Louisa May Alcott

Germantown (Philadelphia) 1832 - Boston 1888
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Rievocare oggi Louisa Alcott comporta il riferimento non solo al modello americano dei romanzi di formazione al femminile (Little Women, 1868 e Good Wives, 1869), ma anche all’impegno della scrittrice in rapporto al suffragio universale e ai diritti civili delle minoranze. È la stessa Louisa a scriverne nel suo diario: «Divenni abolizionista quand’ero ancora molto piccola, ma non ho mai capito se per l’aver visto George Thompson nascosto dietro il letto di casa nostra durante il tumulto di Garrison oppure per essere stata soccorsa, alcuni anni più tardi, da un ragazzo di colore che mi salvò dall’annegare nello stagno delle rane. Comunque sia, la conversione fu genuina; e il mio più grande orgoglio è di aver vissuto per conoscere i coraggiosi uomini e le donne che hanno fatto così tanto per la causa». [1] La guerra civile americana è lo sfondo di una nuova generazione di adolescenti, capace di esprimere un precoce consenso alle battaglie riformiste di Bronson Alcott, pedagogista itinerante, padre di Louisa, e dei suoi amici trascendentalisti, che valorizzano l’intuizione e l’impegno innovativo a diventare “ciò che si è destinati a essere”.
Bronson Alcott applicava la sua visione mistica della natura nelle scuole delle varie comunità utopiste, come la Temple School a Fruitlands, fondata nei pressi di Harvard nel 1842. Vi istituì norme di carattere vagamente ecologico con una dieta vegetariana e l’acqua come unica bevanda consentita; e ciò in perfetto accordo con i movimenti a favore della temperanza. I beni erano in comune e la natura, con le sue corrispondenze simboliche, doveva essere oggetto di contemplazione mistica. Sulla collina opposta a Fruitlands sorgeva la comunità degli Shaker, con le Sorelle e i Fratelli dediti al lavoro della tessitura con pari dignità e responsabilità, e a poca distanza da Boston quella di Brookfarm, alla quale aveva aderito in un primo tempo lo scrittore Nathaniel Hawthorne rievocandone l’esperienza in The Blithdale Romance.
Il risultato di questo cammino di formazione fu per Louisa Alcott una vita nel complesso serena, anche perché la madre cercò sempre di comunicare alle figlie l’idea che la loro esistenza aggregativa e contemplativa, centellinata fra il lavoro dei campi e del frutteto e la partecipazione alle conversazioni filosofiche, fosse comunque straordinaria.
Come dichiarò Simone de Beauvoir nelle memorie [2], la sua vita sarebbe stata diversa se non avesse letto, attraverso la protagonista della saga famigliare alcottiana, Jo March, quasi una prefigurazione del proprio avatar. La figura di Jo, alter ego dell’autrice, con le sue contraddizioni e la sua ardita consapevolezza, apre un’era nuova; quella che Ellen Moeurs in Literary Women (1978) definirà l’epoca dell’eroinismo, caratterizzato dal rifiuto di egemonizzazione maschile e dal coraggio di scelte da cui scaturirà il destino della New Woman novecentesca. In questo stesso solco si inserisce l’apporto critico di Nina Auerbach, che in Communities of Women (1978) rilegge il contesto autobiografico alcottiano come una vicenda di donne che si sostengono reciprocamente e non già come un percorso di donne che imparano a servire gli uomini. La storia di Piccole donne e Piccole donne crescono – questi i titoli dei romanzi nella traduzione italiana – ruota attorno all’emancipazione-maturazione di quattro sorelle, capaci di cameratismo paritetico con i coetanei di sesso maschile e orgogliose della loro precoce indipendenza economica. Adolescenti tutte diverse, di ognuna la Alcott descrive uno stile e un progetto di vita attraverso il quale rivelano e potenziano talenti artistici individuali, incoraggiati dall’esempio materno. Mentre Meg ama recitare ed è impegnata nello studio del tedesco, Amy dipinge, Beth studia il pianoforte, Jo ha interessi culturali plurimi convergenti verso la lettura e la scrittura e scrive racconti gotici che riesce a pubblicare e a diffondere al di fuori della cerchia famigliare. Si tratta di uno scorcio interamente personale della vita di Louisa, focalizzato su un circolo di solidarietà e di autonomia femminile ottocentesca di stampo progressista, situato nella cornice di Concord, Massachusets, ai tempi della guerra di secessione. La sisterhood (termine per il quale la lingua italiana non offre l’equivalente femminile della fratellanza) è allenata dal realismo educativo [3] della madre al gioco di squadra e all’etica del lavoro, sottolineato nel suo plus-valore di crescita formativa e autoaffermazione femminile. La fede istintiva nel lavoro, inteso come base della formazione della personalità, emerge in un romanzo alcottiano che non appartiene al filone della narrativa giovanile. Si tratta di Work: A Story of Experience (1873), cui la scrittrice antepose un incipit di Emerson: «Un significato eterno giace nel lavoro, nel solo ozio eterna disperazione». La protagonista del romanzo del 1873 è una giovane donna di estrazione borghese che si lascia alle spalle le comodità e l’orgoglio di casta per immergersi nella vita operaia; percorrendone varie tappe, giunge a impegnarsi nell’attivismo sindacale e politico, secondo un percorso che ricalca quello della stessa autrice. L’entusiasmo all’impulso di rinnovamento prorompe fra gli inviti alla disobbedienza civile da parte di Thoreau e quello di Emerson alla fiducia in se stessi, predicata nell’omonimo saggio Self-Reliance. A Concord, luogo elettivo dell’idillio trascendentalista, vivono vari intellettuali di spicco: Emerson, il grande vecchio del Rinascimento Americano; Thoreau, l’iniziatore alla teoria organica della natura che preannuncia le odierne battaglie della bioetica, e il padre di Louisa, pedagogista autodidatta di avanguardia. Quest’ultimo applica nella sua scuola, dove accoglie bianchi e mulatti, le teorie del giardino di Froebel, riprendendo le riflessioni di Pestalozzi sui concetti educativi di spontaneità e sul primato dell’intuizione. I romanzi pedagogici di Louisa riflettono l’impostazione del padre, il quale intuì la capacità del bambino di aprirsi al dialogo con se stesso e con gli altri attraverso la percezione del significato simbolico delle forme naturali più immediate. Pur immersa in questo clima intellettuale stimolante, Louisa conosce momenti di sconforto quando l’utopismo paterno si scontra con la dura realtà quotidiana (l’accoglimento di un allievo di colore fa scandalo e la scuola viene chiusa). Ma le difficoltà stimolano le risorse dell’empatia. Nella famiglia, provata dai ripetuti insuccessi didattici di Bronson, troppo in anticipo sui tempi, la madre e le sorelle si prestano come possono e sanno fare, per collaborare all’andamento della sobria economia famigliare. Louisa rievoca nel “memoir” Come accadde che andai a servizio (How I Went Out to Service. A Story, 1874), la dura esperienza che la vide, appena diciottenne, adattarsi a svolgere lavori domestici faticosi presso una ricca famiglia. Insieme alle sorelle cuciva, rammendava, lavava panni a domicilio, accudiva bambini, consegnava pacchi per i poveri; ma il lavoro più lucrativo – e piacevole – era costituito dalla scrittura di racconti. Al 1848 risale il suo primo racconto, intitolato The Rival Painters, che le fu pubblicato nel 1852 sul periodico famigliare «Olive Branch». Il racconto dell’entusiasmo di questa prima soddisfazione letteraria ed economica rivive nell’euforia di Jo, condivisa dalle sorelle. L’unità della famiglia Alcott fu preservata dal decisionismo della madre Abigail, che impiegò se stessa e le figlie in lavori socialmente utili, come i corsi di alfabetizzazione per neri tenuti da lei e dalle due figlie maggiori, Ann e Louisa. È esattamente questo spirito di solidarietà nel segno del realismo educativo, che Louisa registra anche nei suoi successivi romanzi pedagogici da Little Men (1871) a Jo’s Boys (1886), dove i confini fra famiglia e scuola si attenuano, per introdurre una comunità guidata da una coppia di insegnanti che opera in un perfetto contesto di atmosfera domestica-formativa. Troviamo una Jo che, superati i suoi problemi di identità sessuata, si è arresa all’amore per il maturo professor Baher. Insieme a lui, chiama alla curiosità del sapere e alla lealtà paritaria fra docenti e discenti un gruppo di maschi e femmine pronti alla sfida, a saltare steccati, in senso sia materiale sia figurato. Nella figura dell’attempato sposo di Jo è riconoscibile la persona del filosofo trascendentalista Henry David Thoreau, per il quale Louisa si infiammò di una tenera infatuazione giovanile quando frequentava la scuola da lui diretta, a Concord. Il tentativo della Alcott di azzerare la differenziazione dei ruoli sessuati e delle sfere di competenza separate ricalca l’impegno di Margaret Fuller, collaboratrice alle sperimentazioni didattiche paterne. Le sue rivendicazioni, raccolte in Woman in the Nineteenth Century, erano apparse periodicamente sull’organo ufficiale dei trascendentalisti, «The Dial», che Louisa seguiva puntualmente. Ed è l’identità femminista della personalità di Louisa, celata dietro la maschera della più rassicurante “piccola donna”, ad emergere nei romanzi e racconti sensazionali, le cosiddette lurid stories, pubblicate con lo pseudonimo di A. M. Barnard [4]. Si tratta di storie come Behind the Mask: or A Woman’s Power (1866) che ruotano attorno alla personalità di una donna manipolatrice, significativamente colta – dietro la maschera della sottomissione – attraverso atti eversivi. L’autrice sembra ritrarre nella femme fatale il suo second self, il suo doppio misterioso, allusivo al potenziale di una rivolta che, mentre profila un rovesciamento dei rapporti di forza, segnala la fine della prevaricazione maschile.

NOTE
1. E. Cheney, Louisa May Alcott: Her Life, Letters and Journals/, Roberts Bros.Boston 1889, p. 28.
2. Cfr. Maddalena Serrano, Arrivederci piccole donne, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2004.
3. Cfr. Angelica Palumbo, Itinerari formativi di Piccole Donne, Deferrari Editore, Genova, p. 58,
4. Stern, alla quale si deve la scoperta della produzione occulta di Louisa Alcott, suggerisce che il cognome Barnard fosse quello di un pedagogista del Connecticut, amico della famiglia Alcott, Henry Barnard, mentre A.M. sarebbero le iniziali della madre, Abigail May (cfr. Introduzione a La donna nell’ombra, Rizzoli, Milano 1966, p. 23).

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Angelica Palumbo

È professore associato di Letteratura Inglese alla Facoltà di Scienze della Formazione di Genova. Si occupa prevalentemente di letterature comparate e ricerca simbologica. Fra i contributi più recenti in quest’ambito è il saggio Il “doppio” veleno-balsamo e il romance della damigella dei veleni (2011). Ha pubblicato monografie su autori del Novecento, Passione e ascesi in William Somerset Maugham (2005), e studi sulla letteratura giovanile, Itinerari formativi di piccole donne (2001), La filosofia del linguaggio “nonsensical” dalle storie di Alice alla “Caccia allo Snark” (2004), Edward Lear in Italy: Mediterranean Landscapes as Inspiration for a Rhizomic System of Nonsense (2009).

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