Zaynab al-Ghazali

Il Cairo 1917 - 2005
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Se dovessimo individuare una madre del movimento islamista, questa sarebbe senza dubbio Zaynab al-Ghazali, autrice prolifica e leader incontestata del movimento islamico egiziano dei Fratelli Musulmani. Personaggio oscuro in Occidente, questa militante gode infatti di una reputazione pressoché leggendaria tra gli islamisti di tutto il mondo, cui si riferisce come ai suoi “figli”.

Nata nel 1917 nei pressi del Cairo, Zaynab era figlia un ricco commerciante di cotone che aveva studiato alla prestigiosa Università teologica di al-Azhar, e che rappresentò la figura più importante del suo intero percorso di formazione. In modo piuttosto curioso per un uomo del suo tempo, egli non solo le garantì un’ottima istruzione, ma violò la consolidata abitudine di segregare in casa le bambine fino al matrimonio, portandola spesso con sé e lasciandola accedere agli spazi tradizionalmente maschili. Zaynab divenne così “una bambina coraggiosa, abile nella parola e intelligente” e poi un’adolescente carica di fervore idealista.

A soli sedici anni, Zaynab aderì all’Unione Femminista Egiziana fondata da Huda Sharaawi, per allontanarsene però dopo circa un anno e mezzo: era giunta alla conclusione che la battaglia femminista fosse un “grave errore”, perché l’Islam aveva già concesso alle donne “libertà, diritti economici, politici, sociali, pubblici e privati”.

Nel 1936 decise dunque di fondare una Società delle Donne Musulmane, allo scopo di diffondere tra le donne gli insegnamenti islamici. Oltre alle attività di formazione, la Società gestiva con successo opere caritatevoli (ospedali, scuole, istituti per ragazze orfane dotati di laboratori per la tessitura e altri lavori artigianali), che attirarono sulla Società e sulla sua giovane presidente l’attenzione della più importante figura dell’islamismo egiziano del tempo: Hasan al-Banna, fondatore e Guida Suprema dei Fratelli Musulmani. Al-Banna contattò Zaynab per proporle di fondere la sua associazione con quella delle Sorelle Musulmane, la sezione femminile della Fratellanza, e di diventarne la presidente: ma lei rifiutò, conservando gelosamente l’indipendenza delle Donne Musulmane fino al loro scioglimento. Tuttavia, garantì ad al-Banna il proprio personale sostegno, e accettò di buon grado che le due associazioni collaborassero tra loro.

Questa collaborazione divenne ancora più stretta dopo il luglio 1952, quando un colpo di stato sancì la fine della monarchia in Egitto e l’ascesa al potere di Gamal ‘Abd al-Nasser. Determinato a eliminare tutte le opposizioni, il regime nasseriano sciolse la Fratellanza Musulmana e cominciò una campagna di arresti senza precedenti. Zaynab mise allora la propria associazione al servizio delle famiglie dei Fratelli incarcerati, e si dedicò in prima persona alla loro causa. Fu a lei infatti che Hasan al-Hudaybi, nuova Guida Suprema dopo la morte di al-Banna, affidò il difficile compito di ricostruire clandestinamente la stessa Fratellanza, attraverso un ambizioso progetto di educazione islamica volto “a riportare il suo paese alla sua gloria e alla sua fede”. La guida spirituale di questo progetto, colui che forniva il materiale per i gruppi di studio, era niente meno che Sayyid Qutb, uno dei più importanti ideologi islamisti del secolo scorso, considerato il padre del moderno jihadismo.

Questa intensa attività clandestina la rese un personaggio sempre più scomodo al governo nasseriano. Cominciò a essere oggetto di intimidazioni; sopravvisse, quasi miracolosamente, a un incidente d’auto dietro cui forse c’erano i servizi segreti, e poco dopo – il 15 settembre 1964 – la Società delle Donne Musulmane venne sciolta definitivamente. L’anno successivo, la Fratellanza clandestina venne accusata di star progettando un attentato alla vita di Nasser, e questa volta Zaynab non sfuggì alla repressione: fu imprigionata, interrogata sotto tortura e condannata con un processo sommario a venticinque anni di lavori forzati. Ne scontò sei, fin quando – il 10 agosto 1972 – fu rimessa in libertà grazie a un’amnistia concessa dal nuovo presidente Sadat, che ambiva a riconciliarsi con gli islamisti.

Vana speranza, almeno nel caso di Zaynab, che tornò subito alla militanza attiva e rimase una strenua oppositrice del regime fino alla sua morte, avvenuta a quasi novant’anni nel 2005. Non rifondò più la Società delle Donne Musulmane, ma collaborò alle attività dei Fratelli Musulmani e si dedicò alla scrittura: oltre a centinaia di articoli su svariate riviste islamiche, scrisse alcuni saggi a carattere politico, un’autobiografia e perfino un commentario coranico – “il primo mai scritto da una donna”, come si legge nell’introduzione alla prima edizione.

Nessuna delle sue opere è stata tradotta in lingua occidentale, con l’eccezione dell’autobiografia Ayyam min hayyati (Giorni della mia vita), dove Zaynab racconta il primo anno di prigionia e le torture subite con toni che ricordano i viaggi mistici delle più celebri agiografie dei sufi medievali. Nella narrazione, il suo corpo diventa il terreno di una battaglia tra Bene e Male, in cui a cicli infernali di tortura si alternano visioni celestiali del Profeta Muhammad e di sua moglie Aisha, che la esortano a resistere.

Merita una riflessione, per concludere, il modo in cui Zaynab ha trattato la questione femminile nei suoi articoli politici. Colpisce, su questo tema, la sua conformità assoluta con il discorso islamista più tradizionale: perché il modo in cui Zaynab ha condotto la sua vita si discosta palesemente dal modello di donna di cui si è fatta promotrice.

Nei suoi scritti ha sostenuto che il ruolo primario della donna nella società islamica è quello di moglie e di madre; il lavoro extradomestico e l’attività politica le sono concessi solo quando abbia assolto a questo compito. Proteggere la propria famiglia dev’essere la vocazione di ogni donna, per cui colei che chiede il divorzio al marito si rende autrice di un “atto criminale che merita di essere punito”. Eppure, lei stessa si è sposata due volte e ha divorziato da entrambi i mariti quando il matrimonio ha interferito con quella che considerava la sua missione per l’Islam. Per la stessa ragione ha definito una “benedizione” il non aver mai avuto figli, dal momento che la cura dei bambini l’avrebbe costretta a distogliere l’attenzione dalla sua attività politica.

Ha sostenuto che le mogli devono mostrare obbedienza ai mariti, i loro tutori e gli arbitri di ogni loro decisione. Eppure il ritratto che stende del suo secondo marito, nelle sue interviste e nell’autobiografia, è piuttosto quello di un devoto assistente, pronto a non interferire con le attività della moglie, ad accettare docilmente le sue decisioni e perfino a lasciarla sola con i suoi collaboratori, in palese violazione delle norme islamiche più rigide. Questa contraddittorietà tra il discorso e la prassi ha attirato l’attenzione di quegli studiosi occidentali che si sono dedicati alla sua figura, e che hanno tentato di spiegarne le incongruenze nei modi più diversi: talvolta, Zaynab è stata vista come una femminista de facto afflitta dalla “coscienza contraddittoria” già descritta da Gramsci. Altri l’hanno invece dipinta come un’abile arrampicatrice, pronta a sacrificare la causa delle donne e a sostenerne l’oppressione pur di garantirsi delle possibilità di ascesa politica che nelle associazioni femministe laiche come l’UFE – pur sempre minoritarie in un paese dalla fortissima tradizione religiosa come l’Egitto – non avrebbe mai avuto.

Comunque si voglia giudicare la sua persona, Zaynab resta una figura importantissima nella storia del mondo islamico in generale ed egiziano in particolare: il suo modello, pure nelle contraddizioni, è stato d’esempio per tutta una nuova generazione di attiviste del movimento islamico. Donne colte, attive e militanti (come l’intellettuale egiziana Heba Raouf Ezzat) che ai nostri giorni si stanno aprendo la strada tra le fila del movimento islamista, chiedendo un ruolo più attivo e mettendo in discussione la concezione dominante dell’Islam sulla donna: le rappresentanti di un’alternativa islamica di emancipazione femminile che deve molto all’eredità di Zaynab al-Ghazali.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Zaynab al-Ghazali, Return of the Pharaon, Markfield, The Islamic Foundation, 1994

Maria Cristina Paciello, Zaynab al-Ghazali al-Jabili, militante islamica egiziana: un modello islamico di emancipazione femminile?, in «Oriente Moderno», XXI, 2 (2002)

Miriam Cooke, Zaynab al-Ghazali: saint or subversive?, in «Die Welt des Islam» 34 (1994)

Lamia Rustum Shehadeh, Zaynab al-Ghazali, in The idea of women under fundamentalist Islam, Gainesville, University Press of Florida 2003

Margherita Picchi

Nata nel 1984 a Firenze, si è laureata a pieni voti nel 2011 in storia dell’Islam contemporaneo presso l’Università Orientale di Napoli. La sua tesi, il cui relatore è stato il prof. Massimo Campanini, è intitolata “La battaglia tra Islam e capitalismo di Sayyid Qutb: traduzione e analisi del testo nel quadro dell’evoluzione del pensiero qutbiano”. Si interessa in particolar modo di storia dell’Islam politico, nella teoria e nella prassi dei movimenti islamisti. Attualmente è dottoranda di ricerca in storia delle donne e delle identità di genere presso la stessa Università Orientale di Napoli.

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