Dina Bertoni Jovine

Falvaterra (Frosinone) 1898 - Roma 1970
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«La politica scolastica del Vaticano si svilupperà in una duplice direzione: diffondere una crescente indifferenza per la scuola dello Stato; sviluppare e rinvigorire una legislazione che favorisca la scuola privata, nella sicurezza che, nel campo dell’iniziativa privata, nessun ente potrà, per lungo tempo, competere con le forze clericali».

Non sono parole scritte nel 2012, regnanti Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco. Scritte nel 1954, regnante il principe Eugenio Pacelli, firmò queste parole Dina Bertoni Jovine, educatrice e pedagogista. Qualche anno prima Piero Calamandrei, giurista, avvocato, costituente, aveva fatto considerazioni analoghe in difesa della scuola pubblica, centrate però sull’azione di governo piuttosto che su quella vaticana, nel discorso dell’11 febbraio 1950, che viene ricordato col titolo del passaggio più allarmato: “Facciamo l’ipotesi” [1]
Mentre Calamandrei fu attivo, dopo la fine del Partito d’Azione, in diverse formazioni politiche dell’area socialista, ma non fu mai comunista, è chiara e inequivoca l’appartenenza di Bertoni Jovine all’area del Partito Comunista Italiano, al quale giunse durante la guerra e la resistenza.
Vediamo come, dal principio.
Il giovane stato “unitario” era, fin dalla nascita, notevolmente irrequieto: mentre milioni d’italiani sfuggivano alla povertà andandosene – soprattutto – verso le Americhe (ma pure in terre germaniche o in Francia), frequenti e numerose erano anche le migrazioni interne, in un paese che era unitario di nome, ma di fatto era ancora da costruire. Per costruirlo, un attore fondamentale era la scuola, se al momento dell’unità, tre quarti degli abitanti non sapevano leggere e, novant’anni dopo, ancora due terzi degl’italiani usava il dialetto in ogni circostanza [2].
La famiglia Bertoni era emiliana, ma Dina venne al mondo nel 1898 in Ciociaria, a Falvaterra (FR), dove erano stati mandati i genitori, entrambi maestri. Succedeva così per gli insegnanti come per i militari, i magistrati, i medici condotti e tutti gli altri dipendenti pubblici. I Bertoni erano impegnati a combattere l’analfabetismo per migliorare, anche con corsi gratuiti per adulti, la situazione culturale e sociale degli abitanti del piccolo paese cui erano stati assegnati.
Malgrado le ristrettezze economiche riuscirono ad avviare tutti i loro sette figli (tre erano morti da piccoli) agli studî nella città di Roma. Dina si diplomò – a sedici anni di età – presso l’Istituto Magistrale Vittoria Colonna e poi conseguì anche il diploma di licenza liceale e si iscrisse all’Istituto Superiore di Magistero, lo stesso nel quale aveva insegnato anche Maria Montessori.
Migrante interno era anche Francesco Jovine, nato (1902) nelle Terre del Sacramento (il titolo del suo migliore romanzo), a Guardialfiera in Molise, da Amalia Loreto e da Angelo Jovine, contadini, nella cui casa era presente una discreta biblioteca. Deciso a diventare insegnante, lasciò l’istituto tecnico agrario di Larino per frequentare la scuola magistrale di Velletri e poi di Città Sant’Angelo (Pescara), dove si diplomò nel 1918. Continuò a studiare per proprio conto e dopo il servizio militare a Roma ottenne l’abilitazione magistrale, insegnando poi a Guardialfiera e, dal 1925, a Roma, dove s’iscrisse al Magistero, si laureò, rimase come assistente di Giuseppe Lombardo-Radice e divenne direttore didattico. Nel 1928 sposò Dina Bertoni, anche lei direttrice didattica a Roma, dopo aver studiato al Magistero, come si è già visto.
Allontanandosi dall’ambiente ostile del fascismo, Dina Bertoni, con il marito, si trasferì a Tunisi nel 1937 e successivamente al Cairo, dove fu ispettrice didattica negli istituti scolastici italiani fino al 1940. Lo scoppio della guerra (la Tunisia era colonia francese, l’Egitto era protettorato britannico) costrinse entrambi al rientro a Roma, ove Dina continuerà la sua opera di educatrice e anche di giornalista, collaborando successivamente al «Giornale d’Italia», a «Il Politecnico» di Elio Vittorini e alla Enciclopedia della donna, per conto degli Editori Riuniti.
Nel 1953, insieme con Ada Marchesini Gobetti, dirige la rivista «Educazione Democratica» e in seguito collabora ad altre riviste quali «Scuola e città», «Belfagor» e «I problemi della pedagogia».
La fine dell’Ottocento aveva una grande fiducia nelle scienze e, in educazione, una grande attenzione per le tecniche didattiche. L’emergere della figura di Benedetto Croce (che pure aveva avuto un marcato interesse per Marx e il suo pensiero) e di Giovanni Gentile, aveva radicalmente cambiato interessi e atteggiamenti culturali. Entrambi furono ministri della pubblica istruzione e il secondo è rimasto titolare di un completo riassetto dell’istruzione, noto come la “riforma Gentile”. Il crocianesimo fu poi talmente pervasivo da non lasciare spazio ad altre concezioni filosofiche, in particolare alla “filosofia della prassi” (Gramsci), peraltro oggetto di attenzione da parte degli “apparati repressivi dello stato” (Althusser). Quanto a Gentile, l’antico maestro di scuola Benito Mussolini definì la sua azione legislativa come «la più fascista delle riforme». Il suo intervento, malgrado Lombardo-Radice, non incoraggiò affatto il cosiddetto “attivismo pedagogico” né l’attenzione ai temi specifici della competenza didattica.In questo clima è comprensibile che entrambi i coniugi Jovine si riconoscessero nella opposizione più radicale al fascismo, quella del partito comunista; nella polemica contro un attivismo frammentario e “spontaneista” Dina Bertoni Jovine conservò una visione che le fece condividere l’obiettivo dell’educazione come emancipazione morale e intellettuale. Tuttavia la sua pedagogia socialista non poteva fare a meno di mantenere Marx, Engels, Labriola e Gramsci all’interno di un chiaro orizzonte volontaristico e personalistico: «Coloro che accusano il pensiero marxista di sottomettere l’individuo alla collettività, cioè a una situazione storica determinata, si irretiscono in un mare di contraddizioni; come si irretirebbero in contraddizioni coloro che volessero dare al pensiero pedagogico socialista un orientamento individualistico ». L’ortodossia marxista non le impediva di continuare a sentirsi parte della scuola di Giuseppe Lombardo-Radice di cui fu allieva e collaboratrice, di Ernesto Codignola e della tradizione umanistica e neoidealistica. La sua personale esperienza di insegnante e dirigente scolastica maturò in lei la coscienza dei limiti storici, sociali ed economici delle strutture educative, che si è tradotta in un fattivo impegno di educatrice, di studiosa e anche politico. Dopo una lunga serie di approfondimenti e di esperienze culturali presso le organizzazioni scolastiche di numerosi paesi esteri, scrive la Storia dell’educazione popolare in Italia (1954 Einaudi) e, qualche tempo dopo, la Storia della scuola italiana dal 1870 ai giorni nostri (1958 Editori Riuniti), cui seguiranno: I periodici popolari del Risorgimento (1959 Feltrinelli), Scritti di pedagogia e di politica scolastica (1961 Editori Riuniti), L’alienazione dell’infanzia (1963 Editori Riuniti), Storia della pedagogia (1966-1968 Laterza) opera in tre volumi realizzata insieme a Nicola Badaloni, L’educazione femminile in Italia. Un secolo di discussioni 1861 – 1961, Firenze, La Nuova Italia, 1961. L’impulso allo studio della storia della scuola è stato certamente anche di tipo politico e non poteva prescindere dall’apporto del partito comunista che, proprio in quegli anni, decideva di portare avanti una nuova linea politica che puntava sulla scuola di massa e fondava, nel 1955, la rivista «Riforma della scuola» di cui la studiosa è stata redattrice capo e condirettrice.
Dina Bertoni Jovine ha offerto il suo contributo di specialista dell’educazione e il suo impegno di ricerca nella convinzione che il movimento di riforma della scuola dovesse muovere dalla conoscenza delle radici storiche dei problemi presenti. Una specifica attenzione alla storia dell’infanzia come storia di alienazione emerge dai suoi studi e ricerche, in L’alienazione dell’infanzia. Il lavoro minorile nella società moderna (Editori Riuniti, Roma 1963), da cui affiora, in modo particolare, la storia dell’infanzia dei ceti subalterni, letta e interpretata secondo il paradigma della violenza sociale e di classe, del lavoro e dello sfruttamento, delle carenze alimentari e delle malattie endemiche, dell’abbandono e dell’elevato tasso di mortalità, della condizione di inferiorità e del dominio da parte degli adulti.
Nel 1967 divenne docente di pedagogia all’Università di Catania. Rientrando a Roma da Catania, morì per un infarto nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1970.

NOTE
1. «Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private».
2. Lo mostra assai bene Mia lingua italiana, di Gian Luigi Beccaria, 2011.
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Immagine per gentile concessione Archivio Storico dell’Unità

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Marco Todeschini

Marco Todeschini ama i soprannomi, che attribuisce e riceve. Tra quelli ricevuti apprezza “caminante”, che gli hanno dato a Montevideo, “andarilho” avuto a Porto Alegre e “vagamundo”, che si è dato da sé. Per osservare l'educazione in modo comparativo, gira il mondo; finché possibile, a piedi.
Fino al 2008 è stato docente di storia della pedagogia all'Università degli studi di Milano.

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