Delmira Agustini

Montevideo 1886 - 1914
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Delmira Agustini nasce a Montevideo il 24 ottobre 1886 in una famiglia della buona società. Il padre, Santiago Agustini, ha ascendenze italiane, la madre, Maria Murtfeld Triaca, è di origine argentina. Ha un fratello maggiore di quattro anni, Antonio Luciano. Delmira, che manifesta fin da piccola una notevole intelligenza, viene educata privatamente, apprende il francese, si dedica al disegno e alla pittura, suona il pianoforte, ma soprattutto dimostra una particolare attitudine a comporre versi. Così già all’età di sedici anni le sue prime poesie vengono pubblicate su riviste locali con lo pseudonimo di Joujou.

Bisogna però aspettare il 1907 per la sua prima raccolta in volume, El libro blanco (Il libro bianco) a cui seguono, nel 1910, i Cantos de la mañana (I canti del mattino) e Los cálices vacíos (I calici vuoti) del 1913, il suo capolavoro, che ripropone le poesie delle raccolte precedenti, in parte rielaborate, assieme a nuovi componimenti. È intenta a un nuovo libro, Los Astros del Abismo (Le Stelle dell’Abisso), che a causa della sua morte non viene pubblicato. Nel 1924 la famiglia commissiona l’edizione completa delle opere, che comprende anche poesie inedite sotto il titolo di El rosario de Eros (Il rosario di Eros). Il Prologo è di Alberto Zum Felde, un membro della cerchia degli intellettuali di Montevideo frequentata da Delmira, di cui fanno parte tra gli altri il filosofo Carlos Vaz Ferreira, e i poeti Roberto De Las Carreras e Julio Herrera y Reissig.

Nella poetica di Delmira il tema predominante è l’erotismo. Viene trattato con totale libertà e spregiudicatezza e analizzato in tutte le sue forme partendo direttamente dal proprio io, con una fervida immaginazione e una chiara consapevolezza del carattere trasgressivo dei propri versi. Tuttavia la scabrosità dell’argomento non è mai espressa in termini prosaici o volgari, anzi, nell’elaborazione del contenuto in versi, la sessualità trascende dalla dimensione fisica a una sorta di esperienza mistica. Lo stile è onirico e visionario, l’immaginario poetico di Delmira non attinge a esperienze vissute, ma si nutre solo di fantasie, stimolate anche da reminiscenze pittoriche o poetiche, in special modo mitologiche, risalenti ai suoi studi giovanili. Secondo Zum Felde “nella poesia di Delmira c’è una sessualità appassionata e nuda, ma non c’è, a rigor di termini, il sensualismo. Il desiderio amoroso, il godimento carnale, non appaiono mai come uno scopo nelle sue poesie: sono percorsi verso qualcosa al di là di se stessa, hanno il significato tragico di un sacrificio. Sembra che non siano cose per lei, ma per un dio, di cui ella è sacerdotessa”. Non a caso Ruben Darío, il maggior esponente del Modernismo nell’America Latina (il Modernismo è la corrente letteraria corrispondente, nella letteratura ispanica, al Decadentismo europeo) vede in Delmira una nuova Santa Teresa d’Avila, la famosa teologa e mistica del Cinquecento spagnolo; un giudizio che verrà ripreso, in positivo e in negativo, da tutta la critica successiva dopo essere stato riportato nel Portico (prefazione) a Los cálices vacíos, e da cui muoverà la fama di Delmira, promossa nell’olimpo poetico sudamericano da tale autorevole mentore.

La pubblicazione delle sue poesie è sempre accompagnata da reazioni contrapposte: da un lato suscita ammirazione e meraviglia il talento della giovane poeta, dall’altro la novità e la spregiudicatezza dei temi trattati prestano il fianco ai giudizi moraleggianti di quanti disapprovano che una fanciulla della buona borghesia ne sia l’autrice, non riuscendo a comprendere e ad accettare l’idea che lei possa avventurarsi nel terreno scabroso della sessualità femminile con l’esperienza di una donna che ne conosce ogni risvolto. Comunque la famiglia continua a sostenere la figlia, come ha sempre fatto: il padre ne ricopia in elegante corsivo le poesie e la madre ambisce probabilmente a diventare una sorta di manager che dovrà gestirne il successo planetario. Tuttavia continuano ancora a chiamarla “la Nena” (la piccola) e a esercitare un controllo sulla sua vita privata – testimoniato da studiosi attendibili come E. Rodriguez Monegal e Sylvia Molloy – che isola Delmira entro il rapporto protettivo-possessivo della famiglia. Cosicché la sua vita sembra scorrere in perenne tensione tra gli opposti poli del conformismo borghese che le impone comportamenti codificati e ancor più rigidi in quanto donna, e, per contrasto, un vivo desiderio di emancipazione e autonomia.

Il rapporto tra la vita e le opere di Delmira è stato indagato da E. R. Monegal in un saggio del 1969 (Sexo y poesia en el 900) basato sulle testimonianze raccolte da Ofelia Machado la quale riferisce che, secondo i familiari, Delmira avrebbe composto le sue poesie in uno stato di trance, alternando il suono del pianoforte alla stesura dei versi, oppure durante veglie notturne nelle quali si sarebbe manifestato con più intensità il suo estro creativo. Secondo Monegal, Delmira indossa di giorno la maschera della “Nena” per compiacere la famiglia cui è legatissima, e se ne libera di notte per essere la “Pitonisa” (la “Pitonessa”, cioè la sacerdotessa/profetessa dell’oracolo di Delfi) che compone poesie invasata dal dio Eros. Si tratta di una tesi suggestiva e ben documentata, ma l’idea che Delmira abbia scritto in stato di trance non regge al vaglio critico. Betina Lilian Prenz, che ha pubblicato un’antologia delle opere di Delmira in traduzione italiana, con un’eccellente introduzione e un interessante saggio sulle scelte traduttive adottate, osserva giustamente che nei versi di Delmira “non c’è disordine o caos” bensì “un’elaborazione razionale […] un’elaborazione estetica in linea con il modernismo, un lavoro lucido”, un lavoro portato avanti all’insegna di una severa disciplina poetica che filtra l’ispirazione attraverso i codici espressivi della metrica, della rima, delle figure retoriche, della varietà dei registri linguistici, della ricerca di immagini sorprendenti e, infine, di un paziente labor limae: gli strumenti di sempre del mestiere del poeta. I quaderni, visibili in rete, su cui il padre ha ricopiato le poesie, mostrano l’accavallarsi delle varianti introdotte dalla mano dell’autrice, per non parlare del fatto che Delmira ha rivisitato e ripubblicato poesie edite precedentemente, a testimonianza di un’incessante e mai soddisfatta ricerca della perfezione testuale.

La critica ha indagato le radici filosofiche e culturali della poetica di Delmira e ha rilevato la presenza di riferimenti alla teoria del superuomo di Nietzsche, anche se il superuomo è superficialmente inteso come l’amante ideale e perfetto delle sue visioni erotiche. Significative inoltre le reminiscenze di celebri miti classici, come quello di Icaro (Las alas), Amore e Psiche (Otra estirpe, El intruso), Pigmalione (Tu boca), e Prometeo (Lo inefable). I riferimenti alla classicità non sono estranei alla poetica del Modernismo e del Decadentismo – pensiamo in Italia a D’Annunzio – ma la genialità poetica di Delmira si manifesta nella scelta di entrare lei stessa nel mito, “usando la prima persona singolare, come se fosse uno dei personaggi […] un punto di vista molto originale” (J. R. Burt). Con la poesia El Cisne (Il Cigno) ispirata al celebre mito di Leda e il cigno, Delmira intende confrontarsi idealmente con Ruben Darío, che ha trattato ripetutamente lo stesso tema. Secondo Sylvia Molloy, Darío approccia il mito dall’esterno, come osservatore, senza distaccarsi da una rappresentazione certo raffinata ma sostanzialmente tradizionale. Molto più innovativo l’approccio di Delmira: lei stessa è Leda e il cigno è accolto nel proprio grembo in un amplesso in cui si confondono corpo e anima, piacere e dolore, vita e morte. Nel confronto, l’intensa drammatizzazione del mito nella versione di Delmira prevale sulla letterarietà elegante del maestro, e rivela il passaggio dell’allieva da un primo atteggiamento di ammirazione e soggezione verso un’antagonistica emancipazione.

Delmira ha un fidanzato. Si chiama Enrique Job Reyes, è un mercante di cavalli. In comune con lei ha soltanto l’appartenenza allo stesso ceto sociale, ma quanto a sensibilità e cultura è completamente agli antipodi: un ripio (letteralmente “ghiaia”, cioè una nullità); così lo definisce Roberto De Las Carreras. La famiglia forse desidera un bel matrimonio borghese per la figlia, ma la madre osteggia Job poiché si rende conto della diversità che separa i due fidanzati. Però Delmira lo ama, gli scrive lettere con un linguaggio infantile, lo chiama papito (paparino), gli parla con la voce della “Nena”, ma secondo Monegal potrebbe trattarsi di un linguaggio criptato per eludere la sorveglianza della madre. La sua situazione sentimentale si complica quando, nel 1910, conosce Manuel Ugarte, uno scrittore e uomo politico socialista argentino, col quale avvia una regolare corrispondenza. Manuel è bello, è un dandy, un seduttore seriale, ancorché maritato, e non lesina complimenti sinceri alla poeta Delmira. Lei se ne innamora, ma, a parte brevi e sporadici incontri, il loro rimane un rapporto a distanza, puramente platonico. Nel 1913, dopo cinque anni di fidanzamento, Delmira decide di sposare Job e invita al matrimonio Manuel come testimone. In questa occasione si rende conto che, in amore, Manuel è soltanto un dongiovanni superficiale, non interessato a una relazione profonda. Anche il matrimonio con Job si rivela un fallimento. Neanche due mesi dopo, Delmira abbandona il marito dichiarando di “non sopportare le volgarità della vita coniugale” e in una lettera a Manuel scrive: “hai tormentato la mia prima notte di nozze e la mia assurda luna di miele”. Ma, secondo la Machado, sarebbe stata la madre, da sempre ostile a Job, a indurre la separazione. Delmira avvia le pratiche per il divorzio, ma stranamente continua a frequentare in segreto l’ex marito, ora solo amante, che appende i quadri di lei nella camera d’affitto in cui si incontrano.

Segue un tragico finale. Il 6 luglio 1914 Job uccide Delmira con due colpi di pistola per poi suicidarsi subito dopo. Le ragioni del femminicidio non saranno mai chiarite definitivamente, ma sono senza dubbio riconducibili ai complicati legami affettivi che hanno caratterizzato la vita di Delmira e alla sua volontà di emancipazione come donna e di affermazione come artista. Per questo motivo, e per aver coraggiosamente dato voce, lei, fanciulla di buona famiglia borghese, al tema della sessualità femminile, Delmira Agustini è di fatto diventata una bandiera del femminismo nell’America Latina e ha influenzato profondamente poete e intellettuali delle generazioni successive, tra le quali Juana de Ibarbourou, Alfonsina Storni e Gabriela Mistral, premio Nobel 1945.

L’Intruso (traduzione di Betina Lilian Prenz)

Amore, la notte era tragica e singhiozzante
quando la tua chiave d’oro cantò nella mia serratura;
poi, la porta aperta sull’ombra gelante,
la tua forma fu macchia di luce e fioritura.

Tutto qui illuminarono i tuoi occhi di diamante;
bevvero nella mia coppa le tue labbra di freschezza,
e riposò sul mio cuscino la tua testa fragrante;
mi ammaliò la tua follia e ne adorai la sfrontatezza.

E oggi rido se tu ridi, e canto se tu canti;
e come un cane ai tuoi piedi dormo se tu dormi:
oggi porta anche la mia ombra il tuo odor di primavera;
e tremo se la tua mano tocca la serratura
e benedico la notte singhiozzante e oscura
in cui sbocciò nella mia vita la tua bocca prematura!

Cesare Sangiorgi

Cesare Sangiorgi (Faenza 1946). Laurea in lettere classiche, insegnante di italiano e latino nei licei, ora in pensione. Nel tempo libero si dedica al golf e ad incursioni in rete alla ricerca di perle rare, come appunto Delmira.

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