Monika Bulaj*

Varsavia 1966 - vivente
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Fotografa, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice e regista, Bulaj è nata nel 1966 a Varsavia. Si occupa di religione, minoranze e popoli nomadi a rischio in Eurasia, Africa e nei Caraibi. Inoltre, durante la sua carriera da fotoreporter, ha studiato popolazioni provenienti da Afghanistan, Pakistan, Tibet e Kurdistan.
Com’è noto la Polonia durante la seconda guerra mondiale è teatro di sterminio e deportazione di gran parte della popolazione ebraica. Bulaj non è ebrea, ma coltiva da subito un interesse per le culture minoritarie: la sua tesi di maturità è dedicata allo sterminio degli ebrei. In diverse interviste cita una insegnante del liceo, ” Ewa Klinger, che senza nemmeno conoscermi mi scelse e mi fece catapultare in un’università clandestina dove ho trovato tutto quello che già cercavo o anche solo intuivo” (Monika Bulaj, 2012).
Per 4 anni studia di nascosto, in una classe di 10 alunni. Le aule sono case private e gli insegnanti sono professori universitari, studiosi di teatro e cinema, teologi, poeti e scrittori. A 18 anni, intraprende gli studi in filologia polacca presso l’Università di Varsavia e integra esami di antropologia, teologia, teatro di ricerca e danza e si interessa al lavoro di Jerzy Grotowski (1933-1999), regista polacco d’avanguardia.  Bulaj entra in contatto con i suoi scritti attraverso gli esami universitari. Dallo studio del teatro povero assume alcune regole: eliminare ciò che non è necessario; intensificare ciò che già esiste; usare poco materiale scenico; cercare sempre la verità. Questi stessi principi poetici contrassegnano la sua ricerca e il suo stile particolarmente vivido.

Nel 1985, a 19 anni, vive la sua prima esperienza sul campo durante il secondo anno di Università. Inizia un lungo viaggio a piedi verso Lewickie, un paese tra la Polonia e la Bielorussia. Per l’organizzazione di questo primo viaggio viene aiutata dallo studioso di antropologia del teatro Leszek Kolankiewicz conosciuto nell’ambiente universitario.”Rise come un diavolo quando gli raccontai che me ne andavo a camminare per cercare antiche sette ortodosse e popoli tartari scovati in qualche libro di storia. Non so perché chiesi consigli proprio a lui. Mi segnò sulla carta geografica una serie di villaggi e poi disse solo una cosa: vai”  (Monika Bulaj, 2022).

Rimane a Lewickie molti anni a fotografare e a raccontare le testimonianze dei vecchi saggi. Un lavoro maniacale, una vera corsa contro il tempo per riuscire a mettere per iscritto tutto quel patrimonio di conoscenze tramandato oralmente da generazioni.
Nel 1993 si trasferisce in Italia, paese nel quale vive tuttora. Scrive in polacco, inglese e italiano ma i suoi lunghi viaggi l’hanno portata a conoscere otto lingue. Dal 2001 espone le sue opere in numerose mostre in Europa, Stati Uniti, Brasile e Russia.

In Italia intraprende un lungo sodalizio di ricerca, cammino, viaggio e scrittura, e naturalmente fotografia insieme a Paolo Rumiz, documentando, e lavorando come interprete e traduttrice ai progetti di ricerca del giornalista e scrittore triestino. Molti volumi testimoniano la stima immensa di Rumiz nei suoi confronti, una condivisione di obiettivi e  modalità complementari e affini.

Monika Bulaj è considerata tra le migliori fotografe sul tema del sacro. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio come migliore libro di fotografia assegnato dalla rivista «Time» nel 2013 per Nur. La luce nascosta dell’Afghanistan. Grazie a questa esperienza ha avuto la possibilità di partecipare alla TED Global Conference di Edimburgo nel 2011. Ha sempre avuto a cuore il tema della donna all’interno delle fedi e il ruolo che essa ricopre nella comunità. Nelle sue interviste, racconta la difficoltà che incontra con le popolazioni fanatiche e misogine. Quando la paura nei confronti delle donne, occidentali e non, si unisce alla violenza: «Non è il mondo che cerco, anzi, ne ho allergia, ho smesso di cercare di capirlo, lo percepisco all’istante e lo evito» (Monika Bulaj, 2012). 

Nonostante queste criticità circoscritte ad alcune zone del mondo, lei stessa afferma di non subire spesso discriminazioni; anzi, i paesi da lei visitati e studiati hanno il culto dell’ospite sacro. Un’accoglienza che «fa venire i brividi» per il livello di solidarietà e dolcezza trasmessa. È durante il Festivaletteratura del 2014 che fa questa dichiarazione, invitata dopo aver ricevuto il Premio Nazionale Cultura della Pace-Città di Sansepolcro.
Così la fotografia diventa un impegno: «sono io al servizio di qualcosa».  Monika Bulaj è una donna a tutto tondo che divulga attraverso i suoi libri ciò che percepisce da culture invisibili, a forte rischio di sparizione. Attraverso la fotografia è in grado di mostrare, come in un sogno, scene «crudeli e perfette in ogni dettaglio».  Oltre al lavoro, anche la famiglia è importante nella vita della fotografa. Ha tre figli maschi che porta a turno con sé nei viaggi, rinunciando alla solitudine che ha sempre privilegiato.

Il lavoro di Bulaj è spesso definito “multiforme” poiché e azione, parole, immagine e teatro, ma ha in comune un riferimento al sacro: «È un lavoro sul sacro, sulla religione nel senso etimologico di legame tra persone (Religere), non nel senso di Istituzione» (Monika Bulaj, 2022).

Ad oggi, mette in scena i suoi libri utilizzando la musica, le immagini, i racconti di vita quotidiana delle persone incontrate nei viaggi. Il teatro viene utilizzato come mezzo per riflettere sul ruolo della fotografia e sull’importanza della memoria. Quando le persone scappano o si spostano portano con sé delle immagini stampate per ricordare luoghi, persone e momenti. La memoria è l’unico modo per svincolarsi dalla mortalità del corpo. Lo spettacolo Broken Songlines, messo in scena nel 2022, ha proprio lo scopo di raccontare il corpo come sede della memoria collettiva. Inoltre, in questi ultimi anni, insegna fotografia, teatro di strada e danza sui trampoli a bambini e bambine di comunità a rischio.

Tra i riconoscimenti più recenti ha ricevuto il premio “Montale fuori di casa” “Sezione giornalismo fotografico” (aprile 2022) per la ricerca sui confini delle fedi, sulle minoranze e i popoli nomadi.

* voce a cura di Angelica Bervegliericoltiva dall’adolescenza la passione per la fotografia e si fa regalare, per il diciottesimo compleanno, una fotocamera Canon. Con questa, scatta foto, crea video e si appassiona sempre di più al mondo ritratto dalle immagini. Ora studia Psicologia Clinica presso l’Università degli studi di Trento ma continua a portare avanti la passione per l’arte, le artiste e gli artisti della fotografia. Partecipa al gruppo SCRIBUNT: (Gruppo di) Scrittura di Biografie – Università di Trento (referenti dott.ssa Maria Barbone; dott.ssa Susanna Pedrotti; prof.ssa Lucia Rodler).

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Associazione Percorsi, Premio Montale fuori di casa, Monika Bulaj. Sito: http://www.premiomontalefuoridicasa.it/monika-bulaj/

Bulaj, M. (2022). Biografia sito ufficiale di Monika Bulaj. Sito: https://www.monikabulaj.com/biografia/ (consultato il: 29/03/22).

Bulaj, M. (2021). Voce dell’enciclopedia. Sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Monika_Bulaj (consultato il: 29/03/22).

Bulaj, M. (2017). Monika Bulaj – Dove gli Dei si parlano. Sito: https://www.youtube.com/watch?v=5PKpvoCpDvc (consultato il: 29/03/22).

Bulaj, M. (2014).  Intervista a Monika Bulaj-Festivaletteratura. Sito: https://www.youtube.com/watch?v=9wn6XfkWX90 (consultato il: 29/03/22)

Bulaj, M. (2013). Nur : la luce nascosta dell’Afghanistan. Electa.

Bulaj, M. (2011). Monika Bulaj: La luce nascosta dell’Afghanistan. TEDGlobal. Sito: https://www.ted.com/talks/monika_bulaj_the_hidden_light_of_afghanistan?language=it (consultato il: 29/03/22).

Podrecca L. (2012). Monika Bulaj, frammenti di luce per mostrare il sacro e l’invisibile. Libertà
pp. 44 numero del 05/10/12. Sito: https://www.giuristicattolicipiacentini.it/download.html?n=Libert__121005_44&e=pdf.

Politano A. (2022). Monika Bulaj in cammino tra le fedi. Nikon School. Sito: https://www.nikonschool.it/sguardi/51/bulaj.php (consultato il: 29/03/22)

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