Alessandrina Massini Ravizza

Gatčina 1846 - Milano 1915
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Il geniale traduttore di Georges Brassens nella nobile lingua ambrosiana (Svampa), in una delle sue canzoni strampalate che comincia «Ohej mì sont partii a fa el gir del mond/Ma per vedè se l’era rotond…» ha poi una quartina che canta così: «Ohi la bissa la bissa la bissa/l’è la regina del Parco Ravissa/la gh’ha trent’ann ne mostra desdòtt/l’è la regina de tucc i casòtt». Se a Milano tutti conoscono il Parco Ravizza e quasi tutti sanno dov’è, quanti sono a sapere a chi è dedicato? Uno scrittore che Milano la diceva “odiosamata”, Carlo Emilio Gadda, ci fa conoscere la futura titolare del parco: «Diresse la Casa del Lavoro una donna, Alessandrina Ravizza, che alla causa della Disperazione dedicò tutte le sublimi forze dello spirito suo: e ci lasciò due libri di memorie accorate: I miei ladruncoli e Sette anni di vita alla Casa del Lavoro, come il documento d’un’opera, o, meglio, di tutta un’anima.» (La Meccanica, 1929).
Alessandra (chiamata col vezzeggiativo Saša, da cui Alessandrina) era nata Massini, nel 1846, in Russia, dove il padre, milanese di origine, si era rifugiato durante le guerre napoleoniche; sua madre era tedesca. Cresciuta in ambiente cosmopolita arrivò a conoscere otto lingue. Nell’ambiente borghese la mobilità internazionale era del tutto naturale e molto elevata: nel 1861 era vissuta in Belgio, poi a Locarno, infine nel 1863 si stabilì a Milano con una sorella che intendeva studiarvi canto. A vent’anni sposò Giuseppe Ravizza. Mentre la sua casa divenne presto un frequentato salotto borghese, divenne ben presto una figura di riferimento del mondo dell’assistenza, (soprattutto verso le donne) e dell’emancipazione femminile. Si adoperò con Laura Solera Mantegazza in opere assistenziali. Promosse l’Università popolare e la scuola professionale femminile. Nel 1868, quando cominciò la sua militanza attiva, le donne impegnate nel miglioramento delle proprie condizioni di vita e in una ricerca di libertà evitavano di definirsi femministe: si definivano emancipazioniste, con riferimento alla battaglia per l’emancipazione dalla schiavitù, allora al centro del dibattito internazionale per quanto accadeva in Russia e negli Stati Uniti. A processo risorgimentale concluso, dopo un’impegnativa, generosa e ampia presenza sulla scena pubblica, le italiane erano tornate alle abituali mansioni familiari. Uscire di casa da sole, per le borghesi, era ridiventato sconveniente e neppure frequentare un’associazione umanitaria era sempre ben visto. Tuttavia fu grazie alla filantropia, raccogliendo fondi e organizzando fiere di beneficenza, che molte donne poterono sviluppare quella capacità di amministrare e maneggiare denaro che le madri avevano praticato durante le battaglie per l’Unità nazionale: la filantropia si trasformava in lavoro sociale. Alessandrina sostenne decine di iniziative riformiste e vari istituti pionieristici nel campo dell’assistenza – dalla Scuola professionale femminile, a fianco di Laura Solera Mantegazza, nel 1870, dalla scuola laboratorio per adulti e bambini sifilitici al Protettorato per adolescenti. Nel 1879 promuove la cucina per i poveri ammalati, il magazzino cooperativo benefico e l’ambulatorio medico gratuito che offre anche un’ assistenza ginecologica alle donne più povere. Aderisce alla Lega femminile milanese e poi alla Società pro suffragio che si batte per il voto alle donne. Alla fine dell’Ottocento Milano, la metropoli più “europea” d’Italia, è una città che mescola ricchezze e povertà, lussi ed emarginazione, imprenditoria e disoccupazione. La Milano di allora era molto più vitale, certamente più governata di oggi (è da allora che si cominciò ad usare la espressione “capitale morale”) e vi succedevano molte cose: se nel 1898 il generale Bava Beccaris puntava i cannoni dal castello sforzesco sulla folla che protestava per la povertà, da qualche anno (nel 1893) era nata la Società Umanitaria, una delle più importanti istituzioni di Milano. «Ente morale, nata grazie al lascito testamentario di Prospero Moisè Loria, mecenate di origine mantovana, che dava all’aggettivo “umanitaria” non il senso di semplice assistenza e beneficenza, ma l’assistenza mediante lo studio, l’istruzione, il lavoro.» Un progetto complessivo di formazione ed emancipazione sociale. In preteso “stato di emergenza”, oltre alle cannonate, il generale Bava Beccaris decreta lo scioglimento di una associazione «notoriamente affiliata ai partiti estremi con serio pericolo che ne volgano i mezzi di fine settario per la propaganda di idee sovversive». Sulla scia di Laura Solera Mantegazza, Alessandrina Ravizza è sempre attiva. Con Ersilia Majno è tra le organizzatrici dell’Unione Femminile Nazionale. Nel 1901 è tra i promotori dell’ Università popolare e dirige il primo ufficio di collocamento, assunta in qualità di direttrice dell’erigenda Casa di lavoro per disoccupati della società Umanitaria, con mano libera per la sua organizzazione interna. Era un incarico remunerato modestamente, ma comunque un successo anche politico, considerando le battaglie del passato per il riconoscimento delle competenze acquisite e il diritto ad una giusta paga. Gli anni seguenti, dal 1906 al 1914 furono densi di cambiamenti per Alessandrina Ravizza che si confrontò con il disagio per l’avvento un’epoca dominata dal denaro, dall’antagonismo sociale, dalla fine della solidarietà umana. Furono anni, quelli dal 1908 in poi, sempre più faticosi, nell’impresa disperata di mantenere aperta la sua creatura, la Casa di lavoro, uno degli ultimi rifugi per i “viandanti della disperazione”. Nell’avvento di quella “modernità” vide soprattutto la fine del suo mondo e dei suoi ideali: l’armonia tra le nazioni, la giustizia sociale, il rinnovamento delle coscienze, la solidarietà e il rispetto tra gli individui. Continuò a lavorare e a lottare, ma spesso con un senso di disincanto e di tristezza. Divenne una “lavoratrice disperata”. Il suo acceso umanitarismo e le sue battaglie per costruire una convivenza civile democratica, pluralista ed egualitaria, le guadagnarono un’autorevolezza che rimase inalterata fino alla morte, nel gennaio 1915.
Aveva conosciuto e frequentato, tra molte altre persone come Maria Montessori, Anna Rozenstein (poi conosciuta come Kuliscioff, anche lei oriunda dell’impero russo, medico, attivista politica socialista), Rina Faccio (conosciuta come Sibilla Aleramo), anche la poetessa Ada Negri. Fu proprio Ada Negri che, al Teatro del Popolo della Società Umanitaria, tenne il 21 marzo 1915 una commemorazione di Alessandrina Ravizza.
La commemorazione è appassionata e oggi suona molto retorica (come si usa dire maltrattando la nobile arte dell’argomentazione), ma, pochi anni dopo guerre coloniali demenziali nelle quali “la grande proletaria” si era avventurata e alla vigilia di un conflitto internazionale tragico, se ne può intendere lo spirito. Vediamone giusto un passaggio: «L’umanità le fu croce da portar sulle spalle: la portò cantando, con la splendente serenità delle vocazioni altruistiche. E non fece il processo alla vita. Amò la vita: la predilesse, la difese, l’incoraggiò in ogni singola manifestazione di carattere, di arte, di amore, di volontà. Il processo, e senza quartiere, essa lo fece alle imposture sociali, alle convenzioni ipocrite, ai tortuosi egoismi, alle spiritiche debolezze che la deformano, e imbavagliano e garrottano l’essere umano, avvelenandogli la gioia di esistere. Condannò senza appello la simulazione della vera vita: così grottesca e miserabile, quando pur non sia criminale. Nulla d’impossibile: era il suo motto.»

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Carlo Emilio Gadda, La Meccanica, Milano, Garzanti

Ada Negri, Alessandrina Ravizza e la Casa di Lavoro, commemorazione tenuta all’Umanitaria il 21 marzo 1915

Emma Scaramuzza, Alessandrina Ravizza e Sibilla Aleramo Amicizia, politica e scrittura, Archivi Riuniti delle Donne – Ticino Casa Maderni - Via Cantonale – 6818 Melano

Il sito ufficiale della Società Umanitaria

Marco Todeschini

Marco Todeschini ama i soprannomi, che attribuisce e riceve. Tra quelli ricevuti apprezza “caminante”, che gli hanno dato a Montevideo, “andarilho” avuto a Porto Alegre e “vagamundo”, che si è dato da sé. Per osservare l'educazione in modo comparativo, gira il mondo; finché possibile, a piedi.
Fino al 2008 è stato docente di storia della pedagogia all'Università degli studi di Milano.

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