Bianca Laura Saibante Vannetti *

Rovereto, 1723 - 1797
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 Bianca Laura Saibante fu poetessa e drammaturga, cofondatrice del salotto letterario dell’Accademia Roveretana degli Agiati; le sue opere sono depositate presso la Biblioteca civica Girolamo Tartarotti di Rovereto.
Figlia di Francesca Caterina Sbardellati di Adelburg e Girolamo Saibante, quarta di quattordici fratelli, nacque il 17 maggio 1723 a Rovereto. Bianca Laura iniziò la sua educazione nel collegio delle Orsoline di Trento, dove imparò l’italiano, il francese e il tedesco, nonché le arti del disegno, del ricamo e della pittura. In seguito, approfondì gli studi in filosofia e lettere sotto la guida dell’abate e filosofo Girolamo Tartarotti, che curò anche l’istruzione del più noto tra i suoi fratelli, Francesco Antonio Saibante. Fu proprio quest’ultimo, in seguito alla scomparsa del precettore, a occuparsi dei libri che questi aveva lasciato in dono al civico Ospedale: fece in modo che il Municipio li acquistasse, così da creare una prima raccolta per l’archivio della futura Biblioteca Civica della città; incrementò poi tale nucleo con i volumi donatigli dall’abate Giovanni Battista Graser.

La famiglia Saibante, originaria di Egna (Bolzano), era attiva nel commercio del legname, nel prestito a interesse e nella manifattura serica, e presente nelle istituzioni cittadine da oltre tre secoli; essendo parte della nobiltà italiana dell’epoca, non era insolito che personaggi di spicco e intellettuali locali frequentassero la loro casa. I “salotti” poi, generalmente privati e gestiti da donne, erano luoghi di riunione molto diffusi, dove personaggi illustri e intellettuali si incontravano per conversare di cultura e politica.
A seguito della scomparsa precoce del padre (1743), Bianca Laura ottenne dalla madre una quasi completa autonomia: nel 1748, a soli 24 anni, diede vita a una domestica conversazione nel suo salotto. Assidui frequentatori del circolo, oltre al fratello Francesco Antonio, furono l’abate Giuseppe Matteo Felice Givanni, maestro di logica e metafisica presso il locale Ginnasio, il suo collega l’abate Gottardo Antonio Festi, e il cavaliere musicista Giuseppe Valeriano Vannetti. Quest’ultimo, nel 1751, propose di trasformare il ritrovo settimanale in una privata accademia  battezzata degli Agiati, nome che stava a indicare come gli studiosi e le studiose si dedicassero alla letteratura comodamente e senza fretta. Bianca Laura sfoggiò le sue doti artistiche disegnandone il simbolo: una chiocciola che, adagio, si arrampica su una piramide, sormontata dal verso di Petrarca «Giunto il vedrai per vie lunghe, e distorte» (Rerum vulgarium fragmenta 37, 24). Fin da subito, per la neonata Accademia Roveretana degli Agiati di Scienze, Lettere ed Arti, il gruppo fondatore stabilì di aprire al pubblico dei convegni periodici e affiliare nuovi soci che, per ovviare alle differenze tra i ceti sociali, dovevano scegliere un nome accademico anagrammando il nome reale. Bianca Laura come pseudonimo scelse Atalia Sabina Canburi e guidò l’Accademia contribuendo al suo successo: in quindici anni il numero degli accademici arrivò a 463, tra italiani e tedeschi, diventando uno dei principali centri di collegamento fra le due culture; nel 1753 fu riconosciuta con un diploma imperiale da Maria Teresa, l’allora imperatrice d’Austria e contessa del Tirolo.

A tutt’oggi l’Accademia roveretana degli Agiati è un’importante associazione culturale che ospita convegni, conferenze, progetti di ricerca, collezioni e mostre.

Dopo sette anni di legame amoroso, il 27 febbraio 1754 Bianca Laura si sposò con Giuseppe Valeriano e il 14 novembre dell’anno successivo diede alla luce il loro unico figlio, Clementino. Bianca Laura continuò a svolgere le attività dell’Accademia in casa, decisione criticata da molti che l’accusavano di aver trascurato l’Accademia a favore della vita domestica, ma che lei considerava un atto di libertà, orgogliosa del proprio ruolo di moglie e di madre saggia.

Le composizioni, in versi o in prosa, che Bianca Laura presentava mensilmente, erano molto apprezzate e le fecero guadagnare la carica di agiatissima. Nei primi quattro anni della sua attività accademica, Bianca Laura si dedicò alla poesia petrarchesca e alla novella giocosa di matrice toscana. Dal 1753 passò ai più seri ragionamenti in prosa, alternati ai sonetti e alle traduzioni dalla Bibbia, con particolare attenzione verso la condizione femminile., 

Nelle sue dissertazioni, Bianca Laura proponeva – un modello femminile di padrona di casa e madre efficiente e saggia, intenta a svolgere i lavori domestici – che riteneva nobili e utili, a dispetto del disprezzo ad essi attribuito – che richiedevano tanto competenze specifiche quanto doti artistiche, come il ricamo.

Toccando anche un tema delicato per l’epoca, Bianca Laura affermava che tra i due sessi vi era una perfetta eguaglianza dello spirito, tanto che la donna «leggiadra, saggia e dotta», poteva «far sua luminosa comparsa in faccia del mondo» (Discorsi e lettere, 1781, pp. 14, 22): il ruolo privato e quello pubblico della donna non erano per lei in contrapposizione, bensì erano continuativi e complementari.

Nei suoi discorsi, Bianca Laura si soffermò anche su tre aspetti della condizione femminile: superbia, curiosità e abuso della precedenza.

La superbia femminile era convenzionalmente condannata come fomentatrice di «maldicenze, discordie, puntigliose dispute, menzogne», e lei imputava la causa di tale atteggiamento all’adulare degli uomini «che fingendosi amici tuttogiorno nelle nostre case frequentano» (Discorsi e lettere, 1781, p. 45 e 47).

La curiosità, secondo Bianca Laura, quando eccessiva rappresentava un difetto; tuttavia, ella riteneva nascesse dall’esigenza delle donne di avere accesso alle conoscenze nei campi a loro tradizionalmente preclusi. Raccomandava dunque ai colleghi accademici di stimolare le donne allo studio: la subordinazione della donna doveva infatti limitarsi all’accettare di essere educata dagli uomini dotti:

«Se chi è nato e cresciuto nel buio non potrà né sapere, né tanto meno discorrere di Luce. Per la qual cosa, qualor veggiamo le donne andar in traccia di cose al loro sesso ed agli impieghi loro confacenti, non si deve tosto tacciarle di curiose, giacché troppo necessario è prender Lume per non giacere nella perpetua ignoranza, la quale non di rado abbonda in chi non mostra genio, o non ha modo di erudirsi» (Discorsi e lettere, cit., p. 62).

Bianca Laura definì l’abitudine di dare la precedenza alle donne «in apparenza non biasimevole, ma in sostanza di molta laude non degna», in quanto «come le agevolezze, che s’usano verso gli infermi, così le cortesie verso le donne, non significano riverenza, ma compassione» (Discorsi e lettere, cit., p. 51). Mise dunque in guardia le donne dall’accettare alcuni gesti degli uomini, apparentemente dettati da nobili sentimenti: assecondarli non faceva che confermare il pensiero maschilista che la donna non fosse in grado di fare da sé e che, dunque, fosse da imputare giuridicamente inferiore.

Il 15 luglio 1764 scomparve il marito Giuseppe Valeriano, lasciando Bianca Laura ad allevare da sola il figlio di dieci anni. Fu in questo periodo che l’autrice presentò la sua ultima dissertazione che, come le altre, era al di fuori dei consueti schemi; in essa, infatti, propone la posizione di una madre colta che si occupa dell’educazione di un figlio maschio adolescente, funzione che all’epoca era prettamente maschile, ma giustificata dalla recente vedovanza. Bianca Laura, dunque, benché ritenesse importanti i precetti classici dell’educazione nobiliare (es.: arti cavalleresche, musica, poesia italiana), li mise in secondo piano, anteponendo discipline che ella riteneva indispensabili alla vita e volte a formare un cittadino consapevole (es.: logica, retorica, filosofia morale, diritto, scienze naturali).

Clementino divenne socio dell’Accademia nel 1770 e finì per costruirsi una solida reputazione negli ambienti culturali italiani. Nel 1772, Bianca Laura poté tranquillamente ritirarsi dal sodalizio lasciandolo nelle mani del figlio, ma rimase una presenza significativa per la cultura roveretana.

Clementino scomparve prematuramente per una pleurite il 13 marzo 1795, a soli quarantadue anni.

Sopravvissuta a tutti i suoi cari, Bianca Laura si spense il 6 marzo 1797, a Rovereto.

*voce a cura di Valentina Degano – Futura psicologa del lavoro con interesse verso il benessere nelle organizzazioni, scrittrice in erba, appassionata di arte e cultura, irremovibile animalista e ambientalista. Partecipa al progetto di valorizzazione del patrimonio culturale trentino “Ecoltura: per un’ecologia della cultura” dell’Università di Trento (referente: Prof.ssa Rodler) e al gruppo SCRIBUNT: (Gruppo di) Scrittura di Biografie – Università di Trento (referenti Dott.ssa Maria Barbone; Dott.ssa Susanna Pedrotti; Prof.ssa Lucia Rodler). 

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Gentina E. (28 Aprile 2021). Insolite ignote. Bianca Laura Saibante. Vulcano statale, http://vulcanostatale.it/2021/04/insolite-ignote-bianca-laura-saibante/(ultimo accesso il 20 aprile 2022)

Romagnani G. P. (2017). Dizionario Biografico degli italiani (Volume 89). Treccani, ad vocem, https://www.treccani.it/enciclopedia/bianca-laura-saibante_%28Dizionario-Biografico%29/ (ultimo accesso il 20 aprile 2022)

Autori vari (2016-2022). Bianca Laura Saibante. Wikipedia, l’enciclopedia libera, https://it.wikipedia.org/wiki/Bianca_Laura_Saibante (ultimo accesso il 20 aprile 2022)

Decarli G. e Nanut M. (2021). 33 trentine. Nuove Arti Grafiche, pp. 14-15.

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