Ana Carmona Ruíz

1908 - 1940
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All’entrata di calle Liberia a Malaga (Spagna) si trova un campo da calcio con un aspetto un po’ antiquato, quasi fosse rimasto fermo nel tempo. La struttura appartiene alla congregazione dei Salesiani che ha un suo collegio alcune centinaia di metri più avanti. È proprio qui che la malacitana Ana Carmona Ruíz tirò i suoi primi calci al pallone. Qui nacque la sua grande passione, che la fece diventare la prima donna a praticare il calcio in una squadra professionale in Spagna.

Ana, soprannominata Nita, nacque nel famoso e popolare quartiere di Capuchinos a Malaga il 16 maggio 1908. Era la più giovane di quattro fratelli, la madre si occupava della casa e della famiglia mentre il padre Andrés lavorava come stivatore nel porto di Malaga. Fu sulle ampie spianate del molo che Nita vide per la prima volta i marinai inglesi che giocavano a uno strano gioco chiamato football. Inspiegabilmente quello sport sconosciuto la attrasse al primo sguardo.

Nel 1922 su una spianata a pochi metri dalla casa di Anita fu costruito il collegio Salesiano con un campo di calcio. Nita cominciò a frequentare il campo con la scusa di aiutare sua nonna con alcuni compiti della lavanderia.
Tuttavia, negli anni ’20 del Ventesimo secolo, il suo interesse per questo sport difficilmente poteva tradursi in realtà; per una donna persino sudare era considerato inappropriato, e giocare a calcio era totalmente inconcepibile. Persino i medici, scienza alla mano, erano tutti d’accordo nel garantire che il gioco del calcio fosse nocivo per la salute femminile. Con l’arrivo della Seconda Repubblica Spagnola, nel 1931, lo sport femminile ottenne un impulso, la discriminazione sessuale nelle discipline fu cancellata e apparvero diverse associazioni sportive femminili. Sfortunatamente ben presto tutto cambiò, con la fine della Repubblica e l’arrivo di Francisco Franco, che nel 1939 instaurò quella dittatura che sarebbe durata fino al 1975.

Nonostante le evidenti difficoltà dettate dalla situazione sociale e storica in cui si trovava, Nita ebbe dalla sua parte Francisco Míguez Fernández, il parroco salesiano da sempre innamorato del calcio e fondatore dello Sporting di Malaga, che la aiutò a entrare in squadra, in qualche modo, e a coltivare la sua passione. All’inizio il parroco le diede il permesso di dare calci alla palla nella lavanderia prima delle partite e poi di mettere piede in campo per portare l’acqua ai giocatori.

Nita era anche incaricata di realizzare un altro compito strettamente femminile, lavare le divise della squadra, cosa che faceva grazie all’aiuto della sua più grande complice, sua nonna, che fu l’unica persona della sua famiglia con la quale Nita non doveva fingere e con cui poteva condividere successi e sconfitte.

Con gli anni Nita arrivò a giocare come un membro della squadra. “Un membro” in senso letterale, perché per non farsi riconoscere dovette fingersi un ragazzo, dovette tagliarsi i capelli e mascherare i seni con delle fasce. Per poter farsi ritrarre in quella che sarà l’unica sua foto con la divisa della squadra, dovette aspettare carnevale e “travestirsi da calciatore”. Iniziò a giocare, da infiltrata, sempre più stabilmente con lo Sporting Malaga, ma solo nei luoghi in cui era sconosciuta. Riscosse un enorme successo ma anche la ferma disapprovazione di chi conosceva la sua vera identità, non apprezzava le sue scelte e forse non poteva accettare che una donna giocasse anche meglio di alcuni uomini. Juan Jesús Hurtado Navarrete nel suo blog Velezdiario racconta che Nita “in alcuni incontri passò inosservata per la sua costituzione forte e agguerrita, in altri e man mano che diventava più donna, dovette ritirarsi dal terreno di gioco, per essere stata scoperta da coloro che ancora non la vedevano di buon occhio”. Ma le malelingue ebbero la meglio: Nita venne denunciata e arrestata per disturbo della quiete pubblica. In seguito all’arresto le rasarono i capelli, castigo comune per le donne che esibivano comportamenti contrari alla morale dell’epoca, e finì in carcere.

I suoi genitori, fino ad allora all’oscuro di quanto Nita stesse facendo, decisero di mandarla in un paese vicino, Vélez-Málaga, a vivere con alcuni parenti. Qui, per niente demoralizzata dai castighi ricevuti, entrò a far parte della squadra locale, il Vélez CF, dal 1927 al 1932. Approfittò del fatto che tutti i giocatori avessero un soprannome per passare inosservata facendosi chiamare “Veleta” (banderuola), nome che da un lato rappresentava un omaggio al paese e alla squadra che l’aveva accolta e dall’altro alludeva al suo cambiamento di identità.

Nel 1940 Anita Carmona si ammalò e morì a soli 32 anni, a causa di una variante del tifo. Per espresso desiderio della calciatrice, fu sepolta indossando la maglietta della squadra che aveva tanto amato, lo Sporting di Malaga, alla presenza di giocatori e colleghi che avevano condiviso con lei la sua “segreta” passione per il calcio.

Anita fu senza dubbio una pioniera e scrisse un pezzo importante di storia del calcio femminile in Spagna. Grazie al coraggio e alle battaglie di donne come lei il calcio femminile è diventato una realtà e molte giovani, oggi, possono praticarlo.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Eugenio Cabezas (18/02/2018). Nita Carmona, la malagueña que jugó al fútbol vestida de hombre. Diario Sur.

Disponibile in:
https://www.diariosur.es/malaga-capital/nita-carmona-malaguena-20180216200544-nt.html?ref=https%3A%2F%2Fwww.pikaramagazine.com%2F2019%2F02%2Ffutbolista-e-infiltrada-la-historia-de-la-malaguena-nita%2F

Feminismo Andaluz y Mar Gallego (27/02/2019). Futbolista e infiltrada: la historia de la malagueña Nita. Pikara Magazine.
Disponibile in: https://www.pikaramagazine.com/2019/02/futbolista-e-infiltrada-la-historia-de-la-malaguena-nita/

Juan Jesús Hurtado Navarrete (09/12/2017). Nita, la primera footballier. Velezdiario.
Disponibile in: http://velezedario.blogspot.com/2017/02/nita-la-primera-footballier.html

NOE Centro de Idiomas de la Fundación Universidad de Málaga

Il NOE (Nucleo Operativo dell'Enciclopedia) del Centro de Idiomas de la Fundación Universidad de Málaga è composto da studentesse e studenti del corso di italiano e coordinato da Simona Frabotta, docente di italiano come lingua straniera, impegnata in un dottorato di ricerca sulla cultura femminile nella didattica dell'italiano.

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