande maggioranza degli ospiti insieme ai minori – con lo scopo di aiutarle a sviluppare competenze tese a garantire loro un’indipendenza economica. Si adopera per sensibilizzare le donne sul delicato tema delle mutilazioni genitali femminili, molto diffuse nel Paese nella forma dell’infibulazione. Il lavoro nel campo e nell’ospedale viene inoltre spesso utilizzato per sottrarre giovani uomini al reclutamento dei vari movimenti armati che si succedono nella zona, Xaawo offre loro una concreta alternativa di vita allo sbandamento e alla violenza. Il campo diventa un punto di riferimento durante periodi di scontri e violenze ma anche quando gravi siccità investono vaste zone della Somalia: nei momenti di maggiore affluenza, il campo ospita decine di migliaia di persone. Questa attività, centrale nella vita di Xaawo, coinvolge anche le sue due figlie che, cresciute tra la Somalia, il Kenya e l’Uganda, studiano medicina in Russia, in un certo senso replicando a trent’anni di distanza il percorso materno e che, seppure attraverso vie differenti, torneranno a Lafoole per prestare servizio come mediche e nella gestione della comunità.

Dopo vent’anni di vita e di esperienza nel campo, il neonato Governo di transizione nomina Xaawo prima vice Ministra del Lavoro e dello Sport, poi della Sanità. Questa esperienza si rivela estremamente deludente per Xaawo che ben presto prende coscienza di come le dinamiche di potere, la violenza e la corruzione dilaganti le impediscano di lavorare davvero per il bene comune, la pace e la ricostruzione e abbandona definitivamente l’attività politica.
Nei primi anni Duemila, la crisi umanitaria unita alla sempiterna instabilità politica spinge le ONG, da tempo non più presenti in Somalia per l’elevata insicurezza della regione, a inviare aiuti, e insieme alcuni giornalisti a recarsi in queste zone: il lavoro di Xaawo inizia così a fare il giro del mondo. Grazie anche al lavoro di advocacy che intraprende insieme alle figlie, fonda nel 2006 la Dr. Hawo Foundation per raccogliere donazioni internazionali e investire nel campo e in progetti paralleli di formazione ed educazione.

Nel 2010 subisce un grave attacco da parte del movimento politico islamico attivo nella regione, Hizbul Islam, e in questo frangente Xaawo assiste a una grande mobilitazione da parte dei somali. A questo proposito dirà:

Quando tutto quello che avevamo costruito era sotto attacco, tutti capirono di poter usare la propria voce e opporsi al male. So bene di essere viva grazie alla mia gente.”

Già un’altra volta il campo le era stato d’aiuto, quando, dopo la perdita del figlio Ahmed, Xaawo trova la forza di uscire da un profondo stato depressivo proprio nella consapevolezza dell’importanza del lavoro di cura e di pace portato avanti nella comunità.

La sua salute comincia a infragilirsi e, a partire da questo periodo, Xaawo vivrà soprattutto all’estero, coordinando il lavoro da lontano, grazie alle figlie e al personale a Lafoole, e dedicandosi a far conoscere la sua storia e la realtà che migliaia di donne vivono in Somalia. Otterrà diversi riconoscimenti internazionali: nel 2012 viene candidata per il Nobel per la pace e riceve il BET Social Humanitarian Award; Glamour la nomina insieme alle sue figlie Women of the year 2010. Xaawo morirà nell’agosto del 2020, all’età di settantatré anni.

A conclusione del libro che raccoglie la sua testimonianza, Xaawo, parlando della sua eredità morale, dirà:

“(…) ho soltanto la mia storia da offrire. Conoscendo gli errori che ho commesso e ciò che di buono ho fatto, [i miei nipoti] possono costruire su queste fondamenta. Quando la pace sembrerà impossibile, dirò loro di ricordare tutte le altre cose considerate impossibili – non era previsto che ricevessi un’istruzione, non era previsto che costruissi qualcosa di mio, non era previsto che sopravvivessi. In questo modo, so che cresceranno nel futuro che abbiamo sognato per loro, per il quale abbiamo tutte e tutti lavorato duramente.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Hawa Abdi, Sarah J. Robbins, Keeping Hope Alive, One Woman—90,000 Lives Changed, New York City, Grand Central Publishing 2013

Album Flickr AMISON, Dr. Hawa Abdi Center - https://www.flickr.com/photos/au_unistphotostream/albums/72157636866144446

Edmund Sender, A Somalian doctor bound by humanity, 2007 (articolo apparso su Los Angeles Times: https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2007-aug-01-fg-doctor1-story.html)

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Monia Czech

Nata e cresciuta nell'amata Roma da genitori sradicati, studia francese e somalo all’università dove lavora a lungo per seguire un progetto di cooperazione culturale con la Somalia, occupandosi di archivi e open access. Dopo tanto precariato e una breve esperienza nel sociale, lavora oggi in ambito universitario nella gestione di progetti di ricerca. Da sempre interessata all’altro e alla sua scoperta, legge, talvolta disegna e accarezza gatti.

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