Antonietta Fagnani Arese

Milano 1778 - Genova 1847
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«Un amante nelle sue mani non era né più né meno di un cappone messo in sul piatto di un ghiotto».

Così ne scriveva Giuseppe Rovani nel suo libro Cent’anni, affresco della Milano a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.
«Aveva l’anima grande da vero conquistatore che non fa caso delle lacrime e miserie che cagiona, purché arrivi al suo fine. Si faceva giuoco degli uomini, perché li crede nati come galli per amare, ingelosirsi e azzuffarsi».
Così invece Giuseppe Pecchio ne La vita di Ugo Foscolo.
Antonietta Barbara Giulia Faustina Angiola Lucia Fagnani respira fin da piccola aria di libertinaggio, essendo figlia di due grandi maestri del genere, Giacomo Fagnani, Marchese di Gerenzano e Costanza Brusati dei Marchesi di Settala, entrambi eccentrici e spudorati. Il padre è esperto nel dilapidare al gioco i denari di famiglia, la madre una grande amante della moda, famosa per stupire sempre in tutto: celebri le sue capigliature alte fino a un metro sulla cui sommità troneggiavano frutta, fiori e uccelli.
Antonietta, ultimogenita della coppia nasce a Milano nel novembre del 1778. In Inghilterra era nata una sua sorella per parte di madre, Maria Emilia, riconosciuta da Giacomo, piuttosto nota nel bel mondo come Mie Mie, il cui stile di vita diventa un “modello” per William Thackeray nella scrittura della Fiera delle Vanità. Se l’educazione morale impartita ad Antonietta può lasciare a desiderare i moralisti non si può dire lo stesso di quella letteraria. Diviene infatti una donna molto colta e parla correntemente il francese, l’inglese e il tedesco.
Quando compie 7 anni il padre muore di sifilide, e da quel momento la madre deve occuparsi del patrimonio di famiglia, e si guarda intorno per “sistemare” la figlia. Per Antonietta viene scelto come sposo Marco Arese Lucini dei conti di Barlassina, un “favorito” di Napoleone Bonaparte. Convolano dunque a nozze nel 1798. I loro caratteri sono diametralmente opposti, lei brillante e mondana, lui posato e rigoroso.
Partono in luna di miele per un grand tour ma capiscono subito che la loro non sarebbe stata un’unione felice. Al ritorno l’Arese si dedica presto agli impegni politici viaggiando tra l’Italia e la Francia e Antonietta, che della politica non si è mai interessata, comincia a frequentare i salotti più in voga. È molto bella, colta, appassionata di teatro, letteratura, poesia, gode la stima di molti – fra cui Vincenzo Monti – e Stendhal la definisce “femme de génie”.
Nel 1801 Antonietta incontra in un palco del Teatro alla Scala Ugo Foscolo, considerato uno degli uomini più affascinanti dell’epoca. Lei conosce perfettamente il tedesco e il Foscolo le chiede di collaborare alla traduzione dei Dolori del giovane Werther di Goethe, che sarebbe servita per la prima stesura de Le ultime lettere di Iacopo Ortis. Comicia così la loro liaison dangereuse intensa, passionale e tumultuosa. Sono entrambi grandi seduttori e il Foscolo si ritrova per la prima volta a soccombere sotto il fascino di questa donna che non esitò a definire “un cuore fatto di cervello”. Le dedica l’ode All’amica risanata, dopo che Antonietta viene costretta a letto per una lunga malattia. Lei corrisponde a questo amore impetuoso ma intrecciando contemporaneamente altre storie, finché si fa scoprire in atteggiamenti inequivocabili con un nuovo amante: Foscolo, che dopo violente scenate di gelosia, pare l’abbia presa a scudisciate, viene definitivamente lasciato nel marzo del 1803.
Durante la loro storia si scambiano molte lettere, lui le scrive: «niuna donna può vantarsi di essere stata tanto amata da me. Ho amato, è vero, ma non sapevo di poter amare tanto» e ancora: «Preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste».
Di lettere scritte dal Foscolo ne sono state ritrovate 136, ma solo alla fine del 1800. Di quelle di Antonietta se ne è persa invece traccia. Bisogna sottolineare che questa circostanza – l’amore e l’ode di Foscolo -, che per lei rimarrà un episodio, nemmeno troppo importante ma probabilmente fatale per la sua salute, è la stretta via con cui Antonietta si guadagna la memoria storica: nessuno, forse, l’avrebbe altrimenti ricordata nonostante gli apprezzamenti dei suoi contemporanei. Dopo questa tumultuosa storia d’amore, dalla quale pare che avesse ereditato le malattie veneree che l’accompagneranno fino alla fine dei suoi giorni, Antonietta continua la sua vita mondana nell’alta società. «Ella era tanto bella e cara e seducente e nel periodo acuto del suo innamoramento faceva provare tali estasi a chi ne era il passeggero oggetto, che questi subiva tosto quella passione acuta che non soffre commensali alla medesima tavola» (Rovani, Cent’anni). Ma alla tavola di Antonietta di commensali ce ne sono parecchi… Senza che il matrimonio venga inficiato da questo. Dopo il soggiorno veneziano Antonietta frequenta la corte del Viceré Eugenio Beauharnais e diviene amica intima della sorella Ortensia, Regina d’Olanda.
La Fagnani ebbe cinque figli, due dei quali morti in tenera età. Degli altri tre Margherita ha vissuto solo 30 anni e Costanza 19. L’ultimogenito Francesco nato nel 1805 appoggiò i moti carbonari e diede alla madre non poche preoccupazioni.
Finita l’era napoleonica nel 1814 e arrivata la Restaurazione con gli austriaci, nonostante Antonietta sia sposata a un fedelissimo di Napoleone, riesce comunque a farsi ammettere alla corte asburgica. Passa anni in pena per il figlio, acceso bonapartista, cerca di fargli avere un’amnistia e lo costringe a richiederla all’imperatore ma Francesco rifiuta e lei gli toglie il mantenimento. Il figlio aderirà più tardi alla Giovine Italia di Mazzini. La madre non si dà pace e alla fine riesce comunque a fargli sposare nel 1839 la figlia di un generale dell’esercito austriaco.
Antonietta è sempre più sofferente per le malattie veneree e si trasferisce a Genova sperando di trovare giovamento in un clima più mite. Vi si spegne alla fine del 1847. La sua salma viene poi trasferita a Milano nella chiesa di san Babila.
Si narra che il fantasma della bellissima Antonietta comparisse tra sospiri e lacrime nelle notti di luna piena sul balcone di Palazzo Arese, in corso Venezia a Milano. Dopo la demolizione del Palazzo a seguito dell’ultima guerra, qualcuno ha salvato uno dei suoi balconi neoclassici e l’ha ricollocato sulla nuova facciata moderna.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Daniela Ferro, Le grandi donne di Milano, Newton Compton Editori, 2011

A cura di Rachele Farina, Dizionario Biografico delle donne lombarde 568-1968, Baldini & Castoldi, 1995

Ugo Foscolo, Lacrime d’amore. Lettere ad Antonietta Fagnani Arese, Guanda, 2008

Guido Fagioli Vercelloni, sul Dizionario biografico degli italiani, Treccani

Verena Mantovani

Di professione commercialista tendente all’etico (ma non sempre sembra essere possibile). Non insegna da nessuna parte e tanto meno ha pubblicato qualcosa. Adora i viaggi, il sole, la musica, l’arte, la poesia.

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