Agrippina

Ara Ubiorum (Colonia) 15 - Lucrino 59
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Agrippina nacque nel 15 d.C. ad Ara Ubiorum, sulla sponda sinistra del Reno, insediamento che lei stessa fece ribattezzare Colonia Agrippinensis, oggi Colonia. Quella primavera, suo padre era impegnato in una campagna contro i Cherusci, che sei anni prima, alla testa di una coalizione, avevano sbaragliato le legioni romane di Publio Quintilio Varo nella famosa battaglia di Teutoburgo. Germanico riuscì a sconfiggerli.

Fratello del futuro imperatore Claudio, Giulio Cesare Germanico proveniva dalla più importante famiglia di Roma: adottato dallo zio e imperatore Tiberio nel 4 d.C., era destinato a succedergli. Anche la madre di Giulia Agrippina, Agrippina maior, aveva origini nobilissime: suo nonno era Ottaviano Augusto.

Giulia Agrippina ebbe otto fratelli: tre morti bambini, e poi Caio Cesare detto Caligola, Druso, Nerone, Drusilla, Giulia Livilla, tutti nati tra il 6 e il 18 d.C. Nel primo periodo i ragazzi crebbero negli accampamenti. Una vita durissima: Agrippina maior aveva seguito il marito in tutte le sue spedizioni militari. Verso la fine della campagna contro i Cherusci, era riuscita addirittura a fermare la fuga dei romani.

Germanico era giovane, bello, vittorioso: Tiberio lo temeva. Morì il 10 ottobre 19 d.C., a Epidaphne, presso Antiochia, a trentaquattro anni. La moglie accusò il governatore romano di averlo avvelenato. Le sue ceneri furono condotte al mausoleo di Augusto a Roma da lei e dai figli, in un vero delirio di popolo. Da quel momento la lotta tra Agrippina e l’imperatore fu senza quartiere. In particolare Lucio Elio Seiano, il prefetto del pretorio a cui Tiberio aveva delegato il governo, decise di liberarsi dei tre figli maschi di Germanico, destinati al trono, e di far fuori la madre e i suoi vecchi amici. Fu una strage, anche di donne. Agrippina minor mentalmente prendeva nota: in seguito, come avrebbe raccontato Tacito, ne scrisse nelle sue memorie, che a noi non sono arrivate.

Quando Giulia Agrippina, o Agrippinilla, come la chiamavano in famiglia, compì dodici anni, la madre la condusse da Livia Drusilla, vedova di Ottaviano, nella speranza che l’anziana Augusta mitigasse gli odii di Tiberio e Seiano. Livia non era donna da commuoversi, ma quella fanciulla istruita e silenziosa le piacque. Le disse che assomigliava a suo padre ben più dei suoi fratelli, che aveva lo sguardo dritto e poi la spedì fuori dalla stanza per discutere del suo destino con la madre. Quale che fosse la loro decisione, non poté essere attuata, perché Livia morì poco dopo, nel 29.

Nello stesso anno, Tiberio diede la ragazza in sposa a Gneo Domizio Enobarbo, che non solo aveva trent’anni più di lei, allora quattordicenne, ma che era stato prima spia di Seiano, poi di Tiberio contro Seiano. Uomo crudele e vile, Gneo Domizio Enobarbo sarebbe diventato console nel 38. Il suo curriculum però, più che di onori e titoli, è ricco di stupidi e feroci delitti, oltre che di frodi pubbliche. Agrippina non l’amò mai, ma lo subì, pur trattenendo a stento la rabbia. Lo accusò di viltà e servilismo, mentre lui la accusava di immoralità. Il matrimonio venne celebrato in Campania, nella villa di Livia, sotto gli occhi di Tiberio, ma lontano dalla madre e dai fratelli. La sposa non era bella: aveva il naso lungo, la fronte stretta, le mascelle sporgenti e il mento troppo grande, le labbra sottili, con quello superiore sporgente sull’altro. In compenso era molto alta: più di un altro, futuro marito, l’imperatore Claudio, e del figlio Nerone.

Nel 29, una rivolta popolare a favore della moglie e del figlio di Germanico dette a Seiano, che forse l’aveva sobillata, il pretesto per mandare Agrippina maior al confino a Ventotene. Agrippina minor corse dalla nonna Antonia, cognata di Tiberio, per tentare di fermare la condanna. Inutilmente. Allora cercò di raggiungere la madre a Ercolano: non arrivò in tempo. Tornata a Roma, seppe che anche il fratello Druso, che pure si era schierato contro la madre, era stato arrestato. Agrippina maior sarebbe morta di inedia il 18 ottobre 33 d.C.: per i figli maschi, tranne Caligola, un destino analogo. Per Giulia Agrippina fu uno choc terribile. In memoria del fratello diede il nomignolo di Nerone all’unico figlio che ebbe da Gneo Domizio Enobarbo, il 13 o 14 dicembre del 37. Non lasciò, però, trasparire nulla. E cominciò a intessere la sua fitta rete di relazioni strategiche.

Quando a Tiberio successe Caligola, per Giulia Agrippina, almeno in apparenza, tornarono tempi di gloria. Caligola si rivelò però una scheggia impazzita. Nel frattempo, secondo Tacito e Svetonio, Agrippina si diede a una scatenata vita sessuale: tra i partner ci sarebbero stati anche il fratello Caligola e Marco Emilio Lepido, marito di sua sorella Drusilla, oltre che amante dello stesso Caligola. Gli storici moderni ne dubitano: non per gli intrecci incestuosi, piuttosto diffusi all’epoca, ma per il carattere di Agrippina, in genere fredda, politica e calcolatrice. Anche la storia con Marco Emilio Lepido, poi fatto uccidere da Caligola, fu più un’alleanza strategica che una passione.

Nell’autunno del 39 Caligola, dopo una fallimentare spedizione militare in Germania, alla quale aveva preteso che partecipassero anche le sorelle, condannò Agrippina minore e Giulia Livilla al confino, per tradimento. Il 24 gennaio 41, Caligola fu ucciso. Il cinquantenne, fragile e balbuziente zio Claudio, fratello di Germanico, fu proclamato imperatore.

Per Giulia Agrippina, che Claudio fece rientrare dall’esilio, si aprì una nuova stagione. Nel frattempo, nel gennaio del 40, era morto il marito. Agrippina scelse di vivere sul Palatino. Recuperò il cadavere del fratello Caligola, abbandonato nei campi, e lo seppellì in un luogo che non è mai più stato scoperto, forse nel mausoleo di Augusto. Poi riprese con sé il figlio, Lucio Domizio Enorbarbo, che allora aveva tre anni.

Infine si mise a cercare marito e forse posò gli occhi su Servio Sulpicio Galba, generale e governatore. Ma il progetto matrimoniale, se mai esistette, dovette abortire o incontrare il rifiuto dell’interessato visto che Agrippina lo prese così in odio che anni dopo, dal 49, lo costrinse all’isolamento. Un errore: nel 68, alla morte di Nerone, Galba sarebbe diventato imperatore. Agrippina aveva fiuto per i futuri uomini di potere: sotto Caligola era stata accusata di adulterio con Gaio Ofonio Tigellino che, nel 62, sarebbe diventato prefetto del pretorio e con il tempo si sarebbe rivelato il più feroce funzionario di Nerone.

Nel febbraio o nel marzo 41 l’imperatore chiese a Gaio Sallustio Crispo Passieno, allora marito di Domizia Lepida maior, sorella di Gneo Domizio Enobarbo, di divorziare dalla moglie e sposare Giulia Agrippina. Gaio, uomo ricchissimo, acconsentì. Domizia giurò vendetta. Nel 54 d.C., Agrippina scatenò una battaglia contro la sorella della donna, Domizia Lepida minor, madre della celebre Valeria Messalina, terza moglie di Claudio. Secondo Agrippina, Domizia minor esercitava un ascendente pericoloso su Nerone. Per questo, accusandola di incantesimi e di aver turbato la pace in Italia, riuscì a farla condannare a morte. Domizia Lepida maior si sarebbe vendicata un anno dopo accusando Agrippina di tradimento verso l’imperatore.

Nel 47, secondo le testimonianze antiche, Agrippina fece avvelenare il nuovo marito. Si ritrovò non solo vedova, ma ricchissima: il marito l’aveva nominata unica erede. Nel 48, Messalina fu condannata a morte con l’accusa di aver attentato alla vita dell’imperatore. Claudio ordinò ai pretoriani che lo uccidessero, in futuro, se mai gli fosse venuto in mente di riprendere moglie. Cambiò subito idea: un liberto potente, Pallante, gli propose la trentatreenne Giulia Agrippina. Contro di lei, due altre candidate: Elia Petina, che Claudio aveva già sposato e ripudiato nel 38; e Lollia Paolina, ex moglie di Caligola. Agrippina ebbe la meglio: il suo comportamento quasi austero rispetto a quello di Messalina, le aveva, negli anni, conquistato il favore del popolo e quello del Senato. Era incesto, ma non era una novità per Roma: zio e nipote parteciparono ai riti e ai sacrifici purificatori e il Senato concesse il matrimonio, che si celebrò il giorno di Capodanno del 49, che per i romani cadeva il 1° marzo. Agrippina si comportò da vera imperatrice: per prima cosa riorganizzò le finanze dello Stato, dissestate da Messalina, e impose nuovi costumi a corte, limitando anche le spese e gli eccessi dei liberti.
Poiché però sapeva di non poter aspirare direttamente al trono, il suo obiettivo fu porvi Nerone. Alla nascita del bambino un astrologo caldeo le aveva predetto che l’avrebbe uccisa. Agrippina, racconta Tacito, aveva risposto: “Che mi uccida pure, purché regni!”

Per prima cosa organizzò il fidanzamento del figlio, undicenne, con la figlia di Claudio, Ottavia, che aveva nove anni ed era già promessa a Lucio Silano. Poi fece condannare a morte Sosibio, il precettore di Britannico, figlio ed erede di Claudio. Quindi affidò Britannico ai suoi fedeli e lo chiuse in una gabbia dorata. Seguirono altre eliminazioni di possibili avversari. Nello stesso tempo lavorò per se stessa. Si presentava in Campidoglio su un cocchio, privilegio un tempo dei sacerdoti. Volle una guardia personale di germani, comandati dal fedele Sestio Afranio Burro: la loro sfilata lungo la Via Sacra divenne uno spettacolo perfino per i romani. Si fece dare il titolo di Augusta, il massimo a cui una donna potesse aspirare. Il 25 febbraio 50 ottenne l’adozione di Nerone da parte dell’imperatore Claudio. Per farne un degno erede al trono Agrippina aveva richiamato dall’esilio, come suo precettore, Lucio Anneo Seneca, il più brillante intellettuale dell’epoca. Anche la proclamazione, nel 50, della Colonia Agrippina non ebbe nulla di sentimentale: la città avrebbe accolto i veterani di Germanico, ovvero sarebbe stata una riserva di soldati fedeli.

Benché Agrippina si stesse accorgendo di aver generato un infido Enobarbo, il progetto di portarlo sul trono non si arrestò. Il figlio, in apparenza, l’adorava, tanto che, il primo giorno del proprio impero scelse come parola d’ordine “Ottima madre”. Svetonio dice anche che sognò di giacere con lei ma fu dissuaso dai nemici di lei che temevano il potere di una donna “fiera e tirannica”. Di certo Nerone la temette fino alla fine.

Intanto, in Germania, i soldati presero a innalzare statue di Agrippina. E Claudio si spaventò. Le concesse però un ennesimo onore: l’omaggio dei sacerdoti sul Campidoglio. L’entusiasmo della folla fu tale che, nonostante l’ottima organizzazione, alla cerimonia ci furono morti e feriti. Il popolo scandiva la parola “Augusta” come se, per la prima volta, sognasse un’imperatrice, sola, al comando. Claudio ne rimase sconvolto.

Nel 51 l’Augusta fece nominare al comando delle coorti pretorie il fedele Afranio Burro. Intanto bandì giochi in proprio onore in tutto l’impero e scrisse con regolarità ai sovrani sottomessi a Roma; prese poi sempre più parte alle decisioni politiche a fianco di Claudio, in un periodo denso di problemi, soprattutto in Giudea. L’imperatore doveva accettare: durante un’improvvisa rivolta popolare a Roma era stato l’arrivo di Agrippina a salvarlo dall’ira della folla. A Nerone riservò cariche e onori crescenti.

Nel 53 Agrippina riuscì a far sposare Nerone e Ottavia. Ma il 54 si aprì tra sinistri presagi. Il 12 ottobre l’imperatore morì. Quasi tutti pensarono che ad avvelenarlo, con i funghi e poi ordinando al medico Senofonte di dargli una sostanza fatale anziché un antidoto, fosse stata Agrippina. Nerone fu proclamato imperatore già il 13 ottobre dai pretoriani di Afranio Burro. E per quanto, almeno all’inizio, sembrasse sopportare il potere della madre, la sua condotta si rivelò subito feroce e immorale. La caduta di Pallante, ministro delle finanze e fedele di Agrippina, fu il primo segnale del cambiamento: Seneca, che ne prese il posto, non fu estraneo al complotto. Agrippina minacciò allora Nerone di farlo sostituire con Britannico: in qualche modo firmò così la condanna a morte del ragazzo, al quale si era negli ultimi tempi riavvicinata.

Subito dopo fu accusata di complotto, in particolare di voler sposare e portare sul trono Rubellio Plauto, pari a Nerone, in linea paterna, nella discendenza da Ottaviano Augusto. Agrippina si difese e si salvò.

Il ripudio di Ottavia da parte di Nerone e il matrimonio con Poppea Sabina, nel 58, fecero precipitare la situazione. Poppea era stata moglie di Rufrio Crispino, un capo della guardia pretoriana fatto condannare a morte da Agrippina. Poppea sognava di vendicarsi. Ci riuscì, anche perché Nerone era sempre più stanco, come racconta Svetonio, della madre, che non smetteva di rimproverarlo per il suo comportamento. Le tolse allora tutti gli onori e i privilegi e la privò della scorta dei germani. Finì non solo con l’allontanarla dalla corte ma anche con il pagare calunniatori di professione perché le intentassero processi. Agrippina non si lasciò spaventare: rispose alle minacce con altre minacce. Per questo Nerone, spalleggiato da Seneca e Burro, decise di ucciderla. Tentò tre volte di avvelenarla, ma lei si era premunita con gli antidoti. Quindi progettò un finto naufragio e la invitò, con una lettera affettuosissima, a Baia, perché andasse a festeggiare con lui le Quinquatrie, cerimonia in onore di Minerva. Era il 20 marzo 59.

Agrippina si salvò dalla caduta in mare provocata dai marinai che la riconducevano a casa, mettendosi a nuotare. Al suo posto fu uccisa l’ancella Acerronia che, nella speranza di essere ripresa a bordo, aveva gridato di essere l’imperatrice. Quando il liberto della madre, Lucio Agermo, ignaro dell’inganno, corse da Nerone per annunciargli che Agrippina si era salvata, l’imperatore gettò ai suoi piedi un coltello, lo accusò di aver tentato di ucciderlo, proclamò che la mandante era l’Augusta e ordinò che la si mettesse subito a morte. Se ne incaricò Aniceto, già precettore di Nerone fanciullo. Circondò la villa sul lago di Lucrino dove Agrippina si era rifugiata e fece irruzione. Un sicario la colpì alla testa e lei, benché ferita, ad Aniceto che si avvicinava per finirla riuscì a dire: “Ventrem feri!”: colpisci il ventre che ha generato Nerone.

L’imperatore volle andare a vedere di persona il cadavere martoriato della madre e ne lodò la bellezza. Scrive Tacito che venne cremata la notte stessa su un triclinio da banchetto e con esequie modestissime e, finché Nerone fu al potere, non ebbe nemmeno una pietra sepolcrale.

Valeria Palumbo

Caporedattore centrale de «L’Europeo», collabora con vari giornali e siti Internet, tiene lezioni universitarie, organizza reading teatrali, partecipa a festival storici e letterari. Membro della Società italiana delle storiche e della Società italiana delle Letterate. Ultimi libri: per Odradek Le figlie di Lilith (2008), Dalla chioma di Athena (2010); per Fermento L’ora delle Ragazze Alfa (2009), La divina suocera (2010). In ebook per l'Enciclopedia delle donne: Le donne di Alessandro Magno (2013) e Veronica Franco (2014).

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