Liliana (Eugenia) Castagnola

Genova 1895 - Napoli 1930
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Della sua famiglia, che vive nel quartiere genovese di San Martino, non sappiamo molto; abbiamo notizia di una sorella, Gina, che Liliana ricorderà nella sua ultima lettera.
Giovanissima, inizia una fortunata carriera di chanteuse e ballerina frequentando molti teatri d’Europa. Sono gli anni anteriori alla prima guerra mondiale e il pubblico acclama questa ragazza che a 16 anni ispira, per la bellezza e il carattere, il personaggio di Mimì Bluette, protagonista del romanzo di Guido da Verona Fiore del mio giardino, uno dei maggiori successi commerciali nell’Italia degli anni Venti. Con Lina Cavalieri e la Bella Otero, Liliana è una sciantosa assai nota; i suoi atteggiamenti in scena sono provocanti, mentre, fuori dal palcoscenico, è molto conosciuta per la frangetta nera, il suo sorriso ironico e sensuale, l’eleganza.
È abilissima a mutare abiti, voce e atteggiamenti. Le sue fotografie mostrano un volto sempre diverso: lo sguardo sembra alludere a misteri, burrasche e, d’altra parte, le avventure della Castagnola, in bilico fra cronaca rosa e nera, finiscono spesso sui giornali alimentando la sua leggenda di femme fatale.
«Battetevi a duello, il vincitore mi avrà»…
Raccontano i giornali dell’epoca che Liliana viene accusata, in Francia, di aver provocato con queste parole un duello tra due marinai che si contendevano i suoi favori; uno di loro rimane gravemente ferito, Liliana viene espulsa e fa ritorno in Italia, ma questo episodio sembra rafforzare il suo alone peccaminoso e conturbante. Viene ferita da un costruttore milanese che le spara due colpi di pistola mentre è nella vasca da bagno. La colpisce in fronte solo di striscio ma, crede di averla uccisa e, disperato, si suicida. In seguito, un giovane spasimante dilapida per lei l’intero patrimonio, tanto che i familiari intentano nei suoi confronti un processo di interdizione sostenendo che era stata la Castagnola a fargli perdere il senno.
Questa è la fama che la precede quando, nel Dicembre 1929, giunge a Napoli, scritturata dal Teatro Santa Lucia, all’appuntamento con il suo destino; pochi giorni più tardi Liliana telefona all’impresario del Teatro Nuovo dove recita Antonio De Curtis, in arte Totò, e gli chiede di riservarle una poltrona.
«È le sette meraviglie e poi da tutto quanto si capisce che è un vulcano, un fuoco, una forza della natura».
Così Salvatore Rubino, segretario e servo di scena dell’attore, gliela annuncia quella sera; Antonio la sbircia dal palcoscenico scostando appena il sipario: è seduta in un palco sola, il volto pallido è ombreggiato da un cappello di velluto nero, che nasconde un poco gli occhi verdi che molti hanno amato. Antonio non teme la sua “cattiva fama”, è affascinato da questa donna bellissima e sensuale che lo ha cercato; avverte il privilegio ma pure la certezza della conquista.
«È col profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia ammirazione».
Con questo biglietto e un grande mazzo di rose Antonio, il mattino successivo, inizia il corteggiamento. Liliana lo invita alla Pensione degli artisti Ida Rosa in Via Sedil di Porto, dove abita in un quartierino composto da un ingresso, una sala da pranzo e una camera da letto. L’arredamento è troppo carico con poltroncine damascate, tendaggi, ninnoli, un gusto che ad Antonio non piace e il suo primo impulso è di scappare. Ma ecco, lei gli si avvicina per donargli una foto nella quale appare con un abito di scena chiaro e vaporoso, i capelli acconciati alla garçon, la frangetta a coprire la cicatrice lasciatele dal colpo di pistola, e la dedica: Totò, un tuo bacio è tutto. È l’inizio del loro amore.
Liliana sta per compiere 35 anni, troppi per il mondo crudele del Café Chantant; ha avuto ai suoi piedi molti uomini, ma sembra trovare nel giovane attore la fine del suo peregrinare. Vuole legarlo a sé, gli propone di lavorare insieme ma, giorno dopo giorno, perde agli occhi di lui quell’aura peccaminosa di irraggiungibile seduttrice: lo tormenta con scenate di gelosia e pressanti richieste di stabilizzare il loro legame.
Il pensiero del matrimonio o di una convivenza con la Castagnola sono ipotesi per Antonio lontanissime; il sentimento di lei è scomodo ed eccessivo per lui, ma ha paura di perderla e le fa credere che forse un giorno… Dopo quasi un anno di furiosi litigi e successive riappacificazioni accetta, per sfuggirle, un contratto con la Compagnia Cabiria che lo avrebbe portato a lavorare a Padova.
Liliana non può sopportare quello che sa essere un addio e, quella notte, sola nella sua camera, si veste con i suoi abiti più eleganti e si trucca diligentemente. Poi scioglie un intero tubetto di sonniferi in un bicchiere d’acqua, beve, riesce ancora a scrivergli un ultimo accorato messaggio e si sdraia sul letto, allestendo la scena in cui il suo amante la troverà.
Totò apprende la notizia il mattino successivo: sta partendo per Padova ma si precipita alla Pensione degli Artisti. Sa di averle mentito, di averla illusa. Rimpiangerà di aver trovato comodo pensare «ha avuto molti uomini, posso averla senza assumermi alcuna responsabilità»[1] e di non aver voluto o saputo cogliere la profondità del suo sentimento.

«È morta, se n’è ghiuta ‘n paraviso!
Pecchè nun porto ‘o llutto? Nun è cosa
rispongo ‘a gente e faccio ‘o pizzo a riso
ma dinto ‘o core è tutto n’ata cosa!
»[2]

Il rimorso per la morte di Liliana lo accompagnerà per tutta la vita. Anni dopo non esiterà a contravvenire alle tradizioni, e chiamerà la sua unica figlia (nata dalla moglie Diana Rogliani) Liliana, piuttosto che Anna, come sua madre.
E già nei giorni successivi alla tragedia decide che Liliana riposerà nella cappella della famiglia De Curtis, al Cimitero del Pianto di Poggioreale (Napoli): chi va in visita alla tomba di Totò trova così, appena sopra la sua, quella di Eugenia Liliana.

NOTE
1. È quanto riporta la figlia Liliana nel libro Femmene e malafemmene (Liliana De Curtis, Rizzoli 2003) nel quale, basandosi sulle confidenze del padre a lei e a sua madre Diana, ha voluto che fosse lui, in prima persona, a narrare la vicenda di Liliana Castagnola.
2. Totò, Balcune e llogge , ‘A Livella, Napoli, Fausto Fiorentino Editore 1968
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Luigi Cesareo

Luigi Cesareo (1953) scrive raramente. Si interessa di Spagna e del mondo che ruota intorno alla Corrida e alla tauromachia, dal quale è rimasto folgorato una mattina di luglio, a Ronda. Ha scritto alcuni racconti su questi temi. Altri incontri decisivi: Totò, Achille Campanile, Eduardo, Van Morrison. Suona il basso elettrico e ha due bambini.

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