Bianca Piccolomini Clementini

Siena 1877 - 1958
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«Mentre protesto la mia incondizionata sottomissione alla
Chiesa, mia amatissima madre, devo confessare che
all’interno della mia istituzione non permetterò mai
ingerenze sacerdotali, se non in quella parte che riguarda
il culto, perché io ho visto purtroppo come è raro trovare
nel sacerdote la santità unita alla libertà di spirito.
»

(Il Diario, 12 dicembre 1937)

La contessa Bianca Piccolomini Clementini era nata da una grande famiglia senese che aveva tra i suoi antenati Pio II, e cresciuta tra l’austero cattolicesimo della madre Angiola e l’attenzione della famiglia alle direttive dell’enciclica Rerum Novarum in materia sociale. Agli inizi del Novecento il fratello Pietro, più giovane di lei, è esponente di spicco del cattolicesimo sociale a Siena, impegnato a trovare all’aristocrazia un ruolo adeguato ai tempi. Bianca collabora attivamente con lui. Il loro palazzo si apre ad iniziative culturali mediante il Circolo Pro Cultura, è sede della Società di Patronato e Mutuo Soccorso tra Operaie, fondata a Torino da Cesarina Astesana, vi si svolgono corsi di formazione per le “patronesse”, le signore delegate a seguire le giovani associate, incontri tra i membri della nobiltà e alta borghesia e operaie, corsi di alfabetizzazione. L’obiettivo è migliorare le condizioni di vita del popolo nella concordia tra le classi, in una visione cristiana e cattolica dei rapporti sociali. Pietro muore improvvisamente nel 1907, Bianca ne prosegue l’opera. È l’inizio di una intensa e riuscita attività caritativa, unita a tentativi imprenditoriali di scarso successo. Apre nel 1908 un laboratorio di sartoria e ricamo, come Pietro aveva desiderato, direttamente collegato alla Società di patronato. Un intreccio troppo stretto tra formazione religiosa ed economia, che si scioglierà con la successiva separazione dei due campi. Intanto Bianca ha avuto modo di conoscere i Padri di una Congregazione religiosa di Brescia, dai quali si lascia convincere a investimenti economici che si riveleranno azzardati e causa di un lunghissimo conflitto giudiziario con la curia senese. È facile pensare che la contessa non fosse adatta alla gestione degli affari e che senza Pietro non avrebbe dovuto impegnarsi in attività per lei rischiose, ma la realtà è più complessa. Per il fratello l’obiettivo era politico e la politica il suo modo di testimoniare la fede. Per Bianca l’obiettivo è la fede, l’annuncio del messaggio cristiano alle giovani donne secondo la sua personale vocazione; la carità è l’immediata conseguenza della fede, il suo aspetto esterno, che non può fare a meno di aver cura delle condizioni materiali di vita. Le Opere sono dunque necessarie, ma restano nella sua visione nelle mani del Signore e si ne deve essere loro “orgogliosamente legati”, scrive nel 1925, in una pagina dei ricchissimi diari che ci ha lasciati. Vocazioni diverse e separate che la morte precoce del fratello e la devozione di Bianca alla sua memoria sembrano confondere. Tuttavia Bianca ha chiara da tempo la particolarità della sua chiamata: «… fare una congregazione tutta interna, intima, spirituale, che ci tenesse noi ragazze tutte unite tra noi e unite a Dio […] non sarebbe bello?», scrive nel 1915. Per tutta la vita continuerà a meditarvi e ad approfondire il senso di una maternità spirituale, a suo dire la più alta e difficile, che si raggiunge con umiliazioni e sofferenze, nell’imitazione di Cristo. E che ha bisogno di libertà spirituale e di pensiero “in senso cristiano”, come sottolinea l’ultimo giorno del 1912: «la grazia di quest’anno è stata la libertà spirituale».
Anni dopo, nel 1933, ricorda di essere stata in giovinezza «…molto rigida nell’attaccamento alle più minute forme volute dalla chiesa. Oggi invece sento che la mia spiritualità cambia forma, ossia si allontana sempre più da ciò che è forma…»
I Padri bresciani non le portano solo guai, le fanno conoscere la Compagnia delle Figlie di Sant’Angela Merici, la donna bresciana che nel XVI secolo aveva fondato un ordine innovativo che consentiva alle donne che vi si consacravano di vivere in famiglia. L’avvio del Laboratorio e la necessità di avere persone che vi si dedicassero danno a Bianca il mezzo e l’occasione di formare il primo nucleo della Compagnia formalmente costituita nel 1917, con le prime tre donne. Bianca ne è la Madre. Nel 1920 apre la Colonia Agricola Santa Regina, la più importante e duratura delle Opere della contessa, che si avvale dell’energia e della passione di Margherita Bartalini. Le Opere che Bianca sente più sue sono però quella dei Ritiri spirituali e quella della “riparazione notturna”, un impegno continuativo di preghiera per i peccati del clero. I ritiri spirituali erano una consuetudine anche per le donne di Azione Cattolica, ma riservati solo alle iscritte e sotto la direzione di sacerdoti. Bianca è decisa a dirigerli personalmente e ad aprirli a donne di ogni condizione sociale. Non accetta per sé né per le “figlie” il controllo del clero, nella direzione spirituale, pratica che accetta, ricerca dialogo e confronto, in un lungo, tormentato cammino necessario per definirsi con Dio, con se stessa, con il mondo, ma non lo trova se non per brevi periodi. Più spesso incontra ostilità e incomprensioni. «Solo per pochissimi anni ho gustato il conforto dell’amicizia spirituale» scrive nel 1935, rievocando le vicende trascorse e ammettendo che per la sua natura ha bisogno di appoggiarsi ed è per seguire interamente la vocazione ricevuta da Dio che deve imporsi autonomia e autorità. Di fronte ai sacerdoti rivendica la sua maternità spirituale, il suo diritto materno ed è grata al vescovo Volpi (che a Lucca era stato confessore di Gemma Galgani) che glielo riconosce. L’eccesso di autorità direttiva da parte del clero può esprimersi anche con il misticismo di un Padre, che chiamato a seguire alcune giovani, crea turbamento e divisioni nella comunità. “Ragazzo di Dio”, lo definisce duramente la contessa sempre nello stesso anno. Bianca teme e desidera l’abbandono mistico, cerca, per sé e per le Figlie la strada difficile di essere Marta e Maria. Ferma su questa linea non aveva accettato nel 1923 l’iscrizione delle Figlie di S. Angela all’Azione Cattolica, richiesta dalla curia. Bianca pagherà la scelta di autonomia separata con il sospetto e l’ostilità della gerarchia, anche dopo la risoluzione del contenzioso giudiziario.
Esigente con se stessa e con i Padri, Bianca lo è anche nella formazione delle Figlie e delle fanciulle della Colonia L’obiettivo è dominare i sentimenti, lottare contro le passioni, non cedere alla “dolcezza naturale”, superare “l’animalità” per arrivare alla trasformazione di sé in senso pienamente cristiano, ripete negli incontri periodici della Compagnia. È un programma intransigente, non dissimile da quello dell’Azione Cattolica Femminile, sono diversi il punto di vista e il contesto. Il richiamo è alla volontà e non agli affetti, l’a more, precisa Bianca, deve essere “effettivo” e non “affettivo”, ma la semplicità della vita interiore e della fede alla quale ella aspira, l’equilibrio tra libertà e dominio di sé, la separatezza attiva della Compagnia, strutturano un insieme di relazioni femminili significative e ricche, a volte conflittuali, mai interrotte. Le Opere della contessa Piccolomini continuano a crescere nel silenzio delle istituzioni cittadine e della curia, non viene meno la collaborazione delle donne senesi, anche di quelle dell’Azione Cattolica. Bianca Piccolomini muore nel 1959, nel 1995 la chiesa cattolica la dichiara Serva di Dio.

Questa voce è stata curata da Gabriella Rustici.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

G. Antignani (a cura di), Bianca Piccolomini Clementini, Gli scritti Il Diario, vol 1-4, Brescia, 1991

G. Antignani (a cura di), Bianca Piccolomini Clementini. Gli scritti. Costituzioni. Direttori. Ritiri mensili e annuali, Brescia, 1996

F. Bea, Bianca Piccolomini Clementini. Tradurre la fede in carità, Padova, 1987

G. Rustici, Margherita Bartalini e l'utopia materno-rurale della Colonia Agricola Santa Regina(1920-1950), in Istituto Storico Diocesano, Annuario 2006-2007-2008, Siena 2010, pp. 119-189

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