Elvira Leonardi Bouyeure (Biki)

1906 - 1999
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“Nel mio lavoro è importante discutere, contraddire, approvare; non si acquista un solo bottone se non vi è stata una mia supervisione, questo per un fatto di fiducia che il pubblico mi ha concesso e anche perché solo un controllo quotidiano di ogni pur minimo problema fa giungere a coltivare quel senso di responsabilità che è indispensabile per il mantenimento in vita di un’azienda solida” 1.

Elvira Leonardi nasce a Milano il 1° giugno 1906 da una famiglia dell’alta borghesia urbana. La madre, Fosca, decide di darle il nome di sua madre, Elvira, moglie del compositore Giacomo Puccini. Nonostante Fosca fosse figlia di primo letto di Elvira, Puccini fu per lei un padre affettuoso e soprattutto un nonno molto dolce per la piccola “Bicchi”; fu proprio Puccini a coniare questo soprannome per la nipote storpiando il termine “birichina” con il quale era solito chiamarla. 2

Biki impara a fare la maglia durante la Grande Guerra in compagnia della nonna Elvira, e subito viene assorbita dalla passione per l’arte del cucito.
Studia al liceo linguistico femminile A. Manzoni, e coltiva la musica e il canto.
All’inizio degli anni Venti, insieme alla sua cara amica Wally Toscanini, Biki compie numerosi viaggi per seguire Arturo Toscanini, padre di Wally, durante le tournèe; a Parigi rimane abbagliata dai modelli di haute couture. Tornata a Milano è determinata a sfondare nel mondo della moda e dopo qualche anno di gavetta e studio crea una linea di biancheria intima d’alta classe, battezzata “Domina” dal poeta Gabriele D’Annunzio, amico della famiglia Puccini. La presentazione della collezione di biancheria suscita “una baraonda di polemiche”3, ma la linea ottiene successo nell’ambiente aristocratico: si pensi che la prima cliente ufficiale di Biki è la principessa Maria Josè del Belgio, futura, ultima, regina di Italia.

Dopo l’esperienza della linea “Domina” Biki si dedica ad una collezione di alta moda: il 5 maggio 1936 apre al pubblico il suo atelier in via Senato. Nel settembre dello stesso anno sposa Robert Bouyeure, antiquario francese, con il quale ha una forte intesa anche in campo lavorativo; il 7 luglio 1937 nasce la figlia Roberta.
Lo scoppio della guerra travolge la neonata attività di Biki, ma la stilista riesce a farla sopravvivere mettendo la sua arte al servizio delle mutate esigenze delle clienti. La moda del dopoguerra deve adeguarsi a un clima profondamente cambiato, e lo fa con Jean Claud Weill che lancia l’espressione prêt-à-porter. Circondata da personalità di primo piano ed emergenti (Germana Marucelli, Mila Schön, Jole Veneziani) Biki si adopera subito per soddisfare le nuove tendenze restando fedele a un suo stile e nel 1957 firma un contratto di collaborazione con il Gruppo Finanziario Tessile di Torino per la realizzazione della Cori-Biki, una collezione di capi di vestiario accessibili a tutti, ma ispirati alle ultime tendenze della moda.

In quegli anni apre negozi in varie località italiane e svizzere, come Saint Moritz, Portofino e Roma; poi volge il suo interesse al mercato estero, aprendo negozi in Francia, negli Stati Uniti e soprattutto in Giappone; nonostante ciò Milano resta il cuore dell’attività di Biki, la quale si impegna in vari ambiti per esaltare la città tanto amata: fa parte del consiglio di amministrazione del «Corriere della Sera» – sua madre, Fosca Leonardi Crespi, si era sposata in seconde nozze con Mario Crespi, proprietario della testata – è presidente della collezione Fosca e Mario Crespi del Museo Poldi Pezzoli di Milano; dal 1968 è presidente della Fondazione Italiana di Cardiologia. Grazie a tutto ciò nel 1961 viene nominata Commendatore e nel luglio del 1970 Grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana.

Contemporaneamente Biki diventa la prima scelta di molte donne. Il suo modo di lavorare segue una sorta di disciplina e metodo: conosce personalmente le sue clienti, unisce la propria competenza stilistica alle peculiarità caratteriali dell’acquirente per creare un modello unico che valorizzi la bellezza particolare della persona. Proprio questa capacità di Biki di “modellare la linea femminile con la stessa arte con cui lo scultore plasma le sue opere” attira nell’atelier milanese di via Sant’Andrea (nuova sede a partire dagli anni Sessanta) molte signore del jet set: Lucia Bosè, Jeanne Moreau, Katherine Dunham, Lauretta Masiero, Brigitte Bardot, Sofia Loren, l’imperatrice Fara Diba, la principessa Ira Furstemberg…
L’unica testimonial ufficiale della griffe Biki è però Maria Callas, che definisce proprio grazie al suo aiuto una rinnovata immagine di sé:

“Vestire Maria Callas è una delle mie maggiori soddisfazioni, perché una donna dal temperamento così deciso è invece estremamente docile con me e approva sempre gli abiti che creo apposta per lei. Mi sembra inoltre di avere capito il suo tipo: drammatico, sofisticato, ma molto sobrio, e quindi tutti i suoi abiti hanno questa impronta che si adatta alla figura della Callas e alla sua personalità singolare”.4

A partire dagli anni Sessanta il mondo della moda viene trasformato dalle rivoluzioni dei “giovani” stilisti; Biki non si lascia sopraffare da ciò perché è convinta che il proprio stile “classico”, elegante che guarda a una donna attiva, ma sempre estremamente femminile, sia intramontabile quindi, come scrive di lei Irene Brin “non cerca di essere ‘corrente’ o ‘al corrente’. È un’impetuosa, è una scintillante corrente lei stessa”5 Solo negli anni Ottanta abbandona le passerelle per dedicarsi al nascente mercato asiatico e alla sua Biki-Japan.

L’esperienza della casa di moda Biki termina con la morte della sua creatrice, nel 1999.

  1. G. Grossini, Firme in passerella. Italian style, moda e spettacolo, cit., p. 134  ^
  2. Esiste una sola monografia sulla vita di Biki, dalla quale è possibile trarre molte delle notizie sulla sua vita; mi riferisco al volume di H. Blignaut, La scala di vetro, Milano, Rusconi, 1995.  ^
  3. G. Cerosa, Biki, la maga dagli occhi verdi, in “Meridiano 12”, 1 agosto 1969  ^
  4. N. Monanni, La donna di buon gusto la vedo così, in “Annabella”, 2 aprile 1961.  ^
  5. I. Brin, Sì, proprio da Parigi, in «Corriere dell’informazione», 15 marzo 1961.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

I documenti consultati per la stesura della voce sono contenuti nell’archivio Biki, conservati presso  il Museo del Risorgimento di Milano.

Hélène Blignaut, La scala di vetro, Milano, Rusconi, 1995

Sofia Gnoli, Un secolo di moda italiana 1900-2000, Roma, Maltemi editore, 2005

Elisabetta Merlo, Moda italiana. Storia di un’industria dall’Ottocento a oggi, Venezia, Marsilio, 2003

Enrica Morini, Storia della moda XVIII-XX secolo, Milano, Skira editore, 2000

Guido Vergani, La sala bianca.  Nascita della moda italiana, Milano, Electa, 1992

Guido Vergani, Dizionario della moda 2010, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010

Michela Panigo

Michela Panigo è nata nel 1988 e da sempre vive ad Abbiategrasso in provincia di Milano. Nel 2012 si è laureata a pieni voti alla specialistica in scienze storiche presso l’Università degli Studi di Milano. Nei suoi studi si è occupata di storia della moda e, attraverso ricerche in campo archivistico, ha prodotto due elaborati rispettivamente intitolati Da sarta a imprenditrice: Biki e la Milano degli anni ‘60 e La maison Curiel: cento anni di alta sartoria a Milano.
Attualmente si dedica ad associazioni culturali e sociali in attesa di poter avere accesso al mondo della ricerca storica che rimane sempre la sua più grande passione.

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