Boudica (o Boadicea)

Britannia 33? - 60-61?
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La storia di Boudica è documentata solo attraverso tre resoconti scritti che si possono considerare fonti ufficiali, uno dei quali è noto solo nella traduzione di 900 anni successiva. I primi due sono di Tacito (55 d.C. – 120 d.C.): l’Agricola, biografia del suocero composta nel 98 d.C., e gli Annali, di circa 15-20 anni dopo. La terza fonte è Dione Cassio (163 d.C.- 235 d.C.), e ci è pervenuta attraverso i compendi redatti a fini divulgativi nella seconda metà dell’XI secolo dal monaco Sifilino di Trapezunte (oggi Trebisonda).
La sua vicenda si snoda intorno alla metà del I secolo, e il suo nome Boudica, secondo la storia, o Boadicea, secondo la leggenda, ha probabilmente origine dal gallese bouda, vittoria. Di stirpe reale, nel 49 d.C. è già sposa del re degli Iceni, popolo di origine celtica che vive nei territori che oggi corrispondono grossomodo al Norfolk e al Suffolk settentrionale. Questo popolo, già da un secolo spontaneamente sottomesso ai Romani, tenta una ribellione intorno al 49–50 d.C., senza ottenere alcun successo. Il re Prasutago riesce comunque a mantenere per il suo popolo la condizione di tribù semi-indipendente, ovvero di Stato satellite il cui capo aveva nei confronti di Roma diritti e doveri precisi. Morto nel 60, il re lascia le sue terre e i suoi possedimenti personali in parte all’imperatore di Roma e in parte alla moglie, che avrebbe dovuto curarne la tutela per le figlie. Probabilmente in questo modo sperava di garantire una successione pacifica.
Ma per volontà del procuratore romano Cato Marciano, amministratore capo della provincia, vengono confiscati e annessi non solo tutte le proprietà ed il tesoro del re, ma anche quelli dei notabili e dei membri della corte: «tanto il regno quanto la casata furono saccheggiati quasi fossero bottino di guerra» (Tacito).
Boudica protesta con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliano esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie vengono stuprate (Tacito). Purtroppo i nomi di queste due fanciulle ci sono ignoti. Gli storici danno spesso per scontato che una qualche provocazione da parte degli Iceni abbia preceduto la brutalità dei Romani nei confronti delle donne della famiglia di Prasutago. Ciò è possibile, data la naturale inclinazione degli Iceni alla ribellione, ma Tacito non ne parla. Anzi, specifica proprio quanto queste crudeltà abbiano indotto gli Iceni a prendere le armi.
Così nel 60 o 61, mentre il proconsole romano Gaio Svetonio Paolino conduce la sua campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), gli Iceni e i loro vicini, i Trinovanti, si ribellano sotto la guida di Boudica, furiosa per l’affronto subito e desiderosa di vendetta.
Dione Cassio la descrive così: una gran massa di capelli fulvi che le scendono fino alla cintola, alta statura quasi spaventevole a vedersi, espressione feroce, voce straordinariamente aspra, una lancia in pugno per apparire ancora più terribile, vestita di una tunica di diversi colori e mantello fermato da una spilla.
Il discorso che Boudica fa al proprio popolo è stato non poco maltrattato dagli storici e non vale la pena di riportarlo. È invece interessante il gesto che le viene attribuito alla fine del discorso, allorché libera una lepre che tiene nascosta tra le pieghe dell’abito, come una specie di presagio. La folla vede l’animale imboccare nella fuga la direzione propizia ed esplode in grida di giubilo, poiché evidentemente si tratta di un auspicio favorevole alla rivolta.
Poi Boudica si rivolge a una dea «ti ringrazio, Andraste, e a te mi rivolgo come donna che parla ad una donna». Questa dea, della quale non sono note altre invocazioni, è probabilmente una divinità femminile delle popolazioni della Gallia sudorientale e una generica dea della vittoria venerata dai Britanni. Fatto sta che quando libera la lepre e invoca la dea, Boudica assume su di sé i ruoli di sacerdotessa, profetessa e condottiera; diventa, insomma, una figura di santa, armata, ispiratrice.
Ecco dunque Boudica, regina e condottiera degli Iceni, piombare con il suo carro sulla sventurata Camulodunum, l’odierna Colchester, cittadina sorta circa 12 anni prima non come postazione militare, ma come insediamento di veterani dell’esercito. Poiché gli ex militari avevano cacciato gli abitanti delle “colonie” dalle proprie case e li avevano dichiarati prigionieri e schiavi, trattandoli molto duramente, c’era in quei luoghi grande risentimento nei confronti dei Romani.
Fu l’apparente repentinità dell’attacco alla città indifesa a determinare le tragiche conseguenze, ma l’attacco dei Britanni non avrebbe dovuto cogliere i Romani di sorpresa né la città avrebbe dovuto trovarsi così completamente sguarnita. Il tempio sopravvive due giorni al saccheggio della città. Qui si erano rifugiati i veterani in un ultimo, disperato tentativo di resistere fino all’arrivo dei rinforzi, che non arrivarono mai. Sono state rinvenute armi e armature evidentemente da tempo fuori uso perché incrostate di ruggine, che quei vecchi soldati dovevano aver precipitosamente tirato fuori ed indossato. Il tempio sfarzoso viene raso al suolo ed incendiato, i veterani e le loro famiglie trucidati.
Scrisse Dione Cassio «E, per giunta, questa rovina venne ai romani da una donna, fatto che causò loro la più grande vergogna».
L’esercito ribelle incendia e rade al suolo anche Londinium (Londra), abbandonata a sé stessa da Paolino, il quale non ha sufficienti truppe per affrontare i ribelli. La stessa sorte tocca poi a Verulamium (oggi St. Albans).
Riorganizzate le truppe, Paolino si scontra con Boudica nella battaglia di Watling Street (ubicazione non ancora identificata con certezza). Nonostante fossero inferiori di numero, i Romani, sfruttando la loro superiorità tattica sconfiggono i ribelli. Boudica non muore sul campo di battaglia, ma si suicida poco dopo, probabilmente avvelenandosi. Resta invece ignota la sorte delle figlie.
E’ singolare che nella memoria di Boudica sia stato epurato il suo esser guerriera, la violenza che fu in grado di scatenare. Boadicea, come è giusto chiamarla ora in riferimento alla futura leggenda, viene spesso raffigurata come eroina partigiana di grande nobiltà d’animo, solo idealmente combattiva. Nelle figurazioni monumentali – quali quella sul ponte del Tamigi, proprio di fronte al Big Ben – appare sul temibile cocchio falcato (peraltro mai esistito), ma da quel cocchio non la vediamo mai scendere per metter fine, di persona, ad una vita romana.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Antonia Fraser, Regine Guerriere, Milano, Rizzoli 1990

Paola Busolo

Diplomata ragioniera tanti anni fa, con una grande voglia di indipendenza, mi sono subito gettata nel mondo del lavoro. Ho capito più tardi che l’indipendenza è una condizione interiore.... Mi è rimasta la passione per la lettura, un po’ di curiosità per le cose del mondo, un grande amore per la natura umana in tutte le sue manifestazioni.

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