Maria Luisa Raggi

Genova 1742 - 1813
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Dopo nove anni e otto mesi di educandato nel monastero dell’Incarnazione di Genova, il 2 settembre 1760 Battina Ignazia Raggi veste gli abiti di novizia dell’ordine delle Annunziate Celesti, meglio note come monache Turchine. Da quel monastero, a pochi passi dall’avito palazzo di famiglia, suor Maria Luisa Domenica Vittoria non uscirà più. Costretta a una monacazione forzata si dedica tutta la vita alla pittura.
Il tempo dell’arte è il tempo della libertà, rubato agli obblighi liturgici e conventuali, spiato dalla grate del severo monastero, trafugato ai doveri imposti dalla condizione monacale. L’unica testimonianza dell’attività di Maria Luigia Raggi come artista sono circa ottanta tempere di cui quattro firmate, o siglate, e una datata al 1796.
La ricostruzione delle sue vicende biografiche è stata possibile grazie al rinvenimento di alcuni documenti che hanno tolto dall’anonimato la generica figura di un pittore genericamente indicato come “Maestro dei capricci di Prato”, “Paesista settecentesco di rovine romane” o “Pseudo-Anesi”. A Genova, dove la pittrice nacque e morì, sono stati scoperti l’atto di battesimo, alcuni pagamenti a suo favore, la professione di fede nel Monastero dell’incarnazione, il testamento della madre e la data di morte. A Roma, dove la critica aveva collocato l’artista anonimo, è stato identificato un breve soggiorno presso Ferdinando Raggi, lontano cugino, nel palazzo di via del Corso.
Maria Luigia era figlia del marchese Giovan Antonio e di Maria Brignole Sale, sorella di Gian Francesco Maria (1695-1760), doge di Genova dal 1746 al 1748[1].
Le nascite dei figli della nobile coppia, il cui matrimonio fu celebrato con lo sfarzo e la pompa degna di veri monarchi, sono tutte registrate nel libro della parrocchia di San Marcellino di Genova. Isabella Marianna Battina nasce il 18 ottobre 1740, mentre il battesimo di Battina Maria Ignazia viene annotato il 15 febbraio 1742. Le due sorelle erano state precedute da altri fratelli, morti precocemente, e nel 1736 da Anton Giulio cui andavano la primogenitura e il diritto fideiussorio degli ingenti beni mobili e immobili della famiglia Raggi-Brignole. A Isabella Marianna e Battina Maria non rimaneva quindi che professare i voti e spendere il resto della loro vita in un monastero. A Genova l’ambiente monastico era, infatti, strettamente legato al Palazzo: sia perché il ceto aristocratico vi si rivolgeva per l’educazione delle figlie femmine, sia perché la “monacazione” era imposta alle donne che non si sposavano.
Le ricerche di Ezia Gavazza sui monasteri femminili genovesi in età moderna hanno dimostrato che questi “recinti” erano solo apparentemente chiusi alla realtà esterna; esisteva piuttosto una vitale comunicazione con l’esterno che sembra aver alimentato la vita culturale e artistica, anche nei casi delle regole più dure e severe. Il rapporto tra il palazzo e il monastero era basato su un’interdipendenza attuata nella condizione di reciproco scambio, tale che l’aristocrazia cittadina era parte attiva e determinante nell’edificazione diretta o nell’ampliamento del monastero, compresi gli spazi interni a chiostro o a giardino. Così deroghe a Costituzioni e norme tra Benedettine, Agostiniane, Domenicane, Brigidine, Carmelitane scalze, Clarisse e Turchine erano più frequenti di quanto si pensi.
Si comprende in questo modo anche l’attività artistica di Maria Luigia Raggi che poté avere una certa libertà all’interno dell’Ordine delle Turchine, noto per essere tra i più rigidi della Repubblica[2].
Il voto di clausura era rigido: nessuno poteva entrare, se non per necessità e previo permesso dell’Ordinario; non si potevano tenere in convento animali, uccelli, cagnolini e strumenti musicali. I parenti potevano essere visti ogni due mesi, tre volte l’anno a grate chiuse e tre a grate aperte.
Di contro la biblioteca di ogni monaca poteva essere formata da ciò che aveva prima della sua professione, anche se la regola prescriveva una minima scelta di testi di spiritualità. Nella realtà le biblioteche erano ben fornite e con ampia scelta. Ogni religiosa aveva percorsi di lettura personali che comprendevano libri in latino, la bibbia, agiografie e opere di autori di rilievo, ma anche le letture fatte dalle religiose prima di entrare in convento.
L’ingresso in monastero avveniva in tenera età. Isabellina Raggi «veste l’abito di novizia l’11 aprile 1759, dopo essere stata educanda per 6 anni e 7 mesi» e sceglie il nome di suor Maria Elena Saveria; sua sorella Battina è eletta «novizia il 2 settembre 1760, dopo un educandato di 9 anni e 8 giorni»: il suo nome è Maria Luisa Domenica Vittoria.
Le incertezze vocazionali erano piuttosto frequenti e attribuite alle tentazioni del demonio.
A Genova, alcune vocazioni religiose, come quella di Maria Castello, erano ricevute in monastero al fine di assistere alle educande. Marina Raggi la presentò al convento dell’Incarnazione il 10 dicembre 1749 per l’urgenza che vi era di assistere le educande, una delle quali aveva solo 7 anni. Una di esse era la piccola Battina Ignazia-Maria Luigia che a quella data aveva giusto 7 anni e che circa dieci anni più tardi, nel 1760, sarebbe diventata novizia.
Questo dato ci permette di ipotizzare non solo un’educazione di privilegio per la piccola Raggi, ma anche una crescita culturale indipendente e solida, com’era consuetudine nella famiglia da circa due secoli.
La formazione da autodidatta, che si sostiene per la nostra pittrice, è quindi avvenuta all’interno del monastero, che ad un certo punto deve esserle sembrato veramente troppo stretto tanto da costringerla ad una fuga. Perché solo con una fuga possiamo giustificare un allontanamento dalla clausura. È così che entra in gioco lo zio romano, Ferdinando, che potrebbe averla accolta a Roma, dove nel 1781 una “Battina ge…..ese” è documentata negli Stati delle Anime della parrocchia di Santa Maria in Via, a cui faceva riferimento il palazzo Raggi di Roma. È necessario un passo indietro per comprendere meglio la relazione parentale e affettuosa tra Anton Giulio, Maria Luigia e Ferdinando, morto celibe e senza figli, che decise di lasciare la primogenitura, e i beni a essa pertinenti, al nipote Giovan Antonio, padre di Maria Luigia.
Alla fine del ‘700 Ferdinando Raggi è proprietario di un grande palazzo lungo il Corso a Roma, dove conduce una vita da gentiluomo intellettuale e artista aristocratico nella Roma del tempo. Ferdinando esercitava la professione di architetto tanto da meritarsi la nomina di accademico d’onore nel marzo del 1775 e, nel 1781, il titolo di Principe dell’Accademia di San Luca. Ferdinando era stato protettore di Gavin Hamilton con il quale condivideva la «sublimità dell’invenzione colla proprietà de’ caratteri, e degli abbigliamenti». Secondo il Missirini molti «valorosi giovani del suo tempo» furono indirizzati da Hamilton alla pittura “giungendo all’ultima eccellenza” dell’arte di fine secolo[3].
Nell’area di Palazzo Raggi insisteva un sistema viario e urbanistico – oggi non più esistente – popolato da botteghe di artigiani e di artisti. Nello scomparso vicolo Cacciabove si trovava probabilmente il piccolo studio che Maria Luigia aveva allestito per dedicarsi alla pittura. La stessa famiglia Castellani, che più tardi avrebbe donato ai Musei Capitolini quattro tempere che oggi attribuiamo a Maria Luigia, aveva stabilito la propria attività di oreficeria in una delle botteghe al piano terreno di palazzo Raggi, e potrebbe quindi aver acquisito le opere dell’artista in tale circostanza. Fortunato Pio Castellani (1794-1865) era infatti noto per la sua bramosia collezionistica per i reperti etruschi, di cui fu grande amatore ed esperto, e anche per l’arte contemporanea, di cui apprezzava ogni genere.
Ferdinando è così un vero e proprio mentore per la pittrice ligure. Nell’archivio degli Stati delle Anime di Santa Maria in Via nell’anno 1781 è annotata la presenza di un non meglio specificato Circolo del Serafino, attivo in palazzo Raggi per circa un paio di anni. Il rapporto tra la parrocchia romana e Ferdinando Raggi può aiutarci a comprendere questo dato. Nel 1763 Ferdinando aveva realizzato per Santa Maria in Via una statua lignea raffigurante l’Addolorata e sembra essere come uno dei parrocchiani più attivi sia per devozione che per caritatevole generosità. La frequenza della parrocchia era pressoché quotidiana e, a giudicare dai documenti, il suo ruolo attivo e partecipe alla vita della locale comunità cristiana. Questa vicinanza elettiva favorì probabilmente anche una sorta di complicità tra Ferdinando e il parroco della chiesa, complicità che rese possibile “nascondere” Maria Luigia durante l’annuale censimento delle anime della parrocchia. Non solo quindi la “Battina genovese” godette di una certa omertà da parte dell’ambiente romano, cosa che le permise una esistenza normale per un breve periodo, ma riuscì in questo modo a partecipare alla ricca vita culturale che la circondava. Il Circolo del Serafino rientra, a mio avviso, in questo clima. L’unica spiegazione è che possa trattarsi di una sorta di rinnovata Arcadia, nel ricordo di Serafino Aquilano, celebre poeta e musicista degli inizi del XVI secolo. All’Aquilano si poteva ricondurre una poetica arcadica purista, soprattutto in un momento, la fine del XVIII secolo, in cui l’Arcadia versava in grandi difficoltà politiche e gestionali. I prati fioriti, le dolci frescure dei boschi, le greggi sparse e pascolanti al suono delle zampogne, il riposo degli spiriti, non disturbati da nessun frastuono di guerra, né dalle ambizioni, dall’invidia o dai raggiri delle corti sono i temi prediletti della letteratura arcadica. Sono anche i soggetti preferiti da Maria Luigia Raggi, evocazioni di un tempo passato, quasi una fuga da una realtà.
Il soggiorno romano fu breve. Nel 1783 Ferdinando Raggi invia dei denari alla sua cugina monaca di Genova: forse un aiuto economico per poter comprare il materiale per continuare a dipingere o uno stimolo a non abbandonare la sua passione. Le dimensioni, quasi tutte piuttosto ridotte, delle opere dell’artista sono probabilmente indizio di uno spazio ridotto, quello della cella, dedicato alla pittura.
Maria Luigia Raggi muore il 25 marzo 1823. La sua morte è annotata, con tratto rapido e indolente, e forse molti mesi dopo, nel Libro IV delle Memorie del Monastero. Sepolta nel cimitero dell’Incarnazione, la sua tomba è andata persa con la distruzione del monastero.
La sua pittura, ricostruita e catalogata, l’ha portata fuori da quel convento, nel grande libro della storia dell’arte europea.
Sue opere sono conservate ai Musei Capitolini di Roma, all’Accademia di San Luca a Roma, al Museo Civico di Prato, al Museo Nelson-Atkins di Kansas City (USA) e in moltissime collezioni private europee e americane.

NOTE

1. La famiglia paterna proveniva da quei Raggi, già conti Rossi di Parma, che si stabilirono a Chiavari e a Levanto fin dal XII secolo, per attestarsi a Genova nel 1239, quando un Battista esercita l’arte di confettiere. Membri attivi delle istituzioni politiche e funzionari dello Stato genovese, fra Tre e Quattrocento, sono presenti tra gli Anziani, tra i Collettori delle gabelle e tra i membri del Gran Consiglio. Nel 1528 si trovano iscritti all’Albergo della famiglia Fieschi, conservandone il cognome per lo meno fino al 1605.
2. L’ordine delle Turchine possedeva a Genova tre monasteri, quello della SS. Incarnazione, quello della SS. Annunziata e quello della Natività del Signore. Così chiamate dal colore celeste-turchino dell’abito, le monache osservavano la regola della loro fondatrice, la nobile Vittoria De Fornari.
Distrutti nel corso, e dopo l’ultima guerra, dei tre complessi monastici non rimane più traccia. Molte delle opere e dei documenti in essi conservati furono trasferiti per tempo nel monastero dell’Annunciazione e dell’Incarnazione delle Turchine di San Cipriano di Serra Riccò, fuori Genova, che ancora oggi custodiscono le memorie dell’ordine dalla fondazione alla prima metà del XX secolo.
La ricostruzione dei trattati di meditazione, le biblioteche a disposizioni delle monache, le memorie interne dei monasteri, e un quadro dettagliato della spiritualità delle Turchine è stato ricostruito da Paolo Fontana. Lo studioso esamina alcuni aspetti della spiritualità e dell’organizzazione della vita conventuale, precisando ad esempio che ogni monastero doveva essere dedicato alla “Vergine Madre di Dio” e che le religiose avrebbero dovuto essere al massimo trentatré – come gli anni della vita di Cristo – con l’aggiunta di sette converse – come le gioie della Madonna.
3. Il Raggi riuscì a ottenere da papa Pio VI un Chirografo con il quale si dava avvio ai lavori di ampliamento della sede dell’Accademia e si adoperò affinché si aprissero i concorsi delle Arti in Campidoglio. In questa veste fu presidente delle celebrazioni per l’incoronazione della poetessa Corilla, musa ispiratrice del romanzo Corinna o l’Italia di Madame de Staël, il cui ritratto umano e professionale sembra liricamente vicino alla vita e alle opere di Maria Luigia Raggi.
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Immagine: Maria Luigia Raggi, Paesaggio, Roma, Pinacoteca Capitolina

Fonti, risorse bibliografiche, siti

C. Lollobrigida, Maria Luigia Raggi. Il Capriccio paesaggistico tra Arcadia e Grand Tour, Andreina&Valneo Budai editori, Foligno 2012

Consuelo Lollobrigida

Si occupa principalmente dell'arte del XVII e XVII secolo.
Svolge abitualmente attività di ricerca e insegnamento presso università pubbliche, italiane e straniere. Attualmente, insegna presso UARK Rome Center (Arkansas University - Philadelphia University); ha insegnato Museologia e Pedagogia dei Beni culturali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia – dipartimento di studi storico artistici – dell’Università di Roma La Sapienza. È curatrice di mostre in Italia e all'estero; in particolare ha collaborato e collabora, in qualità di esperto di arte antica, con importanti antiquari italiani ed internazionali e con diverse case d'aste internazionali. Ha collaborato dal 1997 al 2004 con la Soprintendenza di Roma, svolgendo attività di catalogazione del territorio romano.
Ha conseguito un dottorato di ricerca, approfondendo l'attività delle donne artiste a Roma nell'età Barocca. Specializzata negli studi di genere, ha al suo attivo partecipazioni a convegni e numerose pubblicazioni, tra cui Introduzione alla Museologia (Le Lettere, 2010), Maria Luigia Raggi. Il capriccio paesaggistico tra Arcadia e Grand Tour (ValneoeAndreina Budai editori, 2012), Donne che dipingono. Sulle tracce delle donne artiste dal XVI al XXI secolo. Itinerari romani (EtGraphiae, aprile 2013), Plautulla Bricci. Architettrice del Seicento Romano (etGraphiae, in corso di stampa).

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