Ida Ascoli

Graz 1906 - Ferrara 2011
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Lili Kohn nasce a Graz, nell’Austria sud-orientale, l’ultimo giorno del 1906. La madre è Berta Kohn, una domestica ebrea originaria di Varaždin; il padre è ignoto.
Il rabbino di Roma, Vittorio Castiglioni, si adopera per fare da tramite tra le comunità ebraiche italiane e austriache e il 14 aprile 1909 scrive a Pavia ai coniugi Ascoli, che hanno fatto domanda di adozione, che a Graz vi è una bimba “affettuosa e intelligente”. È presto deciso, così che Giulio Ascoli e la moglie Isa Magrini possano iniziare le pratiche per rendere Lili loro figlia a tutti gli effetti.
Per assicurare la piena legalità dell’adozione viene rintracciata la madre naturale, donna ”intelligente, garbata, vestita con accuratezza, ma priva di mezzi”, che conferma per iscritto la volontà di rinunciare a ogni diritto sulla figlia: non ha i mezzi per mantenerla e “basta che sia felice” (Fedeli 2017, p. 72).

La piccola Lili arriva dunque a Trieste il 3 gennaio 1910. Ha appena compiuto tre anni. Non sarà più Lili, ma, d’ora in avanti, Ida, come la nonna Levi. E sarà felice.
La piccola famiglia torna a Pavia il 5 gennaio del 1910 nella villetta di via Luino 10, accanto all’Università. Il padre, medico, è primario all’ospedale san Matteo.
Da Pavia, passando per Trieste dove rimane il padre, è a guerra appena iniziata che Ida giunge con la madre nel 1915 a Ferrara, in casa degli zii materni.

È accolta con amore: le persone qui sono tutte speciali. Lo zio Silvio, dopo essersi laureato in Scienze matematiche, fisiche e naturali a Bologna nel 1905 e divenuto nel 1913 libero docente di Fisica sperimentale presso lo stesso Ateneo, è partito volontario in guerra. Nel testamento lasciato aveva spiegato spiegato alla famiglia che “come Ebreo, figlio di quella generazione che subì le umiliazioni del Ghetto, ho il sacro dovere di partecipare alla lotta per quegli ideali che già diedero la libertà agli Ebrei Italiani” (Magrini 2015, p. 5). Con la moglie, Albertina Bassani infermiera della Croce Rossa, e i figli Giuliana e Uberto, vive al numero 76 di via Borgo dei Leoni. Oltre al bellissimo giardino, l’abitazione dei Magrini dispone anche di un campo da tennis, uno dei primi a Ferrara.

Passato il difficilissimo periodo della guerra con la notizia della morte del padre e l’interminabile assenza della madre (riuscita a tornare a Ferrara solo a fine 1917), la vita torna serena e piena di affetti. Il legame con la madre diviene strettissimo, quasi simbiotico, i cugini saranno veri fratelli.

Il giardino di via Borgo dei Leoni è il cuore pulsante della loro vita: qui con il cane Jor e poi sul campo da tennis (“chi ne aveva voglia, poteva tirare avanti a giocare a tennis fino alle cinque e mezzo, senza timore che l’umidità della sera, verso novembre già così forte, danneggiasse le corde delle racchette” (Bassani 1962, p. 88). Ida passerà ore speciali e saranno luoghi non solo di sport, di merende prima e di aperitivi poi, ma anche di racconti e confessioni tra cugini. La sua educazione è particolarmente curata. Seguita a casa da diversi professori, a 18 anni va a Strasburgo per imparare il francese, a 20 ad Aldershot, a sud-ovest di Londra, per l’inglese. La matematica e la fisica le studia con lo zio che le ripete “non è vero che la matematica è difficile; bisogna capirla perché poi è come leggere un libro”.

E se è per strada a Ferrara che Ida vede per la prima volta il futuro marito, e cioè Renzo Bonfiglioli primogenito di Giacomo e Maria Sacerdoti, è però in Inghilterra, dove soggiornano entrambi per motivi di studio, che iniziano a frequentarsi. Lei gli confida che il tennis è la sua grande passione. Lui non sa giocare, ma la porta a Wimbledon. Renzo, di famiglia facoltosa (sono proprietari terrieri), ha due lauree prese a Firenze, una in scienze politiche con Piero Calamandrei e l’altra in giurisprudenza. Intelligente e colto, frequenta l’ambiente liberal-socialista che prestò sarà di “Giustizia e Libertà”. Si innamorano. Il rabbino Leone Leoni celebra 15 giugno del 1930 il matrimonio; e quello stesso giorno Isa, con molta semplicità e molto amore, parla per la prima volta alla figlia della sua adozione (Fedeli 2017, p. 63).
La giovane coppia non farà l’alyah, cioè non andrà in Palestina per costruire Erez Israel e fuggire l’Italia fascista (come “scandalosamente” nel 1928 avevano fatto Ada Ascarelli e Enzo Sereni). Il loro viaggio di nozze sarà invece all’insegna del lusso: dal lago Maggiore (Grand Hotel des Iles Borromees) a Ginevra, passando per L’Aia (Grand Hotel di Scheveningen), dove è previsto che Renzo segua un corso di diritto internazionale. Vuole infatti intraprendere la carriera diplomatica, ma da irriducibile antifascista qual è si rifiuta di prendere la tessera del Partito e il sogno è presto infranto.
Quell’anno Silvio Magrini diviene Presidente della comunità ebraica di Ferrara. I coniugi Bonfiglioli hanno una figlia, Dory, e qualche anno dopo un figlio, Geri. Poiché l’appartamento in cui vivono, a fianco del Castello, comincia a farsi stretto, Renzo acquista il palazzo di via Palestro, ove la famiglia si trasferisce nel ’37. “Questa sarà la magna domus dei Bonfiglioli: un palazzo cinquecentesco con un’imponente scalinata che saliva dall’atrio d’entrata, sormontato da soffitti a cassettoni con decorazioni policrome; man mano arredata con mobili d’epoca, tra cui pezzi unici di squisita fattura, quella che poteva sembrare una casa museo era in realtà esuberante di vita e sempre movimentata, con i cani e i bambini liberi di correre dappertutto” (Dorigatti 2009).

Nel 1934 la cugina Giuliana si sposa con Marcello Pesaro. È l’ultimo lampo di serenità; cominciano ad arrivare profughi ebrei dal centro Europa che riportano cose inaudite. Vengono accolti da una comunità incredula. I racconti paiono inverosimili, eccessivi. Nel ’38 i bambini sono banditi dalle scuole del Regno e lo zio Silvio a metà dell’a.a. 1938-1939 viene espulso dall’università a seguito dell’applicazione del r.d.l. 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, con il quale viene vietato l’insegnamento negli istituti statali di ogni ordine e grado da parte di “persone di razza ebraica”.

Renzo, antifascista e militante nelle file della sinistra democratica, è schedato dalla polizia politica come “antifascista ebreo da internare in caso di guerra”. Pertanto, all’inizio della guerra, viene arrestato e confinato nel campo per dissidenti politici di Urbisaglia, dove arriva il 16 giugno per rimanervi quattordici mesi. Nell’angusta soffitta della villa Giustiniani-Bandini, la villa disabitata annessa all’abbazia di Fiastra dove vengono internati, Renzo ritrova un amico degli anni universitari, il medico triestino Bruno Pincherle, come lui ebreo e antifascista, accanito bibliofilo. Nasce da questa amicizia l’iniziazione alla bibliofilia: Bruno insegna a Renzo i metodi, i tempi, i segreti per formare una perfetta biblioteca. Ed è probabile che Bonfiglioli inizi qui a mettere a fuoco il taglio da dare alla sua collezione, che si sostanzierà nel seguire una precisa linea culturale: rievocare il mito della Ferrara estense.

A Ferrara intanto l’ormai famoso campo da tennis degli zii finisce nel mirino della prefettura ferrarese. E rimane deserto. La sera del 21 settembre 1941, il giorno di Rosh Hashanà (capodanno ebraico), una squadraccia fascista irrompe nel complesso di via Mazzini 95 e devasta il Tempio di rito tedesco e il cosiddetto “Oratorio Farnese”. Non è più tempo di stare a Ferrara. Ida e i bambini raggiungono Renzo che è già dalla sorella Wanda in Toscana.
Dopo l’8 settembre del ’43 la condizione degli ebrei in Italia diviene drammatica.

Il 16 ottobre, mentre a Roma avviene il rastrellamento del ghetto e inizia la deportazione degli ebrei romani, a Ferrara Silvio Magrini è arrestato e deportato ad Auschwitz dove viene annientato all’arrivo.
Il palazzo di via Palestro è requisito dall’esercito nazista che ne fa il proprio quartier generale: le tante camere del palazzo vengono numerate, i carri armati sistemati nel parco. Il 15 novembre 1943 è la terribile notte dell’eccidio del Castello Estense.

Ida e Renzo decidono di intraprendere la fuga in Svizzera con i figli, la madre e la famiglia di Wanda al completo. La prima tappa è Firenze, presso una organizzazione di passatori tanto sicura quanto costosa. Nel febbraio del ’44 si procurano documenti falsi e scelgono di tentare la fuga l’8 marzo, passando per il lago Maggiore (da Traffiume, sopra Cannobio, a Locarno). Sulla traccia conosciuta solo dai passatori, fatta di sterpi e fango pestato, nella boscaglia innevata, procedono di notte, in silenzio e a rilento. Wanda e Isa non ce la faranno. Tutti gli altri nel mezzo del buio, del freddo, del bosco, trovano “all’improvviso un mondo di luce”: la Svizzera. Da Lugano poi, nell’autunno del ’44, arrivano a Ginevra dove abiteranno tra la vieille ville e il lungolago, al 5 di rue du Vieux College. Resteranno fino al luglio del ’45, conducendo una vita elegante e incontrandosi con altri antifascisti e intellettuali, molto probabilmente avvicinando il circolo di rifugiati politici che si riuniva attorno a Ernesto Rossi: Luigi Einaudi, Egidio Reale, Umberto Terracini, Adriano Olivetti e il giovane Giandomenico Sertoli.

A guerra finita, da Ginevra, passando per Milano, i Bonfiglioli ritornano a Ferrara. Trovano la casa razziata e semidistrutta, depredata dei bei mobili. Non si scoraggiano e sostituiscono quanto manca, cercando di riportare tutto come prima.
La Comunità ebraica di Ferrara ricomincia a riunirsi per le feste religiose. La vita riprende: “dilaniati dal contrasto tra il dolore per gli uccisi e la gioia per i vivi, gli ebrei d’Italia furono di nuovo liberi di esistere, di essere uguali, di avere una loro identità” (M. Sarfatti 2000, p. 308). Ida sarà presidente dell’Associazione delle donne ebree d’Italia, sezione di Ferrara.

Grande appassionato e raffinato cultore di musica classica, Renzo, alla guida di un gruppo di concittadini, fonda subito la Società Ferrarese dei Concerti per organizzare e talvolta anche sovvenzionare di tasca propria una serie di concerti destinati a divenire memorabili. E nel solco della tradizione del collezionismo ferrarese, riprende a raccogliere rarità bibliografiche. Il suo studio al piano nobile, subito a destra in cima allo scalone, inizia a tappezzarsi di “un numero imprecisato (ma di gran lunga superiore al migliaio) di sceltissime edizioni a stampa dei secoli XV e XVI, chiuse in livree di rigoroso marocchino” (Petrella 2019, p. 58). Nel 1953 la National Book League e l’Italian Institute organizzano a Londra l’esposizione The Italian Book 1465-1900: tra i prestatori, oltre a Her Majesty the Queen, figura anche, unico italiano, Renzo Bonfiglioli (Petrella 2019, p. 55).

Non solo a Ferrara, Bonfiglioli “viene considerato anche a livello nazionale il portavoce del popolo perseguitato” (Dorigatti 2009) ed è pertanto incaricato dal C.L.N. di riorganizzare le comunità disperse. Difensore della dignità ebraica, è eletto presidente della Comunità ebraica ferrarese e diviene presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal ‘51 al ’53. “Personalità laica, ma profondo conoscitore della millenaria storia del suo popolo, era animato da una visione che intendeva iscrivere la questione ebraica tra i valori della Resistenza, e si batteva – sono sue parole – per ‘tenere desto negli anziani e far vibrare nei giovani il culto della Resistenza, in quanto sintesi di volontario sacrificio ed espressione storica ideale di tutto l’antifascismo italiano ed europeo’” (Dorigatti 2009). Anche per questo è cofondatore del Consiglio federativo della Resistenza, promosso da Ferruccio Parri. Sarà benemerito della Resistenza. Poi morirà, a 59 anni.
Dopo la sua morte, “la gentile signora Ida, che condivideva i suoi ideali” (Novitch 1964), ha continuato a tenere incontri musicali a casa tutti i martedì, è andata più volte in Israele e si è sempre adoperata per raccogliere fondi per sostenere la Comunità ebraica. In occasione del Giorno della Memoria del 2007, il Comune di Urbisaglia le ha conferito la cittadinanza onoraria.

Ida Ascoli muore il 28 maggio 2011, a 104 anni.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Intervista a Ida Ascoli Bonfiglioli, Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara

G. Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Einaudi, Torino 1962

M. Dorigatti, Le vite di Renzo Bonfiglioli, La multiforme figura di un protagonista della Ferrara ebraica del Novecento, in «Ferrara. Voci di una città», 31, dicembre 2009, pp. 41-50 (https://rivista.fondazionecarife.it/it/2009/item/684)

S. Fedeli, Gli occhiali del sentimento. Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese, La Giuntina, Firenze 2017

S. Magrini, Storia degli ebrei di Ferrara. Dalle origini al 1943, a cura di A. Pesaro, Belforte, Livorno 2015

M. Novitch, Ricordando Renzo Bonfiglioli. Un ebreo di gran cuore, in «Israel» 30.1.1964, 49 (17): 5

G. Petrella, Il libri ariosteschi di Renzo Bonfiglioli, in «la Biblioteca di via Senato» 2019, XI (11): 53-9. (http://www.bibliotecadiviasenato.it/images/BVS/BibliotecadiviaSenato_201911.pdf)

M. Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000

Paola Cosmacini

È medico, specialista in radiologia. Da alcuni anni si occupa di storia della medicina dell’antico Egitto e di paleoradiologia. È responsabile della rubrica di Paleoradiologia per la rivista «Il radiologo». Collabora con il Museo di Storia della Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. Oltre a lavori di carattere scientifico, ha scritto Alla ricerca dell’arte necessaria. Storia di un medico, di un papiro e di una mummia (Iacobelli 2009), Il medico delle mummie. Vita e avventure di Augustus Bozzi Granville (Laterza 2013), Il medico d’oggi è nato in Egitto. Alle origini del pensiero medico moderno (Piccin 2015), Paleoimaging (Il radiologo 2018) e Un legame sottile. Madame Boivin, Monsieur Tarnier e l'ostetricia (Baldini+Castoldi 2019).

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