Franca Helg

Milano 1920 - 1986
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“Discreta, sobria nella parola e nello sguardo; il suo portamento era deciso, il portamento di una persona che anticipa il passo con lo sguardo, l’udito e l’olfatto. E così era solita procedere nel suo lavoro”.

In questo modo Vélez Catrain (2006), che ha avuto la fortuna di lavorare con lei, descrive Franca Helg, definendola la gran dama dell’architettura italiana proprio per la sua innata classe, per la sua eleganza e per la sua professionalità.

Nata a Milano da padre svizzero e da madre originaria della Germania del nord (il cui nome era Alice Ahrens), Franca, ancora studentessa, presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, completa la propria formazione nello studio BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers) dove apprende la poetica e il linguaggio del razionalismo.

Dopo la laurea si associa con Franco Albini, al quale resterà legata in un perfetto sodalizio fino alla morte del maestro (1977) realizzando con lui edifici, musei, allestimenti e oggetti entrati a far parte della storia dell’architettura e del design.

Nei 25 anni in cui è durata la loro collaborazione, i progetti si sono susseguiti, dagli interventi di urbanistica, a quelli architettonici, si vedano, fra i tanti, i grandi magazzini La Rinascente, a Roma (1957-1960), le nuove terme Luigi Zoja a Salsomaggiore (1964-1970) e il palazzo SNAM a San Donato Milanese (1969-1972). Poi ci sono i restauri, come quello del monumento sepolcrale di Margherita di Lussemburgo a Palazzo Bianco (1956-86) e quelli di Palazzo Rosso (1952-62) a Genova; dell’isolato Fossati (1974-1980) a Milano e la ristrutturazione del complesso di Sant’Agostino (1963-1979) sempre a Genova; e ancora gli allestimenti museali, come quello della nuova Pinacoteca del Castello Sforzesco (1972-1980) a Milano e del chiostro e Museo civico degli Eremitani a Padova (1969-1986). E ancora i lavori per la metropolitana MM1 linea rossa di Milano (1963, con cui Franca Helg e Franco Albini, nel 1964, hanno vinto il premio Compasso d’oro insieme a Bob Noorda), fino al progetto della stazione di Molino Dorino della stessa Metropolitana (1980-85), senza dimenticare gli arredi del negozio Olivetti a Parigi (1958-60), tanto per citarne soltanto alcuni. (Dagli anni Sessanta sono entrati a far parte dello studio Albini-Helg anche Antonio Piva e Marco Albini, da quel momento cofirmatari dei progetti.)

Accanto alla professione di architetto, “la Helg” (così la chiamavamo noi allievi in facoltà, lasciando sottinteso il titolo di professoressa, come spesso fanno gli studenti, ma con quel rispetto nel tono che è tipico dei lombardi) svolse pure quella di docente di Composizione architettonica, prima allo IUAV di Venezia, poi al Politecnico di Milano.

Personalmente ricordo che la più bella lezione di storia dell’architettura moderna, che io abbia mai seguito ad architettura è stata la sua, quando, nel 1974, ho frequentato il suo corso di Composizione III. Spaziando da Berlage ai nostri razionalisti, ne aveva impostata la lettura sulla base delle loro scelte e soluzioni compositive. La sua esposizione era chiara, illuminante, avvincente, ne conservo ancora gli appunti che, a volte, consulto.

Franca Helg ha anche insegnato design all’Università Tecnica di Monaco e alla Facoltà di Architettura dell’Università Cattolica di Córdoba, in Argentina. Innumerevoli poi sono stati i seminari di specializzazione da lei tenuti in Spagna, in Ecuador, in Colombia, in Brasile e in Perù.

Franca Helg si è dedicata anche al design, progettando numerosi oggetti, la più parte con Franco Albini, tra i quali la famosa poltrona Tre pezzi PL 19 (1957), la libreria LB7 (1957), il tavolo TL22 (1958), tutti per la ditta Poggi, e ancora lampade per Arteluce e per Sirrah, sedute in midollino per Vittorio Bonacina, maniglie per Olivari, gioielli ed argenti per San Lorenzo, il televisore Orion 23 per Brionvega (1961) e molti altri ancora.

Ma Helg ha creato anche opere in autonomia, in particolare per Vittorio Bonacina, un’azienda brianzola specializzata nella lavorazione del giunco e del midollino per la quale, oltre, ad Albini, hanno lavorato anche Gio Ponti, Joe Colombo, Gae Aulenti ed altri.

Interessata soprattutto ad indagare le potenzialità della linea curva che, traslando dal piano allo spazio, si muta in volume acquisendo così eccellenti virtù statiche, ha progettato, tra le altre cose, la famosa poltrona Primavera (1967), esposta in permanenza al Philadelphia Museum of fine Arts e al Triennale Design Museum di Milano. Priva di struttura portante, questa poltrona si autoregge e sostiene il peso di chi vi si siede grazie al mirabile intreccio della trama di giunchi che ne origina la forma facendosi struttura. Ritengo che sia la stessa personalità di Franca Helg a trovare metaforico riscontro nella linea curva: sinuosa e solida nel suo divenir portante, essa è, infatti, al pari di lei, garbata ma tenace, formale e nello stesso tempo sostanziale. Non per nulla l’ha introdotta in molte realizzazioni architettoniche e di design concepite con Albini, quasi in armonico contrappunto con l’ortogonalità astratta, magica e lieve, prediletta, invece, dal maestro. E penso si possa attribuire anche a questo dialettico gioco di contrasti l’eterna bellezza che scaturisce dalle opere che essi hanno progettato insieme.

Nel suo lavoro progettuale, Franca Helg ha sempre mostrato una cura meticolosa per il dettaglio (forse mutuata in gioventù da Enrico Peressutti, di cui si narra essere stato un perfezionista del minuto particolare) che la portava a disegnare addirittura gli esecutivi dei progetti per Bonacina in scala 1:1, una scala assai provvida per realizzare i prototipi dei suoi pezzi, tutti connotati da uno sviluppo lineare oltremodo complesso. A tale proposito, ecco le sue parole:

Il dettaglio è fondamentale per la definizione dell’insieme, il dettaglio può determinare un progetto e certamente lo caratterizza. Il risultato complessivo dell’opera è connesso ai dettagli, per disegno e qualità. Il dettaglio incide sui valori spaziali e volumetrici del costruito.”

Sempre attenta alla ricerca del nuovo, senza mai dimenticare il rispetto per la tradizione, con il rigore metodologico che la contraddistingueva, nei suoi progetti Franca Helg ha saputo sapientemente fondere modernità e classicità, razionalità e creatività, dando vita ad esiti di raffinata eleganza e di ineguagliata semplicità, sempre avulsi dalle mode culturali del momento e scevri da ogni rigurgito di accademismo.

La sua qualità precipua“, ha scritto di lei nel 2006 Aurelio Cortesi, storico collaboratore dello studio Albini-Helg, “era l’atteggiamento conscio del proprio mestiere di architetto che manteneva e dimostrava anche il tratto della sua femminilità. Si arricchiva la vita con il piacere dell’accarezzare le stoffe, i vetri, gli agenti, i gioielli; componeva disegnando decorazioni asciutte, creando manufatti intrecciati. Oggetti di una misura trattenuta, dimostrativi di quell’attenzione artigiana all’invenzione e alla manualità, con propensione alla creazione di un’offerta di pezzi sofisticati, vagamente intellettual-chic […] per scoprire, nell’appropriatezza dell’impiego dei materiali, la loro fisicità e l’appartenenza ad un mondo non più astratto ma concreto, gioioso, materico e post-design. La Franca, nel disegno, si faceva compagnia da sola. Ed era bellissima.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Vittorio Prina, Sant'Agostino a Genova. Franco Albini, Franca Helg, Antonio Piva, Marco Albini, SAGEP, 1993

Franca Helg, la gran dama dell’architettura italiana, a cura di Antonio Piva e Vittorio Prina, Atti del Convegno tenutosi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel gennaio 2006, Edizioni Franco Angeli, 2006

Vittorio Prina, Franca Helg. Casa a Gallarate Lombardo, Alinea, 2006

Voce in Scienza a due Voci, Le donne nella Scienza italiana dal Settecento al Novecento http://scienzaa2voci.unibo.it/biografie/1214-helg-franca

Maria Luisa Ghianda, Franca Helg, la gran dama dell’architettura, in Doppiozero.com, 17.05.2020; https://www.doppiozero.com/materiali/franca-helg-la-gran-dama-dellarchitettura

Maria Luisa Ghianda

Docente di Storia dell’Arte e scrittrice, ha insegnato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e in numerose scuole italiane, tra cui l’Istituto Statale d’Arte di Monza nei suoi anni gloriosi. Per Italia Medievale ha pubblicato il romanzo storico I mercanti bizantini scomparsi (2017), con cui ha vinto tre premi letterari. È autrice di numerosi racconti a soggetto storico-artistico, di cui l’ultimo, Un filo di seta, pubblicato da Bolis nel 2018. Il suo amore per il Medioevo va di pari passo con quello per il design, campo nel quale ha maturato una accreditata competenza. Ha scritto per molte riviste d’arte, attualmente collabora con la rivista culturale «Doppiozero». Brianzola di nascita, vive e scrive a Terracina.

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