Elsa Morante

Roma 1912 - 1985
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«Io sono il punto amaro delle oscillazioni
fra le lune e le maree
».
(Il Mondo salvato dai ragazzini)

«[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti».
(Lettera di Italo Calvino a Elsa Morante, 2 marzo 1950).

Se proprio fosse necessario definire Elsa Morante, gli appellativi che troverebbero il suo consenso sarebbero, forse, “poeta” e “cantastorie”. La sua parabola narrativa parte dalla seconda guerra mondiale e arriva alla soglia degli anni Ottanta, cristallizzando in romanzi e poesie la sua visione della realtà del XX secolo. Autrice-crisalide, che costruisce la sua poetica e il suo stile come un bozzolo attorno alla vocazione di scrittrice (già avvertita nella prima infanzia), riutilizzando tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco, si leva sul panorama letterario a lei contemporaneo con estrema indipendenza, disancorata da qualsiasi corrente o gruppo. Il suo bagaglio di letture, vastissimo ed eterogeneo, la sua capacità di rielaborare archetipi e modelli per creare il suo personalissimo stile e i suoi indimenticabili personaggi fanno di lei una figura di intellettuale che modella la propria coscienza metaletteraria e la propria sensibilità umana nel corso delle esperienze della vita.
Elsa nasce a Roma il 18 agosto 1912. Sua madre, Irma Poggibonsi, ebrea originaria di Modena, è una maestra elementare, mentre il padre, Augusto Morante, è istitutore in un riformatorio. Il padre biologico di Elsa e dei suoi tre fratelli (Aldo, Marcello e Maria) è, però, Francesco Lo Monaco, amico di famiglia, il cui ruolo ambiguo pare accettato dal capofamiglia. La religione ebraica della madre e la sfuggevolezza della figura paterna saranno due fra i temi ricorrenti nell’opera della scrittrice. Elsa inizia a scrivere le sue prime storie e poesie già da bambina.
Dopo il liceo, decide di andare a vivere da sola. Si iscrive alla Facoltà di Lettere, ma l’abbandona per iniziare a mantenersi con varie collaborazioni a riviste, come «Il Corriere dei piccoli» e «I diritti della scuola», traduzioni, e lezioni private. Sotto pseudonimi scrive anche su «Oggi» (su questa rivista sotto la firma Antonio Carrera e Renzo Diodati, o solo Diodati). Nel 1941 traduce Scrapbook di Katherine Mansfield, per Longanesi, col titolo Il quaderno degli appunti. Sempre quell’anno sposa Alberto Moravia, che aveva conosciuto nel 1936: accusato di antifascismo, lo scrittore si nasconderà in Ciociaria con Elsa fino alla fine della guerra. Intanto esce per Garzanti, Il gioco segreto, una raccolta di racconti che, insieme alle pubblicazioni della sua giovinezza, costituirà l’humus letterario che ispirerà il primo romanzo: elementi tematici legati alla teatralità, alla dimensione onirica, alla sensibilità verso personaggi smarriti in cerca di appagamento.
Nel ’42, per Einaudi, esce la fiaba Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, la cui origine risale agli anni ginnasiali di Elsa. In quegli anni Elsa redige il suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio, che uscirà, grazie all’interesse di Natalia Ginzburg, per Einaudi nel 1948 e vincerà il Premio Viareggio. Il romanzo familiare di Elisa, la narratrice, è un viaggio fra i morti, la narrazione di generazioni di personaggi in preda a passioni e istinti ineluttabili, in un Sud caratterizzato da immobilismo sociale e rassegnazione indolente. Del 1957, invece, è la pubblicazione de L’isola di Arturo (Premio Viareggio), la storia, sempre raccontata in prima persona, dell’adolescenza del protagonista, Arturo, sull’isola di Procida, in un luminoso mondo ciclico, ritmato dalle stagioni e dalla natura, che il giovane abbandonerà dopo l’amore impossibile per la matrigna Nunziata e la conoscenza “umana” di un padre vissuto come una divinità sempre sfuggente e inaccessibile. Il Bildungsroman diventa, sotto la penna fervida della Morante, un’occasione di apertura alla vita, in senso mitico ed esistenzialista, con la Storia che resta ai margini, a cui si allude con qualche cenno al fascismo e con la partenza di Arturo per la guerra, come “rivoluzionario”. La complessa gamma di sentimenti di Arturo si amalgama con l’atmosfera protettiva e allo stesso tempo oscura dell’isola su cui domina il famoso penitenziario. I lati più misteriosi dell’inconscio si accordano all’asprezza e all’irregolarità del paesaggio mediterraneo. Su tutti i personaggi, si staglia la giovane “matrigna” napoletana, con la sua ingenua forza vitale (Morante afferma in un’intervista di aver descritto in Nunziata quella che per lei è la donna ideale) e la sua verità sostanziale.
Gli anni ’60 costituiscono un tornante per il percorso letterario della scrittrice. Se l’uscita della raccolta Lo scialle andaluso (1963) rientra ancora nella produzione del primo periodo, l’amore e il dolore per la perdita del giovane pittore americano Bill Morrow (morto precipitando da un grattacielo a New York), la redazione del saggio Pro o contro la bomba atomica (1965) e de Il Mondo salvato dai ragazzini (1968) segnano la decisione incontrovertibile di scontrarsi con il mondo esterno: «l’arte è il contrario della disintegrazione. […] la sua funzione è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà» (Elsa Morante, Opere, vol. II, op. cit, p. 1542). Già nelle risposte alle domande della rivista «Nuovi Argomenti» (1959), Elsa paragonava la funzione del romanziere-poeta «a quella del protagonista solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita» (Ibidem, p. 1546). Morante realizza con dolore che la contemporanea «cultura piccolo-borghese burocratica [è] già infetta da una rabbia di suicidio atomico» (Ibidem, p. 1540).

«“Useppe…” lo chiamò a bassa voce.
Useppe si rigirò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fisso, che, pure all’incontrarsi col suo, non la interrogava. C’era, nell’orrore sterminato del suo sguardo, anche una paura, o piuttosto uno stupore attonito ; ma era uno stupore che non domandava nessuna spiegazione
». (La Storia)

E contro lo scandalo della Storia dei potenti, Elsa Morante declina nei toni romanzeschi la propria concezione di flusso storico. Nel romanzo del ’74, La Storia, criticato in maniera caustica da molta parte della critica militante, perché considerato troppo populista, l’autrice affianca la storia ufficiale della seconda guerra mondiale (rappresentata in liste di avvenimenti in ordine cronologico) con la misera storia di una coppia insolita ma inscindibile, la maestrina Ida e il suo figliolino Useppe, nella Roma occupata dai nazisti. Questo romanzo ponderoso ha il fascino cinematografico del susseguirsi di inquadrature della vita quotidiana dei tanti personaggi vittime della Storia, che cercano attraverso dialoghi scarni eppure straordinari il senso della loro vita e della esperienza che condividono: gli ebrei, i giovani mandati alle armi o in fuga, gli sfollati. La lingua utilizzata si rivolge a quelli che Morante, nel saggio sul Beato Angelico, definisce gli “idioti”, ovvero coloro il cui intelletto è confinato nella dimensione del tempo e dello spazio; la scrittura è caratterizzata dal connubio efficace fra immediatezza della comunicazione quotidiana e ricerca di uno stile che colga tutte le sfumature del reale (le similitudini rappresentano in questo senso uno strumento molto utilizzato dalla scrittrice).
La trama è tessuta dalla voce di un narratore onnisciente, e come sempre non manca la presenza benefica del mondo animale. L’influenza del pensiero di Simone Weil è evidente in diversi punti. Anna Maria Ortese scrisse a Elsa Morante di aver apprezzato sia La Storia che Aracoeli, l’ultimo romanzo, uscito nel 1983: il viaggio dantesco di un solitario protagonista maschile, Manuele, alla ricerca del suo paradiso perduto: la madre andalusa, Aracoeli. Ed è proprio alternando passato e presente che viene a galla la storia del protagonista e della madre, del loro amore, della fine di Aracoeli e dell’ossessione del figlio per la sola che lo abbia amato veramente. La borghesia con i suoi falsi valori viene smantellata, così come tutte le illusioni di rivoluzione del ’68: la società descritta, sia quella degli anni dell’infanzia del protagonista, durante il fascismo, sia quella della sua maturità, negli anni ’70, ha le sembianze inquietanti di un quadro futurista o di una perversa immagine circense.
L’angoscia, la perdita dell’amico Pier Paolo Pasolini, la gamba fratturata, il tentato suicidio e la diagnosi di idrocefalia sono gli ultimi dolorosi accordi dello spartito dell’opera e della vita di Elsa. In seguito all’appello di Moravia per ottenere un contributo dallo Stato per le costose cure di Morante, all’epoca in ristrettezze economiche, viene varata la discussa legge Bacchelli. La scrittrice si spegne il 25 novembre 1985, testimone acuta e libera del secolo breve e delle sue innumerevoli contraddizioni.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Elsa Morante, Opere, Mondadori (I Meridiani), Milano, 1988

Marco Bardini, Elsa Morante. Italiana. Di professione, poeta, Nistri-Lischi, Pisa, 1999

Giovanna Rosa, Elsa Morante, Il Mulino, Bologna, 2012

Molto ben curato il sito “Le stanze di Elsa”, con cronologia e pubblicistica scansionata

Approfondimento sull'amicizia con Pier Paolo Pasolini su Filosofemme

Caterina Sansoni

Nata nel 1987, è una dottoranda in Italianistica presso l'Université de Strasbourg. Conduce ricerche sulla dimensione sociale dei personaggi dell'opera morantiana. Ha studiato Culture Letterarie Europee all'Università di Bologna e all'Université de Strasbourg.

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