Alice Lok

Ungheria 1929/1928 - Oregon 2017
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In origine il popolo ebraico si esprimeva tramite testi piuttosto che per immagini, ma nell’ultimo mezzo secolo l’immagine è emersa come strumento indispensabile per dire la Shoah. Il documentario “The Last Days”, realizzato da Steven Spielberg del 1998, racconta di alcuni prigionieri sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Tra le altre storie compare anche quella di Alice Lok, artista ungherese che fu internata ancora adolescente prima ad Auschwitz, poi a Guben, quindi (come punizione per aver tentato la fuga) a Bergen-Belsen; si salvò dalla camera a gas grazie ad un provvidenziale guasto dell’impianto. Nel dopoguerra, dopo alcuni spostamenti in altri Paesi, Alice si è stabilita negli Stati Uniti, unendo al suo cognome quello del marito Rabbi Moshe Cahana. La pittrice ha pubblicato anche un libro di memorie intitolato “Finestre vuote” ed è vissuta negli USA fino alla scomparsa, avvenuta nel 2017.

 

In età scolare, anche se condizionata dalle restrizioni antisemite, Alice aveva praticato il disegno; dopo la liberazione e il trasferimento in Texas, la ragazza concluse gli studi d’arte all’Università di Houston e alla Rice University, orientate in modo particolare verso la pittura astratta; Alice si immerse con entusiasmo in questo clima, esprimendo il proprio gusto per i colori vivaci e traendo ispirazione da artisti come Morris Louis, Helen Frankenthaler e Kenneth Noland.

 

Fu un breve ritorno in Ungheria, nel 1978, a provocare in lei un cambiamento radicale. Alice scoprì che il Paese, nella fretta di ricostruire, aveva preferito mettere una pietra sopra il passato; a Sárvár, dove lei era nata, non era rimasta traccia della comunità ebraica sterminata dai nazisti, nessuno ricordava le persone che pure avevano avuto un ruolo culturale ed economico consistente nella città ungherese. 

Alice decise che quelle storie non potevano essere cancellate, e cercò di recuperarne quanto poteva con il proprio lavoro. Per onorare questo impegno l’artista comprese che occorreva anche un radicale cambio di linguaggio: pur restando fedele alla forza dell’astrattismo, che le permetteva di esprimere emozioni altrimenti indicibili, accantonò la levigatezza delle forme piatte e le campiture vibranti di colore acceso, che avevano caratterizzato il suo esordio artistico americano; ma soprattutto cercò la concretezza delle cose reali e si affidò alla tecnica del collage. Iniziò ad usare vecchie fotografie, stracci recuperati dalla prigionia e frammenti di stelle di David, ritagli di giornale e di documenti; compose questi oggetti in maniera ruvida e sporca, segnandoli con solchi irregolari. Questo modo di lavorare ricorda in parte le illustrazioni di Robert Rauschenberg per l’Inferno dantesco, ma mentre lui si serviva solo di foto prese dai quotidiani, Alice usava anche materia reale e vissuta.

 

Nelle opere di Cahana i brandelli di immagini, logori e in parte bruciati, erano spesso attraversati da serie di cifre e scritte incomprensibili, comunque cariche di significato: i numeri si riferivano a quelli tatuati sulle braccia dei prigionieri ma anche allo scorrere dei giorni interminabili del calendario, le scritte riportavano le parole che risuonavano di continuo nel campo: quelle gridate e piante, quelle cantilenate in preghiera. Lettere e numeri, inoltre, riflettevano concetti ricavati dalla mistica israelita: questa li considera come un tramite fra Dio e l’umanità, che con tali mezzi può tentare di comprendere l’universo. Sulle superfici così assemblate, nelle quali le macchie tentavano di rendere perfino l’impressione olfattiva del campo di concentramento, l’artista colava grumi di colore scuro e terroso, spesso mescolati a rivoli rosso sangue. 

 

Alice Lok non abbandonò mai più questo taglio espressivo. Convinta del fatto che l’arte comunque non può riuscire a descrivere pienamente l’Olocausto, e di come sia impossibile dare voce contemporaneamente a milioni di vittime, la pittrice si poneva soprattutto un obiettivo: tributare con le immagini un vero e proprio Kaddish funebre per i dimenticati. Il lavoro più noto di quest’artista si intitola appunto “Senza nome”: si tratta di un quadro fitto di parole incise nel colore e centrato sui binari da cui arrivavano nel campo di concentramento i carichi umani destinati allo sterminio. La composizione risale al 1991 ed è esposta stabilmente nei Musei Vaticani. Inoltre Alice realizzò diverse opere in onore di Raoul Wallenberg, un diplomatico svedese che durante l’invasione hitleriana aveva falsificato decine di migliaia di lasciapassare, permettendo la fuga di altrettanti ebrei compreso il padre della pittrice. Nell’opera “Raoul Wallenberg—Schutz Pass” il nome di lui è scritto con lettere ascendenti, che esprimono il senso spirituale della sua coraggiosa azione e contrastano con la disposizione orizzontale delle restanti immagini, che rappresentano l’inerzia di tanti altri. Di Wallenberg si era persa traccia alla fine della guerra ma oggi, grazie alle ricostruzioni favorite anche dal lavoro di Lok Cahana, egli è inserito tra i Giusti d’Israele.

 

Nel suo reagire al rimosso storico, Alice Lok ripropone alcuni tratti ricorrenti nell’arte di mano femminile: in lei ritroviamo innanzitutto lo spostamento di prospettiva che inquadra la storia da dentro e rende protagonisti elementi solitamente marginali. Infatti a diverse latitudini e con mezzi insoliti (arazzi e ricami, per esempio) esistono artiste che tramandano vicende della loro comunità che altrimenti rischiano di rimanere nell’oscurità. Operando come le arpilleras di Violeta Parra, le molas panamensi, i quilt di Harriet Powers o l’arte Mithila indiana, le composizioni di Alice Lok danno voce a chi ne è stato privato. Inoltre queste sue opere mantengono alta la relazione fra corpo e spirito, giacché affidano a resti materiali e corporei la ricostruzione di storie concepite come una vera e propria preghiera corale.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Ori Z. Soltes: Immortality, Memory, Creativity, and Survival: The Arts of Alice Lok Cahana, Ronnie Cahana and Kitra Cahana. Editore Berghahn

Books, New York-Oxford, dicembre 2020. Completo di immagini.

Alice Lok Cahana: l’artista sopravvissuta all’olocausto che dipinge in memoria delle vittime

Alice Lok Cahana: l’arte al servizio della memoria

Alice Lok Cahana - Wikipedia

Alice Lok Cahana descrive l'arrivo a Bergen-Belsen

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Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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