Laura Solera Mantegazza

Milano 1813 - Cannero 1873
Download PDF

Un vecchio milanese non metterebbe mai il “Matarel”, uno dei ristoranti più sinceri della città, nella zona di Brera, ma piuttosto al Garibaldi, visto che si trova in via Mantegazza, una traversa di corso Garibaldi. Ah sì, è il famoso medico ottocentesco, quello delle “fisiologie”: dell’amore, del piacere, del dolore, dell’odio, della donna. No, Paolo Mantegazza ha una via sua, a Villapizzone, alla periferia nord, fuori mano. Qui invece si tratta di sua madre.
Laura Solera nasce a Milano il 15 gennaio 1813 (regnante Napoleone, un anno prima che tornino gli austriaci) da ricca famiglia borghese originaria di Luino; il padre è un avvocato di chiari sentimenti anti-austriaci, che gli costeranno l’esilio in Svizzera. La famiglia vive un equilibrio molto difficile con i cambiamenti di regime politico-statuale: lo zio Antonio Solera è compagno di prigione di Silvio Pellico allo Spielberg ma poi, una volta graziato, qualcuno lo accusa di collaborazionismo con gli austriaci; lo zio Francesco, è ufficiale napoleonico, poi lo diventa con gli asburgici e nel 1848 sarà ministro della Guerra nel governo provvisorio di Daniele Manin a Venezia; un cugino, Temistocle, dopo aver conosciuto il giovane musicista Giuseppe Verdi, scriverà i libretti di varie sue opere, tra le quali il Nabucco (senza certo poter immaginare che il coro “Va’ pensiero…” verrà assunto con rozza prepotenza come inno di un movimento secessionista).
Ancora adolescente, Laura sposa il monzese Giovanni Battista Mantegazza. Matrimonio combinato, come usava. Va ad abitare a Monza, dove nascono Paolo (il futuro medico) e Costanza, mentre Emilio nascerà a Milano, dove Laura era tornata. È Paolo stesso, nell’autobiografia a raccontare i rapporti familiari. Il matrimonio di Laura Solera e Giambattista Mantegazza non è felice: «dirò qualche cosa anche de’ dispiaceri della mia vita famigliare. Mia madre è una donna di sentimenti delicatissimi, di ingegno non volgare, bella e piuttosto ricca eppure fu maritata ad un uomo e ciò lo dico per pura verità di sentimenti triviali, d’ingegno volgare e spiantato. Questo discordo rende infelice la vita di mia madre, ella che sarebbe accontentata di molto poco. Ed vedendo la gente così trivialotta e felice m’adiro pensando a mia madre». «Mio padre mi ha dato la vita; ma in ciò non fece alcun sagrifizio; anzi non mi diede né cuore, né ingegno; che il po’ che posseggo è dono di mia madre; dal momento ch’io vissi non imparai nulla di mio padre; tutto ebbi da mia madre; ora che bene devo volere io a mio padre?»
Laura si era dedicata personalmente all’istruzione iniziale dei figli, insegnando loro a leggere e scrivere seguendo i metodi di Lambruschini. Perché poi si trasferì a Milano? Nel Lombardo Veneto era prevista l’istruzione obbligatoria per tutti, ma vi erano due tipi di scuole: minori e maggiori. Le prime, che si trovavano in tutti i comuni, avevano due sole classi; le seconde, di tre classi, preparavano gli alunni che avrebbero continuato la scuola e si trovavano solo nei centri più popolati e nei capoluoghi. Perciò nel 1836 Paolo e sua madre si trasferiscono a Milano. «Quantunque mia madre stesse benissimo a Monza ed anzi fosse da tutti stimata ed amata, perché era un tesoro ed una perla in confronto delle donne monzesi, ella decise di abbandonare Monza e di stabilirsi a Milano onde quivi poter meglio attendere alla mia educazione: da qui si vedrà la sua grande generosità e forza d’animo, doti che mia madre possedeva in un grado veramente straordinaria. Arrivato a Milano nell’età di 5 anni fui mandato alla scuola Borselli nella prima classe elementare […] Alla sera dopo aver fatto i miei doveri leggeva due o tre libri con mia madre e con una voglia grandissima. Mia madre m’incominciò anche a insegnare un po’ di francese.»
Dal diario di Paolo si evince che il padre soggiorna quasi sempre a Monza, lontano dal resto della famiglia che vive a Milano e quando è in casa vi sono frequenti tensioni.
Della forte personalità di Laura Solera sono evidenti fin qui l’autonomia e l’interesse per l’educazione, che pratica in prima persona. Cresciuti i figli, manifesterà concretamente due altri aspetti: un forte senso nazionale e una grande sensibilità sociale. Durante le Cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848) si dedica all’assistenza dei feriti raccogliendo il denaro necessario alla loro cura e organizzando un servizio di lettighe per il trasporto dei feriti. Nella Milano liberata, la famiglia si adopera per la causa italiana ed è probabile (ma non certo) che nei quattro mesi seguenti Laura abbia conosciuto e frequentato Giuseppe Mazzini con il quale dall’anno seguente sarà spesso in rapporto epistolare.
Quando Radetzky rientra da vincitore a Milano, Laura insieme alla famiglia fugge in Piemonte, rifugiandosi a Cannero, a “la Sabbioncella”, la villa ereditata dal padre. Il 15 agosto sulla sponda opposta del lago Maggiore i volontari garibaldini sono impegnati in un ultimo scontro con gli austriaci: si fa traghettare a Luino dove incontra Garibaldi e gli offre assistenza ai feriti a Cannero. Più volte si reca sulla sponda lombarda per portare in salvo patrioti e disertori braccati dalla polizia austriaca e gira nel novarese per raccogliere fondi in sostegno di Venezia, la cui difesa è affidata a suo zio, Francesco Solera. Nella primavera del ’49 il marito era accorso volontario alla difesa delle Repubblica romana; Laura gli scriveva una lettera in cui così si lamentava: «Quanto mi duole di non essere a Roma anch’io. Non ch’io creda importante la mia presenza, Dio me ne guardi. (…) D’altronde, se potessi partir sola, parrebbe una cosa ridicola. Sembrerebbe che dessi un’eccessiva importanza alla mia utilità. Se fossi uomo si troverebbe giusto che mi battessi per l’indipendenza, ma a una povera donna non è neppure concesso di farsi illusione sul proprio meschino contributo. Non ho mai tanto maledetto il mio sesso!»
Solo nel 1850 può tornare a Milano. Affascinata da Garibaldi, si adopera per raccogliere i fondi necessari a finanziare la spedizione dei Mille e le successive imprese militari. Nel 1862 lo ospita nella villa di Cannero e quando il condottiero ferito in Aspromonte è rinchiuso nel forte di Varignano (La Spezia) accorre in suo aiuto rimanendogli vicino durante la detenzione dal 5 settembre al 17 novembre.
Veniamo all’altra dimensione, quella sociale. Laura Solera Mantegazza fu una benefattrice instancabile. Con i soldi raccolti per la difesa di Venezia – che nel frattempo era caduta, rendendo vana la colletta – fondò a Milano con l’autorizzazione del governo austriaco il Ricovero per i bambini lattanti (1850): istituzione laica finalizzata a mantenere e accudire temporaneamente i bambini poveri. La via del Matarel si trova proprio dove aveva aperto il primo ricovero. In capo a dieci anni i ricoveri in città diventeranno quattro e uno sarà aperto anche a Monza. Nel 1862, usando sempre il collaudato metodo della raccolta fondi tra le ricche donne milanesi dà vita alla Società di Mutuo Soccorso per le operaie. Per ultima crea L’Associazione generale delle operaie milanesi che comprende tutte le altre precedenti da lei istituite. Nei suoi appelli alle donne si notano principalmente i temi dell’emancipazionismo femminile propri del femminismo post–risorgimentale. Con eguale entusiasmo e spirito pratico si adopera per l’istruzione per donne adulte, crea scuole di alfabetizzazione per ragazze e il 21 novembre 1870 inaugura a Milano la Scuola Professionale Femminile, la prima in Italia.
Nel 1872 si ritira definitivamente nella villa di Cannero, che già abitava assiduamente dal 1867, anno in cui morì il marito. Muore il 15 settembre 1873, a soli sessant’anni.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Paolo Mantegazza, La mia mamma, Firenze, G. Barbera 1876

Paolo Mantegazza, Giornale della mia vita, Biblioteca civica di Monza

Paolo Colussi, Laura Solera Mantegazza sul sito Storia di Milano, con un'ampia bibliografia

Liviana Gazzetta, Laura Solera: la garibaldina senza fucile sul sito il Paese delle donne on line

Marco Todeschini

Marco Todeschini ama i soprannomi, che attribuisce e riceve. Tra quelli ricevuti apprezza “caminante”, che gli hanno dato a Montevideo, “andarilho” avuto a Porto Alegre e “vagamundo”, che si è dato da sé. Per osservare l'educazione in modo comparativo, gira il mondo; finché possibile, a piedi.
Fino al 2008 è stato docente di storia della pedagogia all'Università degli studi di Milano.

Leggi tutte le voci scritte da Marco Todeschini