Albina e Giuseppina Coroneo

Cagliari, 1898; 1896 - 1994; 1978
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Due artiste sarde assai appartate, che amavano firmarsi semplicemente come “Sorelle Coroneo”. La loro produzione può distinguersi in due periodi: nel primo, conclusosi con la Seconda Guerra Mondiale, Albina e Giuseppina si occupavano di illustrazione o fabbricavano piccoli quadri in panno, con figure stilizzate, molto vicine a un gusto liberty; nel secondo Albina e Giuseppina diedero forma a personaggi quasi espressionistici ottenuti con materiali poveri e di recupero.
Pur avendo conseguito il diploma – Giuseppina all’Istituto Tecnico e Albina alle Scuole Magistrali – le Coroneo non ebbero una vera e propria formazione artistica. Esse esercitarono la prima manualità attraverso il padre, che nel negozietto di merceria e antiquariato praticava anche la riparazione delle bambole. La loro cultura visiva, invece, deve molto alla circolazione delle riviste illustrate per signora e per bambini, che al tempo pubblicavano anche racconti e disegni delle lettrici. Le due sorelle iniziarono a farsi conoscere proprio attraverso i numerosi contributi, caratterizzati da un taglio prevalentemente decorativo, inviati a queste riviste.
Ma il lavoro delle Coroneo acquistò vera risonanza per la prima volta negli anni Quaranta, quando parteciparono alla Triennale di Milano esponendo oltre alle illustrazioni i loro manufatti. La loro opera si inquadrava nella più generale riabilitazione dell’arte popolare, che in Sardegna aveva una fucina d’avanguardia comprendente non solo uomini (Eugenio Tavolara, Tarquinio Sini, Giuseppe Biasi, Melkiorre Melis) ma anche numerose donne come Olimpia Melis o Edina Altara con le sorelle Iride e Lavinia. Numerosi commentatori si soffermarono sul lavoro delle Coroneo; soprattutto Gio Ponti manifestò grande stima nei loro confronti, tanto che negli anni a seguire le avrebbe ricordate a più riprese. Tuttavia le due sorelle mantennero una vita schiva: la loro produzione continuò nel retrobottega del negozio antiquario che esse gestivano da sempre, nel centro storico di Cagliari, interrompendosi solo alla morte della più anziana.

“Artefici d’ago e di carte colorate”, rispondevano Albina e Giuseppina a chi le definiva artiste. Prendendo le distanze dal tipo dell’artista istrionico, sedotto dalle mire del successo e concentrato su se stesso più che sul proprio lavoro, la definizione di artefice spostava l’accento sull’oggetto del lavoro, sulla materia e sugli strumenti usati.

Per le Sorelle Coroneo le loro creazioni, che qualcuno inadeguatamente definisce come bambole e pupazzi, erano veramente il centro di tutto. Al primo periodo appartengono i figurini di moda in stile Deco disegnati da Albina, ma soprattutto i collage in panno e passamaneria, che rappresentano brevi paesaggi o profili di bambine e ragazzi in vesti ispirate al costume sardo tradizionale. Le due sorelle ritagliavano e cucivano delle figure essenziali, poi le profilavano con bordure e nastri colorati completandole con tocchi eleganti di pennello e china. Ne emergeva un piccolo quadro lirico e stilizzato ma sempre connesso con la concretezza del quotidiano, come accadeva già nella consolidata espressione folklorica della Sardegna. Per quanto chiusa ed economicamente depressa, l’isola ha mantenuto forme culturali di particolare ricchezza; fra queste, per esempio, si sono conservate fogge assai elaborate del vestiario tradizionale, sia quello destinato alle feste che quello popolarmente in uso per tutti i giorni. L’eleganza ieratica di tale abbigliamento – rappresentata soprattutto in occasione delle nozze, ma non solo – eleva in forme superiori una quotidianità faticosa e spesso disarmonica; allo stesso modo Albina e Giuseppina riuscirono a isolare, da una realtà arcaica e difficile, brevissimi momenti di bellezza in quadri stilizzati, rifiniti con estrema cura.
Nel primo periodo le Coroneo resero in modo ideale la propria visione della realtà: le disarmonie dell’esperienza concreta acquistavano equilibrio attraverso l’esecuzione rigorosa dei manufatti e la scelta elegante ed essenziale delle linee.

Come accade spesso in età giovanile, all’epoca le due sorelle consideravano stretto, piccolo e mediocre il proprio ambiente di provenienza – caratterizzato da isolamento e modeste opportunità di emergere – e aspiravano alla fuga da ciò che loro stesse chiamavano le cose brutte. In occasione della Triennale di Milano si aprirono al mondo altro, considerato la culla delle cose belle, mantenendo comunque il distacco dalla mondanità e lavorando sodo per consentire l’incarnazione delle proprie intuizioni. Di volta in volta questa visione si sintetizza in astri e colombe, voli di rondini, un fiore, un soffio di vento; una brocca o un cesto di frutta hanno la stessa eleganza della raffigurazione di due sposi o di un suonatore di flauto, perché la vita è fatta di sentimenti e di gioco ma anche di corpo e materia.

Con la guerra il desiderio di scappare si attenuò, costringendo a fare i conti con il “qui ed ora”. Albina e Giuseppina reimpararono, attraverso la comune esperienza delle sventure umane, l’amore per le “cose brutte”. Nella loro produzione il desiderio di eleganza lasciò spazio all’abbraccio che accoglie debolezze, paure e miserie. Il gioco non scomparve ma si svelò come strumento di stordimento per gli adulti o splendida emozione per i bambini che ancora non sanno del mondo vero: della guerra, della malattia, della fame, della vecchiaia. Si affacciò l’ironia, affettuosa e tragica.

A partire dall’esperienza dei bombardamenti, che rasero al suolo buona parte della città di Cagliari, le Coroneo abbandonarono i raffinati soggetti del periodo precedente, privilegiando lavori più ruvidi, prevalentemente opera di Giuseppina: si tratta di figure alte intorno ai venti centimetri, fatte di legno e fil di ferro, paglia e stracci; con tali figure le due sorelle ricostruivano scene di strada dal contenuto spesso grottesco, popolate di ubriachi, signore tronfie, ragazzetti, prostitute, malati o vecchi abbandonati.
Questi lavori non erano acquistabili da chiunque: le due autrici se ne separavano a malincuore, solo dopo essersi convinte che il richiedente fosse capace di rispetto, sensibilità, umanità. In diverse occasioni le opere cambiavano proprietario solo attraverso la forma del regalo, seguendo un rituale di cortesia che risale alle artiste dei secoli passati (v. Rosalba Carriera, Sofonisba Anguissola, Elizabeth Vigée Lebrun).

Ogni creazione (a volte prodotta in diverse versioni, ciascuna unica nel suo genere) ha un nome o una frase che la descrive: Lo spazzino rappresenta il riposo di colui che nel dopoguerra svolgeva una mansione tra le più umili e sporche; Il carnevale del povero diavolo riproduce la maschera popolare cagliaritana del Diavolo, ottenuta con ingegnose ripiegature di una qualsiasi stoffa rossa; Proviamo così propone una figura che ha una zucca sul collo e tiene la propria testa sottobraccio. La maggior parte delle scene allude alla fatica di vivere: Aspettando la fine presenta la figura di una vecchia accasciata sulla sedia; Il Cireneo raffigura un uomo che trasporta a fatica un tronco; Venti contrari rappresenta una vecchina protesa in diagonale nel tentativo di vincere la forza di una bufera di vento.

Le figure, in gruppo o isolate, non si limitano a descrivere bozzetti di vita quotidiana ma rappresentano concetti o stati d’animo. Le forme sono ottenute con la lavorazione grossolana della cartapesta o con paglia, stoppa, ramoscelli, fil di ferro. Le vesti sono ricavate da ritagli e materiali di recupero che imitano cinture, scialli, borse, scarpe. Ma tutto, anche quando si tratta di descrivere i ceti sociali più pretenziosi, fornisce un’impressione di ruvidità e degrado. Solo a un secondo sguardo si rivela la manifattura meticolosa ed esperta, dato che il primo colpo d’occhio rimanda soprattutto l’emozione: pietà, ironia, sgomento, sconforto sono sentimenti dominanti sulla forma, che pure è costruita in modo meditato e razionale.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Marco Peri, Coroneo. L’opera di due sorelle artiste artigiane (presentazione di Vittorio Sgarbi). Nuoro 2009, ILISSO edizioni

L’arte delle donne - Catalogo della mostra di Palazzo Reale a Milano (2007-08). Milano 2007, Federico Motta Editore

Roberta Vanali, La mostra delle sorelle Coroneo, Cagliari, Palazzo Regio (recensione su Exibart del 14/12/2009)

Sito a loro dedicato

Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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