Ilaria Del Carretto

Zuccarello 1379 - Lucca 1405
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Come grandi scrittori prima di me, Gabriele D’Annunzio, Salvatore Quasimodo, come tanti visitatori e gente “comune”, anche io ho subìto il fascino del sarcofago di marmo scolpito da Jacopo della Quercia che ritrae Ilaria Del Carretto nel duomo di san Martino a Lucca. Ne avevo studiato le caratteristiche artistiche sui banchi del liceo e all’università. Poi ne ho incontrato direttamente il fascino frequentando scrittori e poeti della terra toscana. E ho voluto, ho dovuto scriverne la storia.

Ma le fonti dirette poco o nulla raccontano della sua vita a Lucca, Signora alla corte di Paolo Guinigi ed ancor meno sappiamo di lei presso il padre Carlo, Marchese di Savona e Signore di Finale. Forse non la sua figura storica, ma il suo simulacro marmoreo abita nella fantasia di ogni donna e ogni uomo che l’ammira.

Era un destino femminile quello di essere ricordate nelle Cronache pubbliche solamente per i punti di tangenza col potere: così Ilaria è citata nei documenti quando sposa Paolo Guinigi, quando partorisce i due figli, dando alla casata il tanto atteso erede maschio. La “Cronica” di Giovanni Sercambi ricalca questo modello di storiografia pubblica e maschile, dove la donna è soltanto compagna-fattrice per la cui morte ci si deve fatalisticamente appellare alla volontà del Buon Dio.

Ilaria Del Carretto nacque in terra ligure nel 1379 figlia di Carlo del Carretto. La famiglia affondava le sue radici nel leggendario nome di Aleramo, vissuto intorno al 934, la cui fedeltà all’imperatore caratterizzò le alleanze di tutti i suoi discendenti, lui che amò Alasia, figlia dell’imperatore Ottone I.

Carlo del Carretto come tutta la sua famiglia, fu un fiero nemico della Repubblica di Genova, che cercava di impossessarsi della Liguria occidentale. A differenza del padre Carlo, Paolo Guinigi, il futuro sposo di Ilaria, non era di indole guerriera ma preferiva la diplomazia, da vero signore “illuminato” che pur amando e difendendo l’autonomia della propria città, non dimenticò le sue più intime necessità. Come la cultura. Fu un famoso collezionista di manoscritti e di gioielli preziosi il cui acquisto in gran misura coincide con il breve matrimonio con Ilaria del Carretto. Forse erano doni per la bella e giovane sposa?

Da più di cento anni Lucca aveva rapporti d’affari con Savona soprattutto per il commercio delle stoffe pregiate e le sete tessute dai mille telai lucchesi. All’inizio del 1400 era una città in gravissime condizioni: quasi spopolata per la morìa della recente peste e per la fuga di molti cittadini che volevano scampare al terribile morbo. Fuoriusciti politici aiutati da Firenze volevano riprendere il potere a Lucca: forte di questo timore il 14 ottobre del 1400 Paolo Guinigi si presentò armato a cavallo in piazza san Michele per essere acclamato Capitano con pieni poteri. Morì imprigionato a Pavia, nel 1432, dopo congiure di palazzo all’età di 59 anni.

Il 26 gennaio 1403 Ilaria del Carretto con il suo seguito nuziale, si mise alla volta della Toscana e dopo otto giorni arrivò a Lucca. Il 2 febbraio 1403, il giorno della purificazione, fu accolta da Paolo Guinigi a ponte san Pietro, a quattro chilometri dalla città turrita, con un lungo e sontuoso corteo. Il 3 febbraio del 1403 a Santo Romano si celebrarono le nozze tra Ilaria del Carretto, ventiquattro anni, e il Magnifico Signore di Lucca di circa trenta. Fu corte imbandita con vini, pollame, selvaggina recati in dono dalle famiglie nobili. E poi piffari e trombetti, buffoni e giullari.

Dopo tre giorni gli sposi partirono per un viaggio nei territori del contado, in Garfagnana, Versilia fino a Pietrasanta. Rientrarono a Lucca alla vigilia di Natale del 1403. Il 24 settembre del 1404, nove mesi dopo il suo rientro nella città turrita, Ilaria partorì il primo figlio, Ladislao, che ebbe il nome del suo padrino, il re di Napoli.

Alla fine del mese di novembre del 1405 nacque il secondo figlio, una bambina, Ilaria Minor ma sua madre, Ilaria Maior, morì l’8 dicembre successivo forse per setticemia dovuta al parto. Ilaria Minor, causa incolpevole della morte della madre, pare scomparsa dalle cronache e dalle carte ufficiali. Ma, come compete al destino femminile, è menzionata soltanto nell’atto del suo matrimonio: andò sposa al fratello del Doge di Genova, non aveva ancora compiuto quindici anni mentre lo sposo era già vedovo.

Ilaria morì assistita dal medico delle corti, Ugolino da Montecatini che aveva appena scoperto il miracoloso effetto delle acque che lo resero famoso e con esse tentò di curare anche il mal di ventre che faceva urlare la povera puerpera.

Ilaria del Carretto è stata sepolta con il suo segreto: morte per infezione post parto o per peritonite non riconosciuta?

Eppure una macabra leggenda avvolse subito la sua morte: il marito l’avrebbe avvelenata.

Le altre mogli: Caterina Anteminelli, la prima, sposa decenne ma non moglie, ancora “puella”, morta forse di peste a pochi mesi dal contratto nuziale; la terza, dopo Ilaria, Piacentina da Camerino, diede a Paolo 5 figli in 9 anni e morì “essendo gravida ancora”; infine Jacopa da Fuligno, dopo aver partorito una femmina a cui si diede il nome della nonna paterna, Filippa, partorì un’altra femmina morta qualche ora dopo la nascita lasciando la madre gravemente inferma e portandola rapidamente alla morte.

Esclusa Caterina che restò eternamente vergine, tutte le altre tre mogli di Paolo Guinigi sono morte in seguito al parto, frutto di un seme funesto?
Ma soltanto per Ilaria Paolo fece fare un sarcofago funebre commissionato al più famoso artista dell’epoca, Jacopo della Quercia che, per realizzarlo, interruppe nel Duomo di Ferrara la scultura della Madonna della Melagrana. La bellezza di Ilaria fece volare lo scalpello dello scultore che in due anni realizzò l’opera per poi ritornare a Maria, con animo rinvigorito dall’incanto della “bianca fiordaligi”.

Neria De Giovanni

Giornalista, saggista, presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, vive tra Roma ed Alghero. Dirige il periodico online portaleletterario.net. e le Edizioni Nemapress. Autrice di quaranta volumi tra cui E dicono che siamo poche Scrittrici italiane dell’Ultimo Novecento, edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha pubblicato 14 libri su Grazia Deledda e presiede la Giuria del Galtellì Literary Prize, dedicato alla scrittrice e del Premio di narrativa e giornalismo “Salvatore Cambosu”. Tiene seminari e incontri con Istituzioni nazionali ed internazionali. Ha ideato e coordina Rassegne e Premi letterari.

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