Golda Meir

Kiev 1898 - Gerusalemme 1978
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«Ha capelli grigi e ricciuti. Un viso stanco e grinzoso, un corpo pesante sorretto da gambe gonfie, malferme, di piombo. Come mia madre, ha quell’aspetto da massaia ossessionata dalla pulizia. Perché, capisci, sono donne che non usano più. E la cui ricchezza consiste in una semplicità disarmante, una modestia irritante, una saggezza che viene dall’aver sgobbato tutta la vita».

È la penna della celebre inviata di guerra Oriana Fallaci a scrivere il ritratto della statista israeliana Golda Meir. La prima e unica donna a ricoprire, nell’allora neonato Stato ebraico, il ruolo di ministro degli Esteri e poi, ancora, di premier.
Energica e potentissima, capace di condizionare con un solo battito di ciglia le sorti del Medio Oriente. Che ha dedicato la sua intera vita ai suoi due grandi amori: il socialismo e la Terra Promessa.
Nata a Kiev nel 1898 da una famiglia di ebrei ucraini, il suo vero nome è Golda Mabovitz. Fu infatti il padre fondatore di Israele Ben Gurion, più avanti negli anni, a imporle un cognome che suonasse più “ebraico”. Meir, appunto, che significa “illuminato”.
In Russia la famiglia Mabovitz non ha vita facile. In quel periodo, gli ebrei sono perseguitati dal regime zarista. Nel 1903, sperando di trovare sollievo, si trasferiscono a Pinsk. Ma nel 1905 la furia dello zar Nicola II raggiunge il suo apice: i nemici massimi sono i socialisti e gli ebrei. La famiglia Mabovitz li incarna entrambi. E così, quando Golda ha appena 8 anni, si trasferiscono negli Stati Uniti, a Milwaukee, nel Wisconsin. L’amore per l’America rimarrà uno dei cardini della sua vita, che contrapporrà sempre alla sensazione di soffocamento sperimentata invece in Russia: «L’America che ho conosciuto io» – dirà più avanti – «è un posto dove gli uomini a cavallo proteggono il corteo di lavoratori. La Russia che ho conosciuto io, è un posto dove gli uomini a cavallo massacrano i giovani socialisti e gli ebrei».
È a Denver, dove si trasferisce a 14 anni a casa della sorella maggiore dopo un litigio con i genitori che volevano farle abbandonare gli studi, che Golda si confronta per la prima volta con il mondo letterario, il femminismo e il sionismo. È amore a prima vista. L’altro amore arriva all’età di 15 anni, quando conosce Morris Meyerson, che tre anni dopo diventa suo marito. Sarà il suo compagno, il padre dei suoi figli, ma anche il più grande rimpianto della sua vita. «Era una creatura meravigliosa» – dirà più avanti, rimasta ormai vedova – «e con una donna diversa da me al suo fianco avrebbe davvero potuto essere felice».
A 23 anni, nel 1921, parte con il marito per la Palestina. Il viaggio è lungo e tumultuoso: dall’Oceano Atlantico, a bordo della SS Pochaontas, arrivano al Mediterraneo. Quindi sbarcano a Napoli e da lì, attraverso numerose barche e treni, raggiungono la Terrasanta. Golda – contro il parere del marito – alla fine la spunta e si trasferiscono in un kibbutz. È lì, in un villaggio dove i lavoratori vivono in una società basata sulla comunione di proprietà e sulle regole solidaristiche, che inizia la sua vera formazione politica.
L’esperienza del kibbutz dura fino al 1924. Quella data è legata a due eventi, uno lieto e uno no. Golda dà alla luce il primo figlio, ma per il marito Morris è l’inizio di una lunga malattia. L’intera famiglia si sposta a Gerusalemme.
Golda non è religiosa. «Da bambina – racconterà – andavo in sinagoga solo nel giorno del capodanno ebraico, per accompagnare mia mamma e trovarle un posto a sedere». E – lo ripeterà sempre – il suo senso di religione non viene da fede o dogmi, ma dalla fiducia istintiva negli uomini e dall’amore ostinato per l’umanità.
L’impegno politico cresce, e nel 1928 viene nominata segretario dell’Unione delle Donne Lavoratrici (Women’s Working Council), mentre nel 1930 entra a far parte del neonato Mapai, partito dei lavoratori israeliani, che in seguito si fonderà nel partito dei laburisti. Nel 1946 diventa capo del dipartimento politico dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, dopo aver svolto una brillante carriera nella centrale sindacale dell’Histadrut, unione dei lavoratori israeliani. Nel frattempo diventa delegata della World Zionist Organization e gestisce l’immigrazione illegale di transfughi ebrei dall’Europa alla Palestina durante la seconda guerra mondiale.
Il 14 maggio 1948 nasce lo Stato di Israele. Membro del Consiglio Provvisorio di Stato, il nome di Golda compare fra i 24 firmatari della dichiarazione di indipendenza. «Dopo aver firmato – racconterà – mi misi a piangere. Quando avevo studiato, a scuola, la storia americana e la firma della dichiarazione di indipendenza, non riuscivo a immaginare che fossero vere persone che facevano qualcosa di reale. E poi, proprio io, ero lì seduta a firmare una dichiarazione di indipendenza». Da quel momento la sua vita sarà interamente votata alla costruzione e all’istituzionalizzazione del Paese.
Golda diventa così la prima ambasciatrice del neonato Stato di Israele a Mosca. Viene eletta nelle fila del partito Mapai nella prima Knesset, il parlamento israeliano. L’allora primo ministro, David Ben-Gurion, la propone anche come vice primo ministro. Ma lei declina l’offerta, accettando invece la carica di ministro del lavoro, sfidando l’ostilità di molti laburisti che non vedevano di buon occhio una donna a capo di quell’importante e strategico dicastero. Le critiche si dimostrano infondate: Golda si impegna a fondo per risolvere i problemi di sicurezza sociale dei nuovi coloni israeliani, travolti dal problema delle case e dei posti di lavoro.
Il 1950 è un anno segnato da un evento tragico per Golda: suo marito Morris muore per un attacco cardiaco. La coppia viveva di fatto separata da anni. Ma lei non aveva mai smesso di nutrire un affetto profondo e di provare feroci sensi di colpa nei confronti del compagno, perennemente al secondo posto in una vita dove la politica rivestiva sempre il primo.
Nel 1950 la Meir si candida a sindaco di Tel Aviv, ma perde le elezioni. Non si abbatte. E poco dopo arriva la sua decisiva consacrazione: la nomina a ministro degli esteri. Nel 1956 si ritrova a gestire una delle più delicate operazioni di politica estera del Medio Oriente: la crisi del canale di Suez. Durante questa carica, le leggende e le indiscrezioni sul suo conto si sprecano. Come quella che la vuole autrice di una fitta corrispondenza con le più alte cariche istituzionali polacche dell’epoca, in cui il ministro israeliano chiedeva espressamente – negli anni in cui gli ebrei attraverso la “Legge del ritorno” si trasferivano in massa in Israele – che fosse vietato l’ingresso ai diversamente abili e agli anziani.
Un altro aneddoto risale alla difficile trattativa con il re della Transgiordania Abdullah Ibn Husayn, il governante arabo con il quale diede avvio ai colloqui di pace fra Israele e Giordania. Il primo incontro, infatti, sarebbe avvenuto in una tenda fra il Re in persona e Golda, travestita da beduino per non farsi riconoscere.
Si sprecano oltre agli aneddoti le battute sull’aspetto fisico di Golda. «Sei il miglior uomo del mio governo», era solito ripetere con sarcasmo Ben-Gurion, rimarcando però non certo una carenza di femminilità, quanto una grinta fuori dall’ordinario. E del resto Golda portava scarpe ortopediche, mai calzature con il tacco, fumava sessanta sigarette al giorno, aveva le mani ingiallite dalla nicotina e beveva molte tazze di caffè. Golda tuttavia ci teneva a indossare, nelle occasioni pubbliche come in quelle private, un filo di perle e a laccarsi le unghie di smalto rosa.
Nel 1963 le viene diagnosticato un linfoma. Tre anni dopo, stanca e malata, si dimette dalla carica di ministro degli esteri. Inaspettatamente torna sulla scena politica nel 1968 – mentre il partito laburista rischia la spaccatura – con la massima carica: primo ministro. È la prima donna eletta a ricoprire la principale carica politica dello Stato di Israele.
In quegli anni, Golda stringe un’alleanza sempre più forte con il Paese che l’aveva adottata da bambina e dove si era per la prima volta sentita a casa: gli Stati Uniti. Forte di una solida amicizia con il presidente americano Richard Nixon, incoraggia l’immigrazione degli ebrei statunitensi in Israele, che in quegli anni arrivano in massa.
Sanguigna, prepotente e a volte collerica, non era amata dalla stampa internazionale. Fra i cronisti dunque aveva pochissimi amici. Uno di questi era la punta di diamante del giornalismo italiano del Novecento: Indro Montanelli. Alto e allampanato lui, massiccia e sempre vestita di nero lei, diversissimi per aspetto fisico e per provenienza ma uniti da un’affinità intellettuale e da una forte stima reciproca. «Golda fu la prima a telefonarmi quando a Milano fui gambizzato dai terroristi», raccontò l’inviato toscano. «Una volta mi fece vedere una lettera di Ben Gurion, litigavano sempre» – scriverà Montanelli in un articolo subito dopo la morte della statista – «Sei la solita vecchia puttana corrotta», c’era scritto nella lettera. La risposta: «Vecchia è vero, puttana non più delle altre, corrotta mai».
Agli inizi degli anni Settanta il suo governo affronta due delle più dolorose crisi internazionali: il massacro di Monaco e la guerra dello Yom Kippur. Durante le olimpiadi a Monaco di Baviera del 1972, infatti, un commando palestinese chiamato “Settembre nero”, prende in ostaggio la delegazione degli atleti israeliani. I palestinesi chiedono in cambio la liberazione di alcuni prigionieri politici, ma Golda mantiene la linea della fermezza: nessuna trattativa con i terroristi. Tutti e otto gli atleti vengono massacrati. La vendetta arriva, ma con calma: è lei a ordinare l’uccisione – per mano degli agenti del Mossad israeliano – di ciascuno dei responsabili della strage di Monaco, in quella che passerà alla storia come l’operazione “Collera di Dio”.
«I suo artigli erano graffianti – ricorderà ancora Montanelli – ma non lo sembravano perché erano retrattili». «Golda era materna, aveva sempre una buona parola per tutti, la carezza facile e soffice, l’indulgenza ruvida ma pronta, l’umorismo massiccio, la risata gorgogliante e contagiosa. Ma guai a chi rifiutava la sua protezione di chioccia». Nella lotta, infatti, Golda non assume mai gli atteggiamenti da “gladiatore” di Ben Gurion. Non grida, non impreca, non scaglia anatemi. Si siede sull’argine del fiume e aspetta che il cadavere del nemico passi. E passa sempre.
Un altro bagno di sangue avviene nel 1973, quando Israele è inaspettatamente attaccato durante lo Yom Kippur (la giornata dell’espiazione che per la religione ebraica è dedicata al digiuno e alla preghiera) da Egitto e Siria. Il primo ministro viene travolta dalle polemiche, nonostante un’inchiesta interna avesse dimostrato che il suo operato fosse stato corretto. Uno smacco e un’umiliazione insopportabili per Golda, già consumata da una leucemia che non le dava tregua. E così, pochi giorni prima del suo 76esimo compleanno, si ritira dalla vita politica.
Gli ultimi anni, per Golda, sono intimi, introspettivi, densi di nostalgia. «Quando una donna non vuole solamente partorire e allevare i figli» – era solita ripetere – «ma quando la donna vuole essere qualcuno…beh, è dura. Lo so per esperienza personale. Sei al lavoro e pensi ai figli che hai lasciato a casa. Sei a casa e pensi al lavoro che non stai facendo. Si scatena una lotta dentro di te: il tuo cuore va in pezzi». Sono pochissimi gli amici cui è consentito, in quel periodo, farle visita nella sua casa di Gerusalemme. Fra tazze di caffè nero, dolciumi e le irrinunciabili sigarette.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Golda Meir, My Life, Arnoldo Mondadori Editore, 1974

Menahem Meir, My mother Golda Meir, Harbor House Publication, 1983

Oriana Fallaci, «L’Europeo», Rcs editore, 1972

Indro Montanelli, «Il Giornale», 1978

Eli Barnavi, Storia d'Israele. Dalla nascita dello Stato all'assassinio di Rabin, Bompiani, 2001

Arianna Giunti

Laureata in Lingue e Letterature Straniere con specializzazione in letteratura angloamericana, dopo aver lavorato negli anni dell’università come traduttrice e interprete oggi è giornalista professionista specializzata in cronaca nera, giudiziaria e inchieste. Ha scritto per «Panorama», «Linkiesta», «Vanity Fair», agenzie di stampa, quotidiani locali e collabora con Radio Capital. Nel 2010 ha vinto il premio come migliore cronista dell’anno “under 30” per un’inchiesta su un caso di malagiustizia minorile.

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