Fillide Melandroni

Siena 1582 - Roma 1618
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Fillide nasce a Siena da Cinzia Guiducci, che quando la partorì aveva sedici  anni, ed Enea Melandroni ultimo discendente di una famiglia nobile della città, e l’8 gennaio del 1581, di domenica, riceve il sacramento del battesimo al fonte di San Giovanni.
In data imprecisata si trasferisce a Roma insieme alla madre, al fratello Silvio, figlio di primo letto di Enea e alla zia Piera, sorella maggiore di Cinzia. Ma di lei, come degli altri componenti della sua famiglia, non si hanno notizie fino all’aprile del 1594. Fillide ha allora tredici anni, sua madre è ammalata, il padre Enea non vive con loro a Roma e lei, per lo stato di indigenza in cui si trova, si prostituisce occasionalmente.
Da un verbale del Tribunale Criminale del Governatore del 23 aprile 1594 si apprende infatti che quella notte “Donna Filidia d’Enea Senese”, in compagnia di due uomini e di Anna Bianchini, romana, era incappata dietro al Monastero di San Silvestro nei birri in ronda. E poiché i quattro andavano in giro a buio e “fuor delli luoghi soliti” – ovvero fuori dal  bordello – tutti furono “presi  et  menati prigioni in Tor di Nona”.
L’anno seguente, nel 1595, la madre di Cinzia muore a soli trent’anni e Fillide tira avanti con l’aiuto della zia Piera e di Silvio che faceva il cuoco; cresce Niccolò, l’altro fratello più piccolo, e in sodalizio con Anna Bianchini, l’amica di quei giorni, affronta l’indigenza e l’emarginazione.
Tra il 1596 e il ‘97 Fillide abita sotto Trinità dei Monti, nei pressi dell’osteria-locanda La Serena, luogo equivoco per eccellenza dove le cortigiane, con la compiacenza dell’oste, intrattenevano soldati, forestieri e gente di malaffare. Sono anni di violenze quotidiane, fra provocazioni e insulti, minacce e aggressioni notturne, ferite e sanguinose pugne fra donne.  Circostanze che portano Fillide in prigione e che avrebbero potuto indurla ad accettare l’aiuto interessato  di ruffiani e mezzane e che lei invece, per mantenere la sua autonomia, affronta da sola scegliendo di rivolgersi alla giustizia pubblica piuttosto che ricorrere a quella privata e sommaria di qualche occasionale lenone.
Fillide, forse per le sue origini e per l’educazione ricevuta, non sembra voler rinunciare all’ambizione di conquistarsi una posizione di rispetto sociale e difatti, come si legge nelle carte d’archivio che riferiscono dei suoi interrogatori, usa sempre con il magistrato che la esamina un linguaggio conveniente e timorato, risoluta com’è a volersi distinguere dalla “gente bassa” che frequenta in quei giorni.
Fillide attende insomma una protezione autorevole, in grado di tenerla al riparo tanto dalle colleghe rivali, quanto dalla giustizia capitolina. Un obiettivo che raggiunge nel 1598, compiuti i suoi sedici anni, quando entra in contatto con i fratelli Tomassoni, uomini d’arme originari di Terni che, forti di conoscenze altolocate, gestivano a Roma in Rione Campo Marzio, l’organizzazione e il controllo di un giro di cortigiane per gentiluomini e notai, cardinali e gente di curia.
La vita di Fillide cambia allora sensibilmente. Va a vivere con suo fratello Niccolò “in Strada Aragonia” (l’attuale via di San Lorenzo in Lucina) e può permettersi  di avere una “serva puttana” di nome Francesca; e quando le accade di trasgredire ai bandi del Governatore, non deve più renderne conto né ai birri né al magistrato, come si vede da quanto accade in una notte d’estate, nell’agosto del ‘98.
Quella sera a casa di Fillide “in Conduti si faceva gran ridotto de giovani”, si gioca a carte e a dadi, si canta e si balla. Ma forse perché il festino non autorizzato contravviene al quietus status civitatis, o forse perché i giovani indossano  armi  in casa di una cortigiana, trasgredendo così ad uno dei tanti bandi del Governatore di Roma, sta di fatto che i birri addetti al servizio di vigilanza notturna irrompono nel bel mezzo della festa.
Dopo il fuggi-fuggi generale, davanti al luogotenente Moretto, restano soltanto la padrona di casa e tre uomini, uno dei quali, armato di spada, è Ranuccio Tomassoni rimasto lì a proteggere Fillide dall’eventuale arresto e per assicurarle l’impunità. E difatti, tanto la cortigiana quanto il suo protettore, fermati la sera, il giorno seguente saranno già tornati in libertà.
Ranuccio, che un contemporaneo ricorda come “giovane di molto garbo”, è un abile e noto spadaccino e diversamente dai suoi numerosi fratelli, più che alla vita del soldato si dedica a quella del cortigiano, regolando e controllando la rete dei rapporti fra le prostitute e i loro clienti.

È in questa veste che l’anno seguente, nel 1599, Ranuccio si fa da tramite fra la sua amante e il pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio che prende Fillide come modella per un’opera raffigurante Santa Caterina d’Alessandria. Nel clima rigoristico postridentino della vigilia dell’Anno Santo, prestare il proprio corpo a un’immagine pubblica e devozionale, fu però considerato fatto ben più grave che farne quotidiano mercimonio e per questo il parroco di Sant’Andrea delle Fratte la censì sul Libro delle Anime come “Corteggiana scandalosa”.
Sul finire dell’anno seguente, il 1600, Ranuccio ha una nuova fiamma, tale Prudenza Zacchia e Fillide non si trattiene dal cogliere in flagrante i due amanti. Accecata dalla gelosia, ma forse anche decisa a difendere il primato raggiunto nel giro delle cortigiane controllate dai Tomassoni,  Fillide  aggredisce, insulta, strappa i capelli e prende a pugni la rivale. Prova anche a sfregiarla con un coltello e, sebbene ci sia chi la trattiene, riesce comunque a ferire Prudenza Zacchia  a una mano. Fillide viene arrestata, ma stavolta nessun protettore si muove in suo aiuto per evitarle il carcere e la condanna.
Finita così la diretta protezione di Ranuccio, alla Melandroni non resta che esercitare il mestiere in autonomia, mettendo a profitto i rapporti con i clienti titolati e potenti che aveva intrattenuto fino a quel momento, non senza incorrere nei rischi del caso. Come quando, nel luglio del 1601, viene arrestata nottetempo dai birri alla Scrofa mentre si sta recando dal cardinale Benedetto Giustiniani, nel suo palazzo di Rione Sant’Eustachio, in compagnia di Ulisse Masetti, spenditore a servizio del porporato.
Nei giorni seguenti, durante la detenzione, Fillide e Ulisse vengono sottoposti dal magistrato a stringenti interrogatori. Lei cerca di tenere lontano il cardinale suo cliente dalle carte processuali col dire che si stava recando da un certo Asdrubale, e come meglio può cerca di sottrarsi dall’accusa, all’epoca assai insidiosa, di aver traviato il Masetti novello sposo, sottraendolo al letto coniugale.
Per parte sua Ulisse deve ammettere di conoscerla, di aver avuto a che fare carnalmente con lei e di averle anche donato una veste di taffettà. Ma lui pure, per non essere accusato di adulterio, fa di tutto per retrodatare i loro incontri a prima del suo matrimonio.
Alla fine Ulisse prova ad esibire  il ben noto nome di Ranuccio Tomassoni, che però nulla fece né per lui, né per l’ex amante, uscita definitivamente dalla sfera della sua diretta protezione.
A due giorni dal loro arresto, dopo che nessuno si era presentato a pagare la taxa maleficii  di ben 50 scudi per tirarli fuori da Tor di Nona, Ulisse Masetti viene rinviato a giudizio e Fillide, carcerata per la terza volta, potrebbe essere stata processata, condannata ed esposta al ludibrio della pubblica frusta.
Ora,  tornata  nell’emarginazione dei  suoi primi anni romani, Fillide si trova di nuovo alla mercé di uomini in banda  che di notte le fanno le baie gettando sassi alla finestra di casa sua, e di lenoni che cercano di approfittare della condizione di povertà e solitudine in cui è ricaduta.
Non le resta così che ricorrere all’aiuto dei familiari  e andarsene ad abitare al Babuino, “alla cantonata della strada della Croce sopra ad un fruttarolo” dalla zia Piera, sorella di sua madre Cinzia, vedova  di un tal Giovanni “battiloro” col quale si era nel frattempo maritata.
Il ritrovato sodalizio fra le due donne, che vede Piera all’occorrenza fare da ruffiana a Fillide, non esclude le ricorrenti liti con rivali e colleghe. A novembre del 1602, più aggressiva e attaccabrighe che mai, Fillide graffia al viso e prende a calci e a pugni la bella Amabilia Antonietti detta Pilla, e poi assale anche la sorella di questa, Maddalena, gravida e prossima al parto. Dopo la querela e il carcere, la pace che vien fatta fare alle due donne sembra aver riportato Fillide nella sfera di controllo dei Tomassoni. Questa volta però nella persona di Giovan Francesco, il più autorevole dei fratelli, sotto la cui protezione la Melandroni riesce ad imprimere un’altra svolta alla sua vita.
Inaspettatamente, a partire dal 1603, la “Corteggiana scandalosa” di qualche anno prima prende rapporto con la sua nuova parrocchia di Santa Maria del Popolo e nel mese di febbraio – Fillide ha ora 21 anni – la troviamo ad abitare in strada “Paulina verso Margutta”, in una casa di proprietà del nobile banchiere pisano Tiberio Ceuli, insieme alla zia Piera e al fratello Silvio: tutti risultano cresimati e ricevono la Comunione.
L’anno seguente la Melandroni sembra godere di una certa agiatezza: cura le pratiche devozionali, si dedica a opere di carità e risulta  essere a capo di un nucleo familiare composto, oltre che dalla zia Piera e dal fratello Silvio, anche da un servitore, tale Ottavio di 14 anni e da Geronima Ortensia, giovane cortigiana. In quello stesso anno entra a far parte della famiglia anche Giovanni, putto di 4 anni, uno dei “fanciullini esposti” dello Spedale di Santo Spirito in Sassia, che Fillide ha appena adottato.
Il comportamento filantropico si avvaleva anche del comparatico e difatti, proprio nella prima metà del 1604, la Melandroni  si presta a fare da madrina a ben tre neonati: Fillide, Giovanni Battista e Alessandro, che ha per padrino Alessandro Damasceni Peretti, noto come il Cardinal Montalto.
Un tale serrato impegno – che vede Fillide prodigarsi per raggiungere una condizione di onorabilità e che accelera il suo processo di integrazione e ascesa sociale – si spiega alla luce della relazione amorosa da poco avviata con Giulio Strozzi, nobiluomo veneziano. Di due anni più giovane, lo Strozzi era figlio illegittimo di Roberto, banchiere fiorentino che operava a Venezia, e per volontà di suo padre si era trasferito a Roma con il proposito di intraprendere la carriera ecclesiastica, che però abbandonò presto, preso come fu dalla passione per le lettere e per il teatro e dall’amore per Fillide. Infatti gli anni che egli trascorre con la sua cortigiana lo avvieranno a diventare a breve uno dei personaggi di spicco della cultura accademica italiana del tempo.
Il legame che attorno al 1604 si era stabilito fra i due è testimoniato dal Ritratto di Fillide che Giulio fece dipingere al Caravaggio, dando alla sua concubina l’occasione e il piacere di posare di nuovo per il famoso pittore. Stavolta non da modella che presta le sue fattezze a una santa, ma nella sua identità umana e sociale, come donna amata e protagonista della sua vita, cortigiana honesta e forse anche sua sposa.
Nel suo ritratto Fillide appare donna graziosa, ma non di rara bellezza, di chiarissimo incarnato e dai capelli bruni raccolti in una montagna di riccioli inanellati come usavano portare le cortigiane del tempo. Discretamente ornata di semplici gioielli – un bracciale di pasta vitrea e un paio di orecchini di perle a grappolo – Fillide rivolge allo spettatore il suo sguardo astuto e penetrante, mentre con gesto aggraziato porta al petto un piccolo fiore, forse di bergamotto, il tradizionale attributo delle cortigiane, o forse di mirto, il tradizionale attributo delle spose. Con acuto sguardo d’artista il Caravaggio sembra voler affidare proprio alla sottile ambiguità di questo rametto profumato, il tratto distintivo – tra un passato incancellabile e un desiderabile futuro –  degli anni che legarono la cortigiana Fillide al suo giovane poeta.
Accanto a Giulio Strozzi, che nel frattempo divenne commediografo e fondò a Roma nel 1608 l’Accademia degli Ordinati, Fillide trascorre giorni di vita tranquilla e forse felice. Vive con lui in pubblico ménage  nella sua nuova casa a via Frattina, aiutata da Maddalena sua piccola alunna e da Ortensia Cassia serva e cortigiana, sempre  attenta a consolidare le sue condizioni economiche e a coltivare il suo status sociale.
Quando però Giulio, alla morte di suo padre, entra in possesso di una cospicua eredità, i parenti, nell’intento di scongiurare il matrimonio con la cortigiana cui il giovane sembrava accingersi, si rivolgono a Paolo V affinché intervenga per separare i due amanti. Così nei primi giorni di aprile del 1612 si diffonde, e giunge anche a Firenze, la notizia che “all’improviso d’ordine del Papa è stata presa una tal Fillide famosa cortegiana et mandata fuori di Roma con ordine che non vi debba più tornare”.  Lo status di cortigiana honesta che Fillide così pervicacemente aveva perseguito e infine raggiunto, non era riuscito a compiersi fino all’ambito disegno di diventare una sposa. Cacciata dall’Urbe la Melandroni  ripara prima a Orvieto e poi, forse, a Siena sua città natale.
Fu un esilio di breve durata,  perché due anni dopo Fillide è di nuovo a Roma, dove ha casa e beni e dove, l’8 ottobre del 1614, a trentadue anni, non essendo forse più in buona salute, detta al notaio Tranquillo Pizzuti il suo testamento.
Secondo le consuetudini correnti, Fillide dispone vari legati per la sua anima alle chiese di Santa Maria in Costantinopoli, di Sant’Anna del Carmine, di San Martino ai Monti e all’Ospedale dei poveri fanciulli letterati dell’Urbe. Alla zia Piera assegna 50 scudi e a Maddalena, sua “alunna”  ora in età da marito, lascia la cospicua cifra di 100 scudi per farsi la dote. Al Monastero delle Convertite lega, com’era d’obbligo per ogni cortigiana, la quinta parte della sua eredità e per i restanti beni mobili e immobili, nomina suoi eredi universali i nipoti Nicola e Giacomo Melandroni, figli del fratello Silvio nel frattempo deceduto.
Del ritratto, che Michelangelo Merisi da Caravaggio le aveva dipinto dieci anni prima su richiesta di Giulio e che lei gelosamente conservava in casa sua, dispone che venga restituito al suo perduto amante.
Modella di un pittore e musa di un poeta, quattro anni dopo, nel 1618,  Fillide Melandroni muore nella sua casa “alla strada de Borgognoni” e il 3 luglio viene sepolta a San Lorenzo in Lucina, nel rispetto delle sue volontà.

Testo di Fiora Bellini tutelato su Patamu.com con numero di registro 57940                   1

Fonti, risorse bibliografiche, siti

F. Bellini, Dalla figura di una donna all'immagine interiore dell'artista. Per una ricerca sull'ombra, Tesi di ricerca, Siena, Scuola di Specializzazione in Archeologia e Storia dell'Arte dell'Università degli Studi, A.A. 1990-91

F. Bellini, Caravaggio lo spadaccino e le sue cortigiane, in L'Unità, 9 dicembre 1992

R. Bassani - F. Bellini, Caravaggio assassino: la carriera di un valent’huomo fazioso nella Roma della Controriforma, Roma 1994, fig. 7, pp.67-68,72-79,82,93,107,121,133,243

F. Bellini, Melandroni Fillide, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 73, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2009 pp. 229-232

Sul Web molti siti dedicano una o più pagine a Fillide Melandroni, replicando e più spesso alterando quanto scritto in Caravaggio assassino senza citarne la fonte

Fiora Bellini

Nata a Siena e laureata in storia e critica d'arte, lavora a Roma presso il Ministero dei beni, delle attività culturali e del turismo. Tra le sue pubblicazioni Caravaggio assassino scritto con Riccardo Bassani che ne curò la parte documentaria. Per le esperienze di studio e di ricerca condotte in campo umanistico e non istituzionale, si considera una independent scholar.
fiorabellini2013@gmail.com

 

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