Elaine Cynthia Potter Richardson

detta Jamaica Kincaid

St. John’s, Antigua 1949 - vivente
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«Nell’isola di Antigua che conoscevo io abitavamo in una via che portava il nome di un criminale inglese che infestava i mari, Horatio Nelson.» [1]

«Mia madre sedeva sui gradini di pietra, con la voluminosa gonna a pieghe che le ricadeva tra le gambe divaricate, e io, che giocavo poco lontano, lanciavo uno sguardo sopra la spalla e vedevo il suo volto, un volto che era per me di una bellezza mirabile: le labbra come una luna nel suo primo e ultimo quarto, un naso dal setto ossuto e grandi narici che si allargavano e tremavano visibilmente per l’emozione, orecchie i cui lobi erano larghi e morbidi e serici; e che piacere mi dava stringerli tra il pollice e l’indice. Come veneravo questa bellezza, e nel mio cuore di bambina le dicevo sempre: “Sì, sì, sì”.» [2]

«Mia madre mi ucciderebbe se ne avesse l’opportunità. Ucciderei mia madre se ne avessi il coraggio.» [3]

Scrittrice caraibica, Jamaica Kincaid parla con voce autobiografica di rapporti familiari, identità, adolescenza e tematiche postcoloniali.
Elaine Cynthia Potter Richardson nasce a St. John’s, Antigua, un’isoletta delle Indie occidentali nel Mar dei Caraibi, divenuta indipendente all’interno del Commonwealth britannico nel 1981. Elaine non conosce il padre; la madre è una formidabile narratrice di aneddoti familiari, che le insegna a leggere a tre anni e mezzo e a sette le regala una copia del Concise Oxford Dictionary. La serenità dell’infanzia è però interrotta in modo traumatico dalla nascita dei fratelli, figli del patrigno, un falegname. Il conseguente peggioramento della situazione economica della famiglia, già povera, e la distanza emotiva della madre le provocano un forte senso di isolamento, rinforzato dalla rigidità del sistema educativo coloniale, che riconosce il suo talento ma non la incoraggia perché la considera una studentessa “difficile”. È da questo nodo centrale della vita di Elaine che nascerà l’esigenza di scrivere, ma per il momento si rifugia nei libri (e ogni tanto li ruba dalla biblioteca). Le sue letture, frutto dell’educazione coloniale, includono Shakespeare e John Milton, ma più di tutto preferisce Jane Eyre, di Charlotte Brontë, che legge e rilegge in solitudine, sotto casa, circondata da lucertole e ragni. A soli diciassette anni lascia Antigua e si trasferisce a New York per lavorare come ragazza alla pari. L’esordio nel mondo letterario comincia dopo alcune esperienze di studio e disparati lavori (receptionist, impiegata, segretaria): è il 1973 e Elaine sceglie lo pseudonimo di “Jamaica Kincaid”. Pubblica in diverse riviste e infine trova un impiego fisso al prestigioso “New Yorker”. Lì si guadagna la stima del direttore William Shawn, che in seguito diventerà suo suocero. Lascerà il “New Yorker” solo negli anni Novanta, con l’insediamento alla direzione di Tina Brown (“una persona volgare”[4], afferma Kincaid con candida insofferenza.)
Nel 1983 pubblica il primo libro, At the Bottom of the River (tr. it. In fondo al fiume, Adelphi 2011), premiato con il Morton Dauwen Zabel Award. Si tratta di una raccolta di racconti che narrano le esperienze di una bambina antiguana, e in particolare il suo rapporto con una madre allo stesso tempo amata e odiata, cui fa da contrappunto la presenza della “madrepatria” britannica che protegge e indottrina la Antigua degli anni Cinquanta. Anche se nel complesso più simbolica e sperimentale, con richiami lessicali alla Bibbia e al canone letterario inglese, la raccolta contiene già i tratti dello stile che diventerà tipico di Kincaid, quella “veridicità emotiva”[5] – secondo una definizione di Susan Sontag – racchiusa in una forma apparentemente semplice, scandita dalla ripetizione e dai ritmi della tradizione orale caraibica: una sfida sottile al confine che separa la prosa dalla poesia. Da un punto di vista tematico invece, l’antagonismo con la madre biologica/madrepatria colonizzatrice[6] verrà sviluppato anche nel successivo Annie John (Anna delle Antille, De Agostini 1987), seconda parte di un ideale romanzo di formazione in cui la protagonista, ormai adolescente, si confronta con un ambiente personale e politico carico di tensione per riemergere padrona della propria identità. In At the Bottom of the River e Annie John il tema politico viene affrontato in maniera implicita; A Small Place (Un posto piccolo, Adelphi 2000) è invece un saggio polemico, testimonianza diretta della corruzione e del degrado che affliggono la Antigua indipendente, una condizione appena mascherata dallo smalto dell’industria del turismo. Kincaid indica con fiera indignazione le ragioni del fallimento nella lunga storia del dominio coloniale, per cui

«rifiuti umani provenienti dall’Europa […] facevano uso di esseri umani provenienti dall’Africa […] per soddisfare il loro desiderio di ricchezza e di potere, per riscattare la propria esistenza infelice, per essere meno soli e vuoti: una malattia europea. Alla fine i padroni se ne andarono, per così dire; alla fine gli schiavi furono liberati, per così dire.»[7]

Un processo di emancipazione che rimane carico di ombre e richiede un intervento di resistenza culturale da parte dei soggetti che hanno subito il sopruso della colonizzazione. Le successive opere di Kincaid comprendono Lucy (Lucy, Adelphi, 2008); The Autobiography of My Mother (Autobiografia di mia madre, Adelphi, 1997); My Brother (Mio fratello, Adelphi, 1999), ispirato alla morte del fratello per AIDS, che riceve il Prix Femina Etranger 2000; Mr. Potter (Mr. Potter, Adelphi, 2005).
Jamaica Kincaid vive tra Bennington, Vermont, e la California, dove insegna presso il Claremont McKenna College. Ha due figli ormai adulti, Annie e Harold, nati dal matrimonio con il compositore Allen Shawn. Ha una passione per il giardinaggio, che le ha ispirato diversi articoli e la raccolta My Garden, 1999.

1. Jamaica Kincaid, Un posto piccolo, traduzione di Franca Cavagnoli, Adelphi, Milano, p. 30.
2. Jamaica Kincaid, At the Bottom of the River, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2000, p. 73, traduzione mia.
3. Jamaica Kincaid, Annie John, Penguin, New York, 1986, p. 89, traduzione mia.
4. Articolo di Peter Stevenson, “New York Times Magazine”. (Traduzione italiana in “Internazionale”, n. 900, 2-9 giugno 2011.)
5. Through West Indian Eyes, intervista con Leslie Garis, “New York Times Magazine”.
6. Moira Ferguson, Jamaica Kincaid: Where the Land Meets the Body, Charlottesville, London, U.P. of Virginia, 1994.
7. Jamaica Kincaid, Un posto piccolo, op. cit., p. 82.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

“Jamaica Kincaid” in The Literary Encyclopedia, a cura di Emilia Ippolito.

“Jamaica Kincaid” in Voices from the Gaps, University of Minnesota.

Intervista a Jamaica Kincaid di Kay Bonetti, Missouri Review.

Due racconti di Kincaid tradotti da me per “Il Sottoscritto” sono disponibili online:
- Sul fondo del fiume
- Cosa ho fatto ultimamente

Giulia Zuodar

Sta facendo un dottorato di ricerca in traduzione presso il Trinity College di Dublino. Laureata in Lingue all’Università di Udine e specializzata in Traduzione letteraria presso le Scuole Civiche di Milano, studia letterature postcoloniali e ha tradotto racconti di Katherine Mansfield, David Malouf e Jamaica Kincaid.

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